La torre, uscito nel 1987 nella serie Le città oscure, è un’opera rimasta storica. La sua riproposta in una splendida edizione è un avvenimento. Del resto l’editore sta lentamente pubblicando l’intero ciclo di queste graphic novel incentrate su un universo parallelo dal sapore borgesiano dove vengono declinate architetture utopiche, assolute, spesso non lontane da una forma di totalitarismo in cui l’umanità pare sempre seguire una logica folle, assurda, in cui si perde ineluttabilmente. Ma pur sempre una logica, anche se spinta all’estremo. Qui si fa particolarmente vicina alla metafisica, se non al divino, rispetto ad altri racconti del ciclo. Benoît Peeters ne è lo sceneggiatore, François Schuiten il disegnatore, entrambi sono belgi. Hanno un gran senso della narrazione a fumetti, della sequenza, e ogni immagine è profonda, spirituale, un quadro dove una rinascimentale lux perpetua, per usare le parole di Federico Fellini sul lavoro di Moebius, illumina un bianco e nero che chiaramente rivisita le incisioni di Piranesi. Giovanni Battista, custode della torre con le sembianze di Orson Welles ma umanamente caldo, incarna la metafora di chi prende coscienza di vivere ormai in un mondo che la deriva inesorabile di un potere invisibile ha come congelato, velando gli esseri umani di ogni possibilità “altra”. Forse non migliore ma dinamica.
Francesco Boille

Questo articolo è uscito sul numero 1477 di Internazionale, a pagina 93. Compra questo numero | Abbonati