La pausa delle operazioni militari dichiarata dalla Russia una volta completata la conquista della provincia orientale di Luhansk è finita dopo meno di due settimane. Il 16 luglio Sergej Šojgu, il ministro della difesa russo, ha ordinato alle sue forze di riprendere gli attacchi, presumibilmente con l’obiettivo di occupare l’ultima porzione del Donbass ancora controllata dagli ucraini, costituita da metà della provincia di Donetsk. Già prima che il suo ordine diventasse di dominio pubblico, le forze russe avevano ricominciato a uccidere un gran numero di civili ucraini, compresi i bambini.

L’attacco più sconvolgente c’è stato il 14 luglio, quando tre missili lanciati da un sottomarino nel mar Nero hanno colpito la città di Vinnycja, uccidendo almeno 23 persone, tra cui una bambina di quattro anni. Pochi giorni dopo le Nazioni Unite hanno pubblicato il loro ultimo bilancio delle vittime, confermando 5.110 morti e 6.752 feriti tra i civili dall’inizio dell’invasione. Ma le cifre potrebbero essere sottostimate.

Le implicazioni di tutto questo sono chiare: bombardando in modo indiscriminato aree abitate da civili, i russi hanno commesso crimini di guerra su larga scala. È importante ricordarlo in un momento in cui il conflitto si trascina e il dibattito si sposta dal piano umano a quello strategico e geopolitico. Naturalmente la possibilità di negoziare un cessate il fuoco, i probabili effetti della guerra sulla politica interna dei paesi europei e le presunte infiltrazioni di agenti russi nel governo ucraino sono argomenti importanti. Ma la ripresa dei combattimenti farà aumentare inevitabilmente la sofferenza degli ucraini. Non potrà esserci una conclusione giusta del conflitto senza considerare le colpe di Vladimir Putin e la necessità di metterlo davanti alle sue responsabilità. ◆ as

Questo articolo è uscito sul numero 1470 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati