Camminavo nervosamente da un capo all’altro della mia camera d’albergo in via Etnea, una delle principali strade del centro di Catania. Guardando fuori dal balcone mi chiedevo se la pioggia si sarebbe mai fermata. Ero arrivata da poche ore sulla costa orientale della Sicilia, pronta per un viaggio di due settimane e mezza per documentare il mondo dei treni regionali siciliani. Le condizioni meteo­rologiche, però, erano tutt’altro che promettenti.

L’idea per il progetto mi era venuta qualche mese prima, durante una vacanza in cui avevo viaggiato in treno lungo i pendii del noto – e notoriamente attivo – vulcano dell’isola, l’Etna.

I panorami che avevamo ammirato dai finestrini erano meravigliosi, ma avevo trovato altrettanto affascinante il treno alimentato a diesel sul quale avevamo viaggiato: dall’aria antiquata, pittoresco e romantico, ci aveva condotto tra distese di lava e uliveti. Così ho deciso che sarei tornata per fare un servizio fotografico.

Studiando il sito di Trenitalia avevo selezionato tre linee lungo le quali i lavoratori pendolari devono viaggiare su quei vecchi treni che m’interessava tanto immortalare: la ferrovia Circumetnea, una linea a scartamento ridotto che collega i centri abitati intorno al vulcano; la tratta Siracusa-Gela-Canicattì, che corre lungo la costa sudorientale; e infine una linea vicina alla punta occidentale della Sicilia, che collega il paese di Piraineto con Trapani, passando per Castelvetrano.

Avevo immaginato un viaggio in cui avrei potuto salire e scendere dai treni per visitare paesini di campagna dagli splendidi nomi italiani, godendomi il fascino del trasporto ferroviario regionale in questa parte meridionale dell’Europa. Speravo anche di ritrarre le persone che avrei incontrato – pendolari e personale di bordo – e che vivono in questo angolo d’Italia, più povero e meno sviluppato rispetto alla parte settentrionale del paese.

Tutto cancellato

Anche per gli standard olandesi, mi considero una pianificatrice eccezionale. Consultando gli orari dei treni avevo creato un itinerario preciso e prenotato alberghi in posti che non sapevo nemmeno che esistessero. Ma subito mi sono resa conto che l’unico modo per apprezzare gli spostamenti in treno, lenti e poco frequenti, era abbandonare il mio programma a tappe forzate.

Fonte: RFI

Guardando giù dal terrazzino dell’albergo, con ai piedi le ciabattine infradito, ho visto la strada trasformarsi in un fiume. Le auto erano bloccate. Ovunque scattavano degli allarmi. I tavoli e le sedie dei bar andavano alla deriva trascinati dalla corrente.

La mattina successiva, decisa a non perdere un altro giorno a causa del maltempo, ho lasciato l’albergo e ho acquistato l’ombrello più grande che sono riuscita a trovare, per poi dirigermi alla stazione illudendomi che avrei potuto recuperare terreno sul mio itinerario. Invece, appena arrivata, ho scoperto che tutti i treni che coprivano la prima tratta erano cancellati.

Per salvare la seconda parte del viaggio (dato che almeno nella Sicilia occidentale i treni viaggiavano ancora), ho raggiunto Siracusa e ho deciso di compiere un breve tragitto fino a Noto (circa 35 chilometri a sudest) a bordo di un treno colorato e praticamente vuoto, composto da un unico vagone.

Giuseppe Mandolfo, uno dei pochi passeggeri, mi ha raccontato che prende quel treno cinque volte alla settimana per completare i suoi studi all’accademia di polizia. “Non vedo l’ora di comprare un’auto”, mi ha confessato, sottolineando che i treni sono “poco frequenti, lenti e inaffidabili”.

Proprio nel momento in cui Mandolfo ha smesso di parlare, il convoglio ha frenato rumorosamente e si è fermato. Per un’ora abbiamo aspettato l’arrivo di un altro treno che ci avrebbe permesso di proseguire. Nel timore di restare nuovamente bloccata, sono tornata a Siracusa e ho deciso di attendere che l’imminente ciclone mediterraneo facesse il suo corso. Presto l’intera città ha chiuso i battenti. Affidandomi al mio italiano arrugginito ho scoperto che su alcune tratte i treni erano stati sostituiti dagli autobus. Sono tornata alla stazione e poco dopo un grosso pull­man si è presentato davanti all’ingresso.

Non mi sarei aspettata di prendere così pochi treni nel mio viaggio dedicato alle ferrovie, ma sono stata comunque felice di procedere in autobus

Stefano Giluno, l’autista, sembrava felice di vedermi. D’altronde, ero la sua unica passeggera. Giluno ha manovrato il mezzo con impressionante destrezza fra le strade allagate e i vicoli contorti, fino a raggiungere il comune di Rosolini.

La stessa cosa si è ripetuta per gran parte del tempo. Non mi sarei aspettata di prendere così pochi treni nel mio viaggio dedicato alle ferrovie regionali, ma sono stata comunque felice di procedere in autobus, tra una fermata e l’altra, ammirando di sfuggita le vecchie stazioni nelle periferie siciliane.

L’atmosfera di una gloria svanita che avvolgeva quegli edifici scrostati era un motivo sufficiente a rallegrarmi. Mi ha colpito anche il fatto che le stazioni fossero usate come punti di ritrovo, soprattutto dai giovani che volevano starsene un po’ fuori dalle loro case affollate per rilassarsi.

Il fascino della lentezza

Nei miei precedenti viaggi in Sicilia avevo capito che la domenica i trasporti pubblici possono essere problematici, così avevo programmato di passare un giorno di riposo a Ragusa, una cittadina collinare sulla linea Siracusa-Gela-Canicattì. Ma il lunedì ho avuto un altro contrattempo. Il mio treno era stato cancellato a causa di una festività religiosa. Ridendo della mia cattiva sorte, mi sono rassegnata a restare nella splendida Ragusa, dedicando gran parte del tempo a visitare un cimitero nella parte nord della città.

Il giorno dopo, finalmente, ho potuto riprendere il mio viaggio, per di più su un treno in orario. Per una giornata tutto è andato esattamente come avevo immaginato: a bordo di un vecchio treno composto da un solo vagone ho attraversato lentamente paesaggi incantevoli, con il sole che finalmente si faceva vedere.

Alla fine sono arrivata a Gela, una città costiera nella cui stazione ferroviaria non ho visto neanche una donna. Gli uomini del posto erano radunati al bar a giocare a carte. Non mi sentivo particolarmente a mio agio, così ho attaccato bottone con Giancarlo Zaccaria, che fa il macchinista. L’ho osservato mentre si avvicinava a un’estremità del treno e rimuoveva dai fari dei filtri rossi che poi ha reinserito all’altra estremità del convoglio. Qualcosa in quella scena mi ha ricordato quello che amo nei treni regionali: l’informalità e la praticità di chi può fare affidamento solo su risorse limitate.

Nella Sicilia occidentale, in un clima molto più piacevole, il mio viaggio ha preso una piega più prevedibile. Ho percorso 160 chilometri in tre giorni, con tappe a Castelvetrano, Marsala e Trapani. Lungo il percorso ho notato che in questa parte dell’isola, spesso dimenticata, a prendere i treni sono soprattutto gli immigrati africani. Ho scoperto anche che i controllori non solo verificano i biglietti dei passeggeri, ma devono anche controllare i segnali dei semafori. E soprattutto ho capito che molti italiani non usano i treni, perché spesso sono lenti e poco affidabili.

Eppure, nonostante il cattivo tempo, le ferrovie regionali (e gli autobus sostitutivi) mi hanno portata in giro per la Sicilia per meno di cento euro. È una sfida che consiglierei a chiunque volesse cedere al fascino dei viaggi lenti. Ma con una raccomandazione: prima di partire, controllate le previsioni del tempo. ◆ as

Sanne Derks è una fotogiornalista freelance e antropologa olandese. Ha realizzato questo reportage grazie a una borsa di Pictoright, un’organizzazione olandese che tutela i diritti d’autore.

Questo articolo è uscito sul numero 1475 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati