Tra i peccati originali delle scienze sociali c’è l’etnocentrismo, per cui le altre società si misurano e si osservano a partire dal confronto, spesso connotato da un giudizio di valore, con quelle moderne e occidentali. Così molte di queste società tradizionali sono state descritte negativamente, come gruppi a cui mancava qualcosa: lo sviluppo, il mercato e, soprattutto, lo stato.

A scuotere questo paradigma contribuì in modo importante questo libro, uscito per la prima volta nel 1974, oggi ripubblicato in italiano con una nuova, chiara, prefazione di Roberto Marchionatti. Il suo autore, Pierre Clastres, era un allievo di Claude Lévi-Strauss che sulla base di una riflessione verificata attraverso un’etnografia dei popoli sudamericani (in particolare i tupi-guaraní) ipotizzò che molte società erano rimaste senza stato non perché non erano riuscite a realizzarlo, ma perché si erano consapevolmente opposte alla sua affermazione, ovvero alla concentrazione del potere.

La ricerca chiariva come funzionava la politica in quelle che Clastres definiva le società senza storia e, insieme alle indagini che allora stava compiendo Marshall Sahlins, schiuse la possibilità di un ripensamento radicale dell’antropologia, quello teso alla ristrutturazione delle posizioni reciproche tra società tradizionali e non, portato avanti in modi diversi, tra gli altri, da James C. Scott, Eduardo Viveiros de Castro e David Graeber. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1464 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati