Il prodotto interno lordo (pil) – ovvero il valore aggregato di tutti i beni e i servizi prodotti in un territorio in un certo arco di tempo – fu inventato per misurare qualcosa di circoscritto: il livello delle attività di mercato. Con il corso del tempo, tuttavia, è diventato qualcosa di molto più ampio: un indice del benessere. Da una ventina d’anni gli economisti hanno cominciato a preoccuparsi del fatto che questo indicatore non include variabili importanti per determinare la salute di un paese o la felicità dei suoi abitanti (come, tra l’altro, la distribuzione della ricchezza, la sicurezza, l’impatto ambientale, la povertà). Nel 2009 una commissione formata da Stiglitz, Fitoussi e Amartya Sen ha scritto un rapporto che metteva in evidenza i limiti del pil. La pubblicazione a ridosso della grande crisi finanziaria ha tuttavia impedito che se ne parlasse a sufficienza. Anche per questo, nel 2013 l’Ocse ha creato un nuovo gruppo di lavoro per continuare la discussione. Questo libro ne presenta i risultati. Parte dai limiti del pil, continua mostrando (soprattutto attraverso la crisi del 2008) come altri indicatori possano offrire immagini più complete della flessione economica e infine presenta una serie di ragionamenti volti al futuro, suggerendo quali siano gli strumenti più utili per perseguire alcuni grandi obiettivi del benessere collettivo e individuale. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1433 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati