La giustificata impressione di vivere un’epoca di giganteschi cambiamenti fa moltiplicare siti e libri che parlano del mondo di prima. Chi è più vecchio non riesce a non pensare a ciò che non esiste più e che ha caratterizzato una parte importante della sua vita, e prova a raccontarlo a chi è più giovane, sperando di catturarlo. Rispetto agli altri, questo libro ha il merito di oltrepassare il campo degli oggetti e illuminare quello delle esperienze.

Tra le “cose” che la columnist del New York Times Pamela Paul elenca in brevi capitoli di tre o quattro pagine, oltre agli schedari delle biblioteche, i bignami e gli album di foto (che in fondo hanno solo cambiato formato) si trovano anche il non sapere che tempo farà, oggi diventato impossibile a causa delle app di meteorologia che qualcuno inevitabilmente userà, l’essere i primi o gli unici a fare qualcosa, il subire un’umiliazione privata cercando di fare in modo che sia scoperta dal minor numero di persone, la lezione universitaria com’era prima che gli studenti prendessero appunti con il computer, navigando tra un sito e l’altro, e infine il non capire che ci si è persi.

Cogliendo l’entità della trasformazione attraverso esempi molto concreti, Paul fa capire che abitiamo un mondo davvero diverso da quello per il quale sono state inventate la maggior parte delle regole e le parole con cui cerchiamo di comprenderlo. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1467 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati