Fa venire voglia di leggere altri libri quest’ultimo lavoro di Daniel Mendelsohn, scrittore, critico letterario, autore del memoir Gli scomparsi (Neri Pozza 2007), su un pezzo della sua famiglia durante la shoah, e di Un’odissea (Einaudi 2017), sul viaggio di Ulisse e il rapporto con il padre. Da Omero parte anche questo testo più piccolo che prende in esame una tecnica narrativa, quella appunto dell’anello, della digressione, del racconto che andando in una direzione inattesa esce dalla storia per poi tornarci, rivelando meglio aspetti rimasti oscuri.

Mendelsohn osserva che su questa tecnica ha riflettuto Eric Auerbach, il filologo autore di Mimesis. Alla fine del seicento la usò Fénelon, il cui romanzo destinato a un gran successo, Le avventure di Telemaco, costituisce un anello che parte e torna all’Odissea. Mentre in seguito è stata al centro dell’opera di Marcel Proust, che da tante personalissime digressioni ha ricostruito la sua gigantesca storia e, più recentemente, di W.G. Sebald, in particolare del suo resoconto di viaggio Gli anelli di Saturno (Adelphi 2010). Così emergono coincidenze che legano la narrazione per digressione all’esilio, forzato o autoindotto, alla ricerca di un miglioramento della condizione propria o del mondo, e più sorprendentemente a Istanbul, luogo di partenza o di arrivo dei molti anelli che in questo libro s’intrecciano. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1444 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati