Loujain al Hathloul sembra molto sicura di sé. Indossa un’abaya (la lunga tunica usata dalle donne nei paesi arabi) nera e grigia, perle bianche alle orecchie. Ha i capelli tirati all’indietro, lo sguardo schietto e un sorriso luminoso. È il giugno 2016 e lei è ospite in studio della trasmissione saudita Ya Hala.

Sono passati due anni dalla prima volta che è stata arrestata. Ha cercato di attraversare la frontiera tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti al volante di un’auto. All’epoca le donne saudite non avevano ancora il permesso di guidare e il suo gesto, che le è costato 73 giorni di carcere, era ancora considerato un reato.

Il regno saudita ha costretto suo marito, il comico Fahad Albutairi, a divorziare

La giovane attivista saudita non si lascia turbare dalle domande del presentatore. A un certo punto l’uomo la accusa, sostenendo che il suo gesto in realtà ha ritardato la decisione di Riyadh di autorizzare le donne a guidare (il divieto di guida è stato abolito nel giugno 2018). Hathloul risponde in modo secco: “La prima iniziativa simile risale al 1991, la seconda a ben vent’anni più tardi. Nel frattempo le autorità hanno avuto tutto il tempo per fare qualcosa”.

A Riyadh le parole di Hathloul danno fastidio. Il regime ultraconservatore saudita, che limita la maggior parte dei diritti politici e delle libertà civili, si sente sfidato da un’attivista, che nel 2014 aveva 26 anni. E gliela fa pagare cara. A maggio 2018 Hathloul viene nuovamente arrestata in casa sua. Stavolta è accusata di “aver cercato di minare la sicurezza e la stabilità del regno e l’unità nazionale”. Subito dopo altri sei attivisti che lottano per la causa delle donne, quattro donne e due uomini, tra i quali il suo avvocato, vengono arrestati.

Il contesto però stavolta è diverso. L’uomo forte del regno, il principe ereditario Mohammed bin Salman, vuole essere visto dal popolo come il grande modernizzatore del paese. Gli attivisti, che offuscano la sua figura e lottano per avere voce in capitolo, dopo l’arresto diventano bersaglio di una feroce campagna mediatica che li accusa di essere “traditori” della nazione.

Il metodo del principe ereditario funziona: a giugno, quando viene emanato il decreto che concede alle donne il diritto di guidare l’automobile, il regime viene acclamato dalla comunità internazionale. Un passo avanti storico, ma con un retrogusto amaro, visto che la gran parte degli attivisti della prima ora sono finiti in prigione.

Senza velo

Figlia di un ufficiale della marina, Lou­jain­ al Hathloul è nata nella città portuale di Gedda il 31 luglio 1989. In seguito si è trasferita a Tolone, in Francia. Dopo essersi laureata all’università della Columbia britannica a Vancouver, tra il 2016 e il 2018 ha seguito un master di due anni in sociologia alla Sorbona di Abu Dhabi. Attiva sui social network dal 2012, si è fatta notare su Keek, un servizio di condivisione di video, dove postava dei brevi filmati dal Canada.

La ragazza si presentava senza velo e denunciava le restrizioni imposte alle donne in Arabia Saudita. Molti utenti sauditi la contestavano. Occhi vispi e sorrisetto compiaciuto, Hathloul rispondeva ai detrattori con altri video, con voce dolce, smontando una a una le loro argomentazioni con una calma disarmante.

Le autorità hanno cominciato a interessarsi a lei nel 2013, dopo che aveva pubblicato un video, girato da suo padre, in cui faceva il tragitto dall’aeroporto di Riyadh a casa sua al volante di una macchina. “Il suo attivismo è cominciato con il divieto di guidare, poi è andato avanti, perché sapeva che questa era solo la punta dell’iceberg”, ha commentato un parente di Hathloul a marzo. “Si preoccupa più degli altri che di se stessa. Lei viveva bene e in libertà, queste cose non le faceva certo per il proprio interesse”, ha aggiunto.

Nel 2014, quando per la prima volta è stato concesso alle donne di votare e presentarsi alle elezioni, si è candidata alle municipali. Le autorità in un primo momento hanno rifiutato la sua candidatura, poi l’hanno accettata. Ma Amnesty international ha fatto sapere che il suo nome non è comparso sulle schede elettorali. Sui social network sono arrivate minacce, intimidazioni, critiche e insulti.

Biografia

1989 Nasce a Gedda, in Arabia Saudita.

2014 Viene arrestata dopo che ha cercato di attraversare al volante di un’auto il confine tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

2018 Fermata senza motivo negli Emirati Arabi Uniti, viene imprigionata in Arabia Saudita.

Giugno 2018 Il regno saudita abolisce il divieto di guida per le donne, ma lei resta in carcere.

Giugno 2020 La sua famiglia sostiene di non avere più sue notizie da un mese.


Nel 2016 Hathloul ha firmato anche la petizione che chiedeva al re Salman di abolire il sistema che obbliga le donne ad avere il permesso di un parente maschio per poter viaggiare, sposarsi, accettare un lavoro o farsi curare. Ha aggiunto la sua firma a quella di altre 14mila persone, prima di essere arrestata ancora una volta e poi rilasciata l’anno seguente.

Hathloul è in prigione da due anni, nonostante i ripetuti appelli delle organizzazioni non governative e dei leader europei. Le condizioni di detenzione delle attiviste saudite fanno rabbrividire: torture fisiche e psicologiche, molestie sessuali, minacce di stupro e di morte. Le autorità saudite fanno di tutto per cercare di piegare le militanti. Secondo l’ong Al Qst, che promuove i diritti umani in Arabia Saudita, Saud al Qahtani, il consigliere del principe ereditario che sarebbe stato coinvolto nell’uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi nell’ambasciata saudita a Istanbul, sarebbe anche stato presente alle torture nei luoghi di detenzione non ufficiali, soprannominati “l’hotel” o “la pensione degli ufficiali”.

Niente visite

Loujain al Hathloul ha anche rifiutato un accordo che le autorità saudite le hanno proposto nell’agosto 2019. Le hanno detto che l’avrebbero rilasciata, a patto di dichiarare in un video che non era stata torturata. Nel frattempo il regno saudita ha costretto suo marito, l’attore comico Fahad Albutairi, a divorziare. Albutairi era stato arrestato due mesi prima di Hathloul dopo essere stato rimpatriato con la forza dalla Giordania.

Nel febbraio 2019 la ragazza è stata trasferita nel centro di Al Hayer, il più grande carcere di massima sicurezza del regno. Non ha potuto preparare il suo fascicolo giudiziario perché tutte le carte portate dai familiari durante le loro visite settimanali sono state requisite dalle autorità, come ha raccontato la sorella Lina Hathoul al sito The New Arab. Oggi, a causa della pandemia di covid-19, le visite sono state sostituite da telefonate settimanali.

Il processo a Loujain al Hathloul è stato sospeso per nove mesi senza spiegazioni da parte della magistratura. Avrebbe dovuto ripartire a marzo, ma poi è stato rinviato in seguito alla crisi sanitaria mondiale. L’8 giugno Lina al Hathloul ha dichiarato che ormai la famiglia non sente sua sorella da più di un mese. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1363 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati