Lawrence Osborne (Leonardo Cendamo, Getty Images)

Negli ultimi anni, i thriller di Lawrence Osborne hanno raccolto un consenso crescente. Romanzieri come Lee Child, Lionel Shriver e William Boyd hanno elogiato la sua scrittura raffinata, e più di un critico entusiasta lo ha salutato come il “nuovo Graham Greene”. Il regno di vetro, il suo quinto romanzo, sembra certamente promettente: una storia al femminile ambientata nel Regno, un inquietante complesso di appartamenti un tempo lussuosi, in una Bangkok politicamente molto turbolenta. Sarah, una trentenne statunitense, è fuggita in Thailandia dopo aver commesso una frode letteraria, il cui bottino è ora nascosto sotto il letto della casa che ha affittato. In piscina incontra Mali, un’affascinante donna “thailandese o eurasiatica”, che la invita a una serata di poker con altri due amici della loro età: Ximena, una chef cilena, e Natalie, una direttrice d’albergo originaria del Regno Unito. Ben presto le quattro si incontrano regolarmente per bere, fumare erba e chiacchierare. Quando si avventurano fuori dalle pareti di vetro del complesso residenziale – per pranzare, fare shopping o andare alle terme – Sarah percepisce che la città è agitata. Ci sono interruzioni di corrente, manifestazioni politiche e mormorii sull’intervento militare. Osborne sa presentare Bangkok come un luogo brulicante, umido e contraddittorio, con saloni di yoga e cani randagi, fiori splendidi e bar squallidi, templi, grattacieli e fantasmi. I personaggi, tuttavia, sono meno pienamente caratterizzati. Il punto di vista narrativo si sposta tra quelli principali e quelli secondari, a volte anche solo per una frase a metà paragrafo, ma le voci rimangono indistinte, i mondi interiori oscuri. Forse non aiuta il fatto che le donne pensino l’una all’altra con delle etichette: “l’americana”, “la chef”, “la tailandese”. La trama è minimalista. Ci possono essere modi più semplici per rubare una valigia di denaro, ma questo non dovrebbe essere importante perché, quando funziona, questo tipo di romanzo non è alimentato dalla trama, ma dal senso di minaccia, dalle idee e dai personaggi complessi. Il regno di vetro è sicuramente un romanzo d’atmosfera, a tratti resa in modo meraviglioso, ma ci vuole qualcosa di più dell’atmosfera per fare un nuovo Graham Greene.
Lucy Atkins, The Times

Questo articolo è uscito sul numero 1469 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati