“Se quindici anni fa avessi camminato per le strade della Sanità con la macchina fotografica al collo come fai ora tu, me l’avrebbero rubata”, dice Antonio Vitozzi, commerciante, indicando la mia Nikon malconcia. Probabilmente all’epoca non mi sarei avvicinato a questo rione di Napoli. Segnato dal degrado urbano e da un alto tasso di disoccupazione, il quartiere più povero della città era un posto pericoloso, dove la camorra dettava legge. Non è più così: si è trasformato e il merito è della Paranza, una cooperativa di giovani amici idealisti che all’inizio degli anni duemila ha cominciato a organizzare delle visite guidate nelle catacombe del quartiere, tra le più belle d’Italia. All’epoca ci si poteva entrare solo con un’autorizzazione della chiesa rilasciata per motivi accademici.

Oggi, dopo un importante restauro finanziato dalla Paranza stessa, le catacombe sono una delle attrazioni imperdibili di Napoli, insieme al Vesuvio, Pompei ed Ercolano. Nel rione il turismo ha fatto nascere nuovi alloggi, ristoranti e posti di lavoro. La cooperativa, al suo quindicesimo anno di attività, lancia a dicembre un nuovo tour a piedi nel quartiere: si chiama Luce e comprende anche la visita a opere d’arte contemporanea commissionate per le chiese della zona.

La Sanità si trova a nord del centro storico di Napoli. Per arrivarci passo in via santa Teresa degli Scalzi, una strada lunga che conduce verso la settecentesca reggia borbonica di Capodimonte. Camminando incontro l’imponente ponte costruito nel 1809, che diventò il simbolo del declino del quartiere. Con la sua costruzione questa zona, un tempo benestante, fu aggirata dai mercanti e dai dignitari che avevano ormai un collegamento diretto tra la Napoli storica e Capodimonte.

Le catacombe di san Gennaro sono accanto a una chiesa bianca, una replica del 1960 di quella di San Pietro a Roma. La Paranza ha cominciato qui le visite guidate delle due catacombe più importanti della città, san Gennaro e san Gaudioso, prima inaccessibili. Enzo Porzio, 33 anni, tra i fondatori della cooperativa, mi dice che nel 2019 i turisti sono stati 160mila.

Il memoriale

Porzio e i suoi amici del quartiere furono stimolati dall’arrivo di un prete progressista, Antonio Loffredo. “Eravamo giovani quando padre Loffredo ci permise di organizzare le prime visite delle catacombe”, dice. “All’epoca ci chiedevamo cosa avremmo fatto da grandi: dovevamo lasciare Napoli per cercare lavoro o trovare un modo per aiutare la nostra comunità? C’erano molti pregiudizi nei confronti del rione Sanità”.

Dopo aver lavorato per anni da volontari, guadagnando solo con le mance, nel 2006 Porzio e i suoi amici hanno fondato La Paranza per organizzare i tour a pagamento. “Con l’arrivo dei turisti, il progetto ha trasformato il quartiere e il potere della camorra è diminuito. Abbiamo creato un ambiente nuovo in cui l’arte, il teatro, la cultura e l’archeologia si sono affermate. La gente del posto ha intravisto nuove prospettive”.

Il teatro è arrivato per dare ai turisti qualcosa da fare la sera. Mi ha cambiato la vita

Oggi la cooperativa dà lavoro a quaranta guide e nel 2014 è stata tra i fondatori della Fondazione di comunità san Gennaro, che finanzia attività sociali nel quartiere. Le visite guidate delle catacombe durano un’ora. In quella di san Gennaro mi accompagna Antonio Iaccarino, incaricato di formare i giovani che entrano a far parte del progetto.

Gennaro è il santo patrono della città. Decapitato perché cristiano nel 305 dC, i suoi resti furono portati a Napoli nel quinto secolo e diventarono una meta di pellegrinaggio. Le ossa furono rubate e trafugate a Benevento quattrocento anni dopo, prima di rientrare a Napoli nel 1491. La sua santità fu riaffermata nel 1631, quando si disse che una processione delle reliquie bloccò un’eruzione del Vesuvio.

Scavata nel soffice tufo vulcanico della città, la catacomba risale al secondo secolo e fu estesa in seguito alla sepoltura nel sito del santo. Entrando nella parte superiore, mi sono sentito come un lillipuziano a passeggio tra giganti funghi velenosi, le colonne di tufo che reggono il soffitto della basilica adiecta (aggiunta). Tutte le ossa sono state rimosse negli anni sessanta e trasportate in un vicino ossario.

Un affresco ritrae un dignitario del sesto secolo, Teotecno, con la moglie e la figlia, che morì piccola. “Doveva essere ricco, dato che l’affresco è stato modificato a ogni nuova morte in famiglia”. La tomba di san Gennaro, contrassegnata da un pastorale, fu riscoperta nel 1973.

Una volta risaliti, i visitatori sono indirizzati verso il centro della Sanità, un’area che mi colpisce per la sua autenticità. Negozi e caseggiati riempiono ogni spazio, luci scintillano in piccole edicole votive, le conversazioni restano sospese a mezz’aria, urlate da un balcone all’altro di edifici dipinti con murales e graffiti, spesso costeggiati da pile d’immondizia. Nel cuore del rione c’è un’enorme basilica domenicana, Santa Maria della Sanità, costruita nel 1610 e collegata al ponte che le passa sopra. Una cappella del convento annesso alla basilica ospita il primo alloggio inaugurato dalla Paranza, la Casa del monacone (una camera doppia costa 50 euro a notte).

“Sedici anni fa, quando aprimmo, la gente si chiedeva: chi vorrà passare la notte alla Sanità?”, racconta Iaccarino, il manager della struttura. “Ora nel quartiere ci sono centinaia di Airbnb. Le persone del posto vanno avanti affittando le stanze e i turisti si fermano più a lungo”, dice.

Antonio Vitozzi è uno dei commercianti che hanno beneficiato dell’aumento dei visitatori. La macelleria della sua famiglia aprì nel 1823. “Solo alcuni anni fa, chi avrebbe mai pensato che avrei venduto carne ricercata a 50 euro al chilo? La gente del posto non aveva soldi. Ora vengono dai quartieri ricchi a fare acquisti qui”, dice. È stata soprattutto la diminuzione della criminalità a cambiare la reputazione del rione Sanità. Iaccarino mi guida verso il memoriale di Genny Cesarano, una statua che ritrae il ragazzo a grandezza naturale circondato dalle lettere “San”. Cesarano è stato ucciso nel 2015 in una sparatoria della camorra. “Le cose andavano meglio, la comunità è rimasta scioccata dall’episodio. Il giorno dopo siamo scesi in strada in cinquemila per dimostrare che avremmo continuato a combattere per difendere i passi in avanti fatti”, aggiunge.

Tra questi passi in avanti c’è anche un incredibile sviluppo delle arti. Finanziata dalla fondazione di comunità, la Paranza sta assumendo tre nuove guide per il progetto Luce, che includerà anche la visita a opere contemporanee installate nella zona più povera del quartiere, i Cristallini. Alcune saranno esposte in chiese sconsacrate come quella da cui comincerà la visita, Sant’Aspreno ai Crociferi, che è diventata lo studio dell’artista italiano Jago, oggi al lavoro sulla sua rielaborazione della Pietà. Un’altra sua opera, il Figlio velato, è visibile nella chiesa di San Severo: un bambino disteso sopra una pietra tombale e coperto da un sudario semitrasparente. L’espressione del volto è una smorfia di dolore. “Jago è stato influenzato dall’immagine del corpo di un migrante bambino morto in un naufragio, sospinto a riva dalla corrente”, dice Iaccarino.

Al teatro Sanità, ospitato in un’altra chiesa donata da padre Loffredo, incontro Ciro Burzo, 24 anni, attore. Sono in corso le prove di un’opera tratta dalle lettere d’amore di Salvador Dalí, La rosa del mio giardino. “Sono un figlio della Sanità”, dice Burzo. “Un tempo sembrava ci fosse solo un modo per andarsene: essere forti a calcio. Io non lo ero. Il teatro è arrivato per dare ai turisti qualcosa da fare la sera. Mi ha cambiato la vita, mi ha dato fiducia in me stesso”, racconta.

Torno sottoterra per visitare la catacomba di san Gaudioso, vescovo cartaginese costretto all’esilio dai Vandali, che si stabilì a Napoli e morì intorno al 450 dC. Si entra da un’apertura nel pavimento di maioliche della basilica. Il sito risale al quarto secolo e ci sono affreschi meravigliosi. Ma è l’ambulacro del diciassettesimo secolo a essere indimenticabile. Le pareti delle tombe ritraggono i morti come scheletri, con un buco al posto della testa dove un tempo c’erano i loro veri teschi. Le donne sono ritratte con delle gonne e un epitaffio dice “la bellezza non è immortale, il tempo porta via tutto”.

“A Napoli abbiamo un assurdo culto del purgatorio. La gente venera le ossa dei morti senza nome, le cosiddette anime pezzentelle, per aiutarli a uscire dal purgatorio e arrivare in paradiso, ma in cambio si aspetta protezione e intercessione. È come comprare un biglietto della lotteria”, dice ridendo Iaccarino. “Nel 1969 il cardinal Corrado Ursi vietò questa forma di devozione perché la considerava superstiziosa. Ma a Napoli il culto continua”.

Concludo la mia visita nella cattedrale per vedere il reliquiario di san Gennaro, che custodisce un frammento delle sue ossa. Due ampolle con il sangue del santo sono conservate sotto l’altare maggiore. Quando il sangue si liquefa, cosa che dovrebbe succedere tre volte all’anno, si compie il miracolo.

Il vero miracolo di Gennaro però è un altro: la sua presenza da morto ha fatto risorgere il rione Sanità. ◆nv

Questo articolo è uscito sul numero 1437 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati