terrorismo

Tra il 20 e il 21 gennaio gli affiliati del gruppo Stato islamico (Is) hanno compiuto due attacchi di peso e quasi simultanei. Il primo ha portato alla conquista di un carcere nel nordest della Siria, pieno di jihadisti; il secondo è stato un assalto a una base militare nell’est dell’Iraq, in cui sono morti undici soldati. Da mesi gli esperti lanciano l’allarme sul terribile potenziale delle cellule dormienti dell’Is. E la doppia offensiva conferma il rischio di un ritorno più strutturato, dopo che il movimento si era frammentato con la sconfitta subita a Baghuz nel marzo 2019 per mano delle Forze democratiche siriane (Fds, a maggioranza curda), sostenute dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. “Dopo la disfatta territoriale il gruppo ha continuato a esistere in Iraq e in Siria sotto forma di movimento insurrezionale”, spiega Aymenn Jawad al Tamimi, esperto di Stato islamico. Secondo lui l’ultima operazione è “la più sofisticata” di tutte quelle realizzate dal 2019.

Le autorità curde chiedono ai paesi terzi di rimpatriare le famiglie dei miliziani

L’attacco al carcere di Ghwayran, nella città di Al Hasaka, sorvegliato dalle forze curde responsabili della sicurezza della regione, è stato condotto da un centinaio di miliziani, attivi dentro e fuori la struttura. È seguita una settimana di violenze nella prigione e nei dintorni. Le forze curde hanno ammesso che l’annuncio di aver ripreso il controllo del carcere era stato prematuro.

Determinazione e capacità

Secondo le cifre diffuse dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, durante i combattimenti sono morte più di 250 persone: 180 jihadisti, 73 tra combattenti e agenti della polizia curda, e sette civili. Questi avvenimenti, dicono gli osservatori, sono un chiaro segnale d’allarme, perché evidenziano la determinazione dell’organizzazione terroristica e la sua capacità di combattimento. Anche se non ha più territori in suo dominio, l’Is è in grado di portare avanti un’insurrezione a lungo termine con l’obiettivo di sfiancare i nemici e ricostruire lo stato che progetta di guidare.

Per comprendere i motivi della riaffermazione del gruppo jihadista bisogna ricordare la mancanza di coordinamento tra le varie autorità che controllano l’Iraq e la Siria. “I leader jihadisti sanno che è difficile per i loro nemici garantire la sicurezza di una regione divisa tra autorità diverse che mantengono le loro zone di controllo e non lavorano bene insieme”, evidenzia Nicholas A. Heras, ricercatore del Newlines institute for strategy and policy di Washington, negli Stati Uniti.

Inoltre, le ragioni che hanno portato alla nascita e all’ascesa del gruppo nel 2014 e 2015 non sono svanite. L’Is si alimenta delle profonde fratture politiche ed economiche della società siriana e irachena, e dell’uso che le autorità fanno delle divisioni etniche e confessionali per i loro interessi. “L’organizzazione si basa sull’insurrezione, operando soprattutto in clandestinità e sfruttando le falle della sicurezza, alcune legate alla pandemia di covid-19”, conferma Ardian Shajkovci, direttore dell’American counterterrorism targeting and resilience institute.

Oggi il gruppo fa spesso imboscate, sabotaggi, attentati suicidi, sequestri e omicidi mirati, colpendo soprattutto le forze di sicurezza e gli esponenti delle comunità non sunnite in Iraq. “Sfrutta la spaccatura tra il governo regionale del Kurdistan e Baghdad nelle zone contestate, per esempio nei governatorati di Salaheddin, Kirkuk e Diyala. Questo vuoto politico ha permesso ai jihadisti di attirare reclute e di muovere manodopera e risorse attraverso la Siria e l’Iraq”, continua Shajkovci. Per lui anche le operazioni di antiterrorismo condotte dalle milizie sciite in queste zone contribuiscono ad alimentare la frustrazione della popolazione.

Ma se all’inizio lo Stato islamico era riuscito a mobilitare un numero significativo di sunniti, approfittando della loro emarginazione politica, oggi ha perso gran parte della sua attrattiva, perché le persone ricordano la terribile esperienza vissuta sotto il suo dominio e durante i combattimenti. “L’Is approfitta di giovani poveri ed emarginati”, sintetizza Myriam Benraad, politologa esperta di Medio Oriente e autrice di Terrorisme: les affres de la vengeance (“Terrorismo: i tormenti della vendetta”, Le cavalier bleu 2021). “D’altronde non c’è bisogno di milioni di combattenti per infliggere perdite pesanti e dolorose agli avversari”.

L’attacco contro il carcere di Ghwayran ha riportato sotto i riflettori la “bomba a orologeria” rappresentata dalle prigioni in cui sono detenuti i jihadisti e dai campi in cui sono rinchiuse le loro compagne e i figli. Anche se non ci sono cifre precise sul numero di prigionieri evasi nei giorni successivi al 20 gennaio, molte testimonianze parlano di uccisioni e saccheggi. Circa 60mila persone che hanno legami diretti o indiretti con l’Is sono detenute nel campo di Al Hol, una delle prigioni a cielo aperto del nordest della Siria. Sono in gran parte donne e bambini.

Dal 2019 le autorità curde chiedono ai paesi terzi di rimpatriare le famiglie dei jihadisti. Lo stesso chiedono l’Onu e varie ong, che evidenziano le violazioni dei diritti dei minori e il rischio che la loro reclusione ha per la sicurezza: si tratta di bambini e ragazzi privati di protezione e di istruzione ed esposti alla propaganda estremista. “Durante l’assalto al carcere, i jihadisti hanno usato centinaia di minori come ‘scudi umani’”, commenta Shajkovci. “Le terribili condizioni nel penitenziario, che violano il diritto internazionale, insieme all’incapacità delle Fds di gestire un centro del genere, con le continue operazioni dell’Is e senza un sostegno internazionale sul lungo periodo, dovrebbero essere argomenti sufficienti per convincere i governi ancora riluttanti a considerare il rimpatrio dei loro cittadini, minori compresi”.

I recenti attacchi mostrano anche la sfida posta dal crescente disimpegno statunitense nella regione, che ha creato un vuoto favorevole al ritorno dell’Is. Wash­ington mantiene in Siria tra i settecento e i novecento soldati, concentrati nel nordest per sostenere le Fds nella lotta al terrorismo, mentre qualche anno fa erano 2.500. In Iraq la riduzione del contingente statunitense, passato da cinquemila soldati nel 2017 agli attuali 2.500, ha accompagnato il passaggio (concluso a dicembre) da una missione di combattimento a una di assistenza alle forze irachene. “Ma il disimpegno non è necessariamente un ritiro”, sottolinea Shajkovci. “Per esempio, durante gli scontri degli ultimi giorni le truppe statunitensi hanno compiuto attacchi aerei in appoggio alle Fds”.

Approccio locale

Comunque il gruppo jihadista è lontano dall’influenza che aveva nel 2013 e nel 2014. Al suo apice, nel 2014, l’autoproclamato “califfato”, che copriva quasi un terzo dell’Iraq e ampie zone della Siria, aveva un territorio grande quanto il Regno Unito. Nel 2017 ha perso le sue capitali, Raqqa e Mosul, e a marzo del 2019 la sua ultima roccaforte, il villaggio di Baghuz, alla frontiera sudest della Siria. Da allora l’organizzazione opera “attraverso cellule decentrate, autonome e con scarso o nessun coordinamento”, spiega Shajkovci. “L’Is attualmente è una rete di piccole cellule di combattenti, con una strategia locale più che internazionale”, nota Aymenn Jawad al Tamimi. “Con una struttura simile è più difficile essere sconfitti definitivamente sul campo, ma allo stesso tempo è più complicato reclutare combattenti e fare operazioni su larga scala”. Oggi l’Is dispone di circa diecimila combattenti, mentre al suo apice poteva contare su un numero dieci volte più alto.

Inoltre, impegnate da anni nel contrasto al reclutamento di aspiranti jihadisti su internet, “le autorità della regione e del mondo sono più vigili”, osserva Joseph Votel, ex comandante del Centcom (la struttura responsabile delle operazioni militari statunitensi in Medio Oriente, Asia Centrale e Pacifico), oggi ricercatore in sicurezza nazionale al Middle East institute di Washington. Ma l’Is continua a rappresentare una minaccia globale, dato che oggi i suoi affiliati sono attivi “in zone in cui non c’erano nel 2014 e 2015, come la Repubblica Democratica del Congo e il Mozambico”, conclude Al Tamimi. ◆ fdl

Questo articolo è uscito sul numero 1446 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati