“La nostra casa è in fiamme”, ci dice Greta Thunberg. Ma la natura ha molte forme. All’alba del 12 luglio un incendio in piazza del Municipio a Napoli ha distrutto la Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto. Arte, natura, animalità: tutto ciò che ci ricorda l’altrove, che esce dal dominio dell’antropocentrismo, brucia. La Venere degli stracci è la rappresentazione dello iato tra le forme dell’arte classica e il disordine della vita moderna, una contrapposizione complessa tra natura e cultura. Invita ad abitare una contraddizione: quella tra la celebrazione di forme simboliche inesistenti e il caos ingestibile della vita reale. Se non dispiacesse per il valore dell’opera in sé, potremmo dire che bruciarla era il suo perfetto destino. Se c’è una cosa che descrive bene Napoli, infatti, è il concetto di “opera d’arte totale” in cui il controllo presunto delle forme tradizionali esplode davanti a un’incontenibile entropia. L’incontrollabile, a Napoli, lo è davvero: un’opera d’arte può sempre bruciare. La Venere, dea della natura, ci ricorda la definizione di altro animale assoluta, e la nostra casa che brucia ci dice che la natura delle cose non è la stasi, ma la durata. Questo è il senso del lavoro straordinario di Pistoletto: tutto, anche la sola speranza di perfezione, non dura più del battito d’ali di una farfalla. E a bruciare, ovviamente, non è la natura: siamo noi stessi. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1521 di Internazionale, a pagina 85. Compra questo numero | Abbonati