Secondo Bergur Sigurðarson, giornate così sono molto insolite: non nevica, non piove, non c’è nebbia e il cielo estivo sopra la costa meridionale dell’Islanda non è tempestoso, ma azzurro e senza nuvole. Le onde dell’Atlantico s’infrangono tranquille sulla sabbia nera della spiaggia, nelle campagne i fili d’erba ondeggiano lievemente, mossi da una brezza leggera. Alle spalle c’è il ghiacciaio Eyjafjallajökull, bianco immacolato. Il suo punto più alto è il vulcano Eyjafjöll, che raggiunge i 1.651 metri.

Dodici anni fa giornalisti di tutto il mondo hanno rischiato di slogarsi la mandibola nel tentativo di pronunciarne correttamente il nome: Eyjafjallajökull. E ancora oggi cercare di pronunciarlo bene è una sorta di rito d’iniziazione per chiunque voglia imparare l’islandese e soprattutto per chi è intenzionato a scalare il vulcano. Scalare, però, non è la parola giusta.

Ci sono montagne che non si scalano, si visitano, perché, non appena loro te lo fanno capire, ti affretti ad andartene. Se dobbiamo credere a quello che sostiene la guida alpina Sigurðarson, per 355 giorni all’anno l’Eyjafjallajökull non vuole ospiti. Nevica, piove, c’è la nebbia o una tempesta. Oppure tutte queste cose insieme.

Ecco perché in questa giornata estiva Sigurðarson, trent’anni, è così stupito: oggi si può salire dal versante sud. Dei quattro sentieri che portano sull’Eyjafjallajökull, quello che parte dalla piscina termale naturale vicino a Sellavellir è il più breve e bello, nonché il meno pericoloso, spiega Sigurðarson.

Il sentiero che porta al ghiacciaio Eyjafjallajökull, in Islanda (Cavan Images/Getty Images)

A pochi minuti dalla partenza ci sono un campeggio e alcuni alberghi, di cui uno addirittura a quattro stelle. Per andare e tornare ci vogliono otto ore, ammesso che il vulcano tolleri così a lungo i visitatori. Durante la prima ora i componenti della cordata di Sigurðarson imparano molte cose sui vulcani e i sentieri islandesi. Poi all’improvviso, ai piedi del ghiacciaio, ecco la lava, sotto uno stretto crepaccio sul fianco del vulcano, da dove è fuoriuscita dodici anni fa.

La traccia nel sentiero

I vulcani sono infidi, raramente eruttano dove vorrebbero gli esseri umani. Ed è ancora più raro che si limitino a ribollire tranquillamente nella loro caldera. A ogni passo si nota la fragilità che contraddistingue la vegetazione delle montagne islandesi: camminandoci sopra una persona lascia sempre una traccia visibile, e tre o quattro escursionisti bastano a disegnare un sentiero. Prima che le piante calpestate rinascano dovranno passare anni. Ecco perché nei luoghi più gettonati ci sono cartelli che avvertono: “stígum ekki á mosann!” (non calpestare il muschio!).

La soluzione di Sigurðarson a questo problema è seguire il sentiero, molto visibile, che ha tracciato nelle escursioni precedenti e che sale dritto, ripido e impietoso. Le serpentine sono un inutile spreco di muschio: stígum ekki á mosann! L’unica eccezione è una piccola deviazione per una sosta a uno dei tanti ruscelli dove ci dissetiamo: riempiamo la borraccia di acqua fresca e deliziosa, poi diamo uno sguardo al cielo ancora terso. Il vulcano Eyjafjöll è ancora ben disposto.

Secondo i sismografi distribuiti in tutta la zona, oggi non ci dovrebbero essere eruzioni, tanto più che qualche settimana fa, a neanche duecento chilometri da qui, la terra si è aperta. Con grande sollievo della popolazione e dell’industria del turismo islandese, si è trattato solo di lava, e non di cenere come dodici anni fa.

In pochi giorni sono nati sentieri e parcheggi, e il punto in cui c’è stata l’eruzione è diventato la meta di una processione di curiosi. Sopra le loro teste volteggiavano gli elicotteri. Anche dopo l’eruzione del 2010 la lava aveva attirato molte persone.

Quattro volte al giorno, nella cittadina di Vík, si svolge il Live lava show. Turisti con occhiali protettivi osservano della lava riscaldata in una fornace riversarsi tutt’attorno. Un vulcanologo racconta dei pericolosi vulcani islandesi e intanto smuove la massa viscosa con un grosso palo, poi aggiunge del ghiaccio perché si formino tanti sassi neri e vetrosi. Nell’aria calda si percepisce un sentore di Murano, l’isola di Venezia.

Il bar accanto offre la Red hot lava soup, i lava macarons e anche le magliette lava girl. Fuori ci sono i quad in attesa di passeggeri in cerca di avventura, mentre alcune persone indossano le tute e si allacciano le imbracature per volare sulla zip­line (una teleferica usata per il trasporto di persone o di cose). Gli autisti degli autobus si preparano ad accompagnare le spedizioni nei dintorni. Probabilmente nessuno di quelli che si fanno dei selfie sa che, se dovesse verificarsi una catastrofe, gli abitanti di Vík avrebbero al massimo trenta minuti per fuggire, sperando che il vulcano Hekla, il grande vicino dell’Eyjafjöll, si limiti a sputare lava e cenere.

Sull’Hekla? Lì Sigurðarson non ci porterebbe mai nessuno. “Magari qualche pazzo che lo fa c’è”, dice mentre il suo gruppo si avvicina all’estremità inferiore del ghiacciaio. Il cielo è ancora limpido e non soffia un alito di vento. Sotto i piedi si sente solo il pietrisco morbido e nero. La guida alpina spiega che l’Eyjafjallajökull tollera visitatori per dieci giorni all’anno, in genere tra aprile e maggio, quando il ghiacciaio è coperto da un solido manto di neve, un ponte affidabile gettato sui tanti crepacci. Ma ad agosto e a settembre la situazione è molto diversa: l’acqua del disgelo scorre in solchi profondi e ai piedi del ghiacciaio si vedono piccole cavità e tunnel che arrivano fino nelle sue profondità.

Se l’eruzione del 2010 fosse avvenuta qui, ci sarebbe stata una vera e propria inondazione, che avrebbe danneggiato gravemente le infrastrutture, arrivando, fino alla ring road, l’arteria vitale dell’Islanda. E invece giù, vicino alla spiaggia, Sigurd Sólonsson, ex banchiere e proprietario di diversi ettari di terreno, se n’è rimasto seduto nella vasca idromassaggio a studiare gli effetti di luce nel cielo notturno. Ha cominciato a sentirsi un po’ inquieto solo quando è arrivata la cenere.

“Il cielo era tutto nero, l’aria era nera”, racconta Sólonsson. Quando ha acceso la luce dentro casa, gli uccelli hanno cominciato a sbattere contro le finestre. Sette anni dopo, a qualche centinaio di metri, ha aperto un albergo. Un edificio di design, basso, equidistante dalla spiaggia e dal vulcano. Da lontano la facciata ricorda un fiume di lava pietrificata: è tutta nera.

Alla fine, in questa perfetta giornata estiva del 2022, Sigurðarson è riuscito a salire sul ghiacciaio: per raggiungere la cima con corde e ramponi ci vuole ancora un’ora. La nostra guida verifica le condizioni e il suo sguardo rivela una certa perplessità. Poi spiega che i crepacci sono troppo larghi e profondi per essere oltrepassati. Sull’Everest gli sherpa avrebbero trascorso tutta l’estate ad avvitare scale di alluminio e a fissare corde. In Islanda, invece, in questi casi ci si limita a fare dietro front, tornando da dove si è venuti. ◆sk

Informazioni pratiche

Arrampicare La North ice expeditions offre solo salite sul ghiacciaio Eyjafjallajökull. I mesi migliori per visitarlo sono aprile e maggio. L’escursione con la guida costa circa 325 euro a persona (northice.is).
Dormire L’hotel Umi, Leirnavegur 243, 861 Hvolsvöllur, è in una buona posizione per il tour. Camere doppie fra i trecento e i quattrocento euro, a seconda della stagione (hotelumi.is).
Attrazioni Il Live lava show costa circa cinquanta euro per gli adulti e trentacinque euro per i bambini fino a dodici anni (icelandiclavashow.com).


Questo articolo è uscito sul numero 1486 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati