Lo halftime show del Super Bowl firmato dall’artista portoricano Bad Bunny cade a fagiolo anche per la piccola provincia televisiva italiana, martoriata dal destino sanremese di Pucci e dalle telecronache olimpiche improvvisate. Non solo per la forza di un format che dal 1967 reimpagina in diretta l’attualità degli Stati Uniti, ma per la perfetta materia televisiva di cui è fatto. Lo spettacolo registra in tempo reale l’oscillazione dell’umore collettivo. È un sismografo che tiene insieme la reazione dal vivo dello stadio, il testo del messaggio e il metatesto delle decine di riferimenti culturali, musicali e politici, per una rete che li sviscera e li diffonde in tempo reale. Dodici minuti in cui si alternano le coreografie di massa del varietà tradizionale e le sequenze “narrative” a uso e consumo dei social. Ogni quattro secondi accade qualcosa: l’ingresso di un ospite, una scena naturalistica di un angolo portoricano, un effetto speciale. Ogni scelta di regia diventa materiale da remix. Per chi guarda la tv da lontano, al centro dell’evento non c’è solo l’esibizione sul palco, ma la semina di racconti che domineranno i giorni a seguire. Un flusso continuo d’interpretazioni sullo stato delle cose, portato ai nostri occhi con tale vitalità e lucidità da invecchiare ogni reazione, a cominciare da quella stizzita di Trump, schiacciato a suon di musica da una semplice verità: l’America è enormemente più grande degli Stati Uniti. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati




