Il 21 giugno è morta Patrizia Cavalli, autrice di poesie memorabili su esperienze quotidiane, testi che nel corso del tempo hanno raggiunto molti lettori, finendo per costituire – caso raro in questo ambito – un vero e duraturo successo di pubblico.

Nella sua prima, potente, raccolta, Le mie poesie non cambieranno il mondo, del 1974, raccontava con precisione e brevità dolori, assurdità e amori vissuti. Nell’ultimo, straordinario libro, Vita meravigliosa (Einaudi 2020), con la sua lingua diretta e netta, pronta a cogliere, tramite stranianti ripetizioni e piccoli scarti aspetti inesplorati della realtà, descriveva la malattia e pensava alla morte.

Nel 2019 pubblicò il libro di prose Con passi giapponesi, in cui metteva la stessa esattezza delle poesie al servizio di brevi quadri di vita quotidiana, spesso strani e divertenti, ritratti di persone incontrate per strada, resoconti di situazioni più o meno assurde (l’acquisto di un paio di scarpe, il tentativo di rubare una colonna romana emersa in seguito a lavori stradali), o progetti, anche loro più o meno strani (cosa fare dei soldi una volta diventata ricca), ma sempre, grazie alla scrittura, perfettamente comprensibili e dunque condivisibili dal lettore.

Come dichiarò in un’intervista di qualche tempo fa: “Scrivere dei versi vuol dire eliminare tutto il possibile e scegliere e far brillare qualcosa che altrimenti sarebbe sommerso”. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1466 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati