Nei suoi primi vent’anni di vita l’Onu ha avuto un problema di credibilità. Sosteneva di rappresentare le nazioni di tutto il mondo, ma la Repubblica popolare cinese, dove viveva circa un quinto della popolazione mondiale, non ne faceva parte. Le cose cambiarono il 25 ottobre 1971, con l’ammissione all’organizzazione della Repubblica popolare, che da allora occupa uno dei cinque seggi permanenti (con diritto di veto) del consiglio di sicurezza. Al suo posto c’era in precedenza il governo della Repubblica di Cina, che aveva guidato il paese fino al 1949, quando fu rovesciato dalla rivoluzione di Mao Zedong e fu costretto a riparare a Taiwan, dove impose per 38 anni una brutale legge marziale, avviando poi negli anni novanta un processo di democratizzazione.

Oggi, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’ammissione della Repubblica popolare cinese, le Nazioni Unite hanno di nuovo un problema di credibilità. Negano a Taiwan e ai suoi 23 milioni di cittadini non solo lo status di paese membro ma anche quello di osservatore, riecheggiando l’esclusione di Pechino nel novecento.

Le rivendicazioni del governo cinese su Taiwan, che non è mai stato sotto il controllo di Pechino, insieme al diritto di veto della Cina al consiglio di sicurezza, impediscono a Taipei qualsiasi partecipazione significativa all’Onu. E Pechino non sembra intenzionata a cambiare idea in merito. La Cina occupa più posizioni d’influenza all’interno delle Nazioni Unite di qualsiasi altro paese, e l’Onu e le sue agenzie trattano Taiwan come parte integrante della Repubblica popolare.

A gennaio la presidente taiwanese Tsai Ing-wen ha detto che Taipei “continuerà a fare pressione per entrare nell’Onu e per presenziare ai vertici e alle iniziative dell’organizzazione”, ringraziando gli Stati Uniti per il sostegno. Il 22 ottobre funzionari statunitensi e taiwanesi si sono riuniti in un vertice online per “discutere del sostegno a una piena e significativa partecipazione di Taiwan all’Onu”. Anche i leader dei quattordici paesi che riconoscono ufficialmente il governo di Taiwan prendono spesso la parola a sostegno dell’isola. A settembre, all’assemblea generale dell’Onu, il presidente delle Isole Marshall David Kabua ha criticato il “vergognoso silenzio” che regna alle Nazioni Unite sulla questione.

All’inizio di ottobre Zhao Lijian, portavoce del ministero degli esteri cinese, si è scagliato contro un politico taiwanese che aveva definito ingiusta l’esclusione di Taiwan. Zhao ha citato la risoluzione 2758 dell’assemblea generale dell’Onu come prova del fatto che Taipei non ha i requisiti per far parte dell’organizzazione. “La risoluzione 2758 incarna uno status quo riconosciuto dalla comunità internazionale”, ha detto Zhao, “respingiamo con fermezza la retorica indipendentista di Taiwan, che non troverà alcun sostegno nel resto del mondo”.

Interpretazioni diverse

La posizione della Cina non è condivisa dagli Stati Uniti, che ufficialmente considerano lo status di Taiwan indefinito. Pochi giorni fa Rick Waters, responsabile per la Cina, Taiwan e la Mongolia del dipartimento di stato statunitense, ha accusato Pechino di aver distorto gli intenti della risoluzione che le ha conferito lo status di paese membro. L’esclusione di Taiwan da agenzie come l’Organizzazione mondiale della sanità e l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile è stata criticata dalla comunità internazionale, anche alla luce del successo di Taipei nella gestione della pandemia e del suo essere un importante snodo aereo.

La risoluzione non parla specificamente di Taiwan, ma si limita a espellere “i rappresentanti di Chiang Kai-shek”, il “generalissimo” che governò l’isola con il pugno di ferro dal 1949 alla sua morte, nel 1975. “I rappresentanti di Chiang Kai-shek furono espulsi nel 1971 perché insistevano nel dire che l’unica rappresentante legittima della Cina era la Repubblica di Cina”, spiega Yu-Jie Chen, ricercatrice dell’Academia sinica di Taipei. “La linea di Taiwan oggi non potrebbe essere più lontana da quelle posizioni”. La presidente Tsai Ing-wen è tecnicamente la leader del governo della Repubblica di Cina che amministra Taiwan, ma non avanza alcuna rivendicazione sul territorio cinese. Pechino ha minacciato Taiwan di scatenare una guerra se il governo della Repubblica di Cina fosse sostituito con uno stato taiwanese.

Vie laterali

Nonostante l’esclusione dalle Nazioni Unite, Taiwan ha cercato di seguire le regole dell’organizzazione da bordocampo. Ha adottato come leggi tre strumenti dell’Onu: la convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, quella internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e quella sui diritti civili e politici, che ha portato alla drastica diminuzione del ricorso alla pena di morte sull’isola.

Julian Ku, docente di legge alla Hofstra university di New York, osserva che nella risoluzione 2758 si parla solo di quale stato abbia le credenziali per occupare il seggio cinese all’Onu. E la Repubblica di Cina era tra i paesi fondatori che avevano firmato la Carta delle Nazioni Unite. “La risoluzione non parla dello status di Taiwan né dice se Taiwan debba essere ammessa come paese membro”, dice Ku. “Perciò a mio avviso l’interpretazione successiva secondo cui quella risoluzione dovrebbe risolvere il problema dello status di Taiwan è inappropriata”.

In prima linea per un maggiore coinvolgimento di Taiwan all’Onu c’è Joanne Ou, oggi portavoce del ministero degli esteri di Taipei, che per 13 anni ha lavorato nella squadra speciale dell’Onu su Taiwan. “L’Onu ha scelto d’ignorare Taipei e di aiutare Pechino a impedire la partecipazione del popolo taiwanese alle attività dell’organizzazione”, accusa Ou. “Questo è contrario allo spirito della carta delle Nazioni Unite. È incredibile l’ipocrisia che regna nel palazzo di vetro”.

Per ora non c’è un percorso chiaro verso la partecipazione di Taiwan all’Onu come osservatore o come paese membro, ma, spiega Borcheng Hsu della campagna Keep Taiwan free, con sede a New York, “un numero crescente di paesi si pronuncia a favore di Tapei. La Repubblica popolare ci ha messo vent’anni per entrare nelle Nazioni Unite, dopo cinquant’anni ci deve pur essere un modo per far entrare anche Taiwan”. ◆ gim

Questo articolo è uscito sul numero 1433 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati