Dati alla mano gli storici possono affermare che la “più grande ondata migratoria” si è avuta tra il 1845 e il 1924. Eppure sono in tanti a dire che oggi gli spostamenti di individui e popolazioni registrano livelli mai visti prima. Per capire come si sia formata questa visione distorta, occorre affrontare la questione con gli strumenti dell’antropologia, non limitandosi a raccogliere i dati su ciò che avviene, ma cercando anche di capire come, con quali categorie la migrazione è pensata, regolata, raccontata.

Lo fa questo libro pieno di spunti interessanti scritto da Barbara Sorgoni, che insegna a Torino. Parte da una disamina molto completa sugli studi disponibili, da cui emerge l’importanza della nozione di rifugiato. Prosegue mostrando come negli ultimi trent’anni abbiano occupato il centro della scena nei discorsi sulle migrazioni tre concetti fondamentali: quello di umanitarismo, che è esploso; quello di trauma, che è stato applicato collettivamente, e quello di confine, ridefinito. Un terzo capitolo, adotta una prospettiva ravvicinata su alcuni temi (i campi profughi, i centri di accoglienza, lo statuto di rifugiato, l’attesa). Un quarto, infine, affronta questioni metodologiche ed etiche.

Si esce dalla lettura con l’idea che le presunte “tipologie di spostamento” (regolari/irregolari; volontarie/forzate; economiche/politiche) siano da ripensare profondamente. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1469 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati