Dakar, Freetown, Abidjan, Accra, Lagos: le grandi città dell’Africa occidentale vanno incontro a un futuro molto difficile a causa delle emissioni di gas serra dei paesi ricchi. Siccità, inondazioni e violenze spingono gli abitanti di questa regione verso le città costiere, che però stanno diventando un esempio di come i cambiamenti climatici possono aggravare problemi già esistenti. L’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), presentato il 28 febbraio, parla estesamente dell’Africa, in particolare di quella occidentale.

Più della metà della popolazione africana vive in città come Lagos, che oggi ha quindici milioni di abitanti. Le persone si spostano nei centri urbani perché non riescono più a sostenersi con l’agricoltura, che in Burkina Faso, per esempio, impiega l’80 per cento della forza lavoro. Le piogge sono ormai imprevedibili e le siccità molto intense. Ma i cambiamenti non sono uniformi: l’Africa occidentale sta diventando più umida a est e più secca a ovest. Quando arriva la pioggia, violenti nubifragi portano via lo strato superficiale dei terreni, rovinando le coltivazioni. Così i raccolti hanno una resa minore: oggi quella del mais è inferiore del 6 per cento rispetto agli anni sessanta. Per chi vive dell’allevamento di bestiame, le temperature più alte significano una riduzione dei pascoli. Inoltre si stanno diffondendo parassiti che uccidono i bovini e le capre.

La situazione è più difficile anche per chi lavora all’aperto. Rispetto a un secolo fa, le temperature medie in Africa occidentale sono aumentate di un grado. Entro il 2050 saliranno probabilmente di un altro grado, e questo solo nello scenario migliore, in base al quale la temperatura media globale aumenterà di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Dagli anni sessanta, nella regione è cresciuto anche il numero di giorni in cui le temperature hanno superato i 35 gradi. Negli ultimi vent’anni le ondate di afa sono diventate più intense e lunghe. Chi nasce oggi ad Abidjan sperimenterà cinque volte più ondate di calore rispetto ai nati negli anni sessanta del novecento.

Cambiano i mari

Entro il 2060 si andrà oltre i 40 gradi per più di 110 giorni all’anno. Se le temperature globali aumenteranno di due gradi, le ondate di caldo saranno più frequenti del 35 per cento e più intense del 37 per cento rispetto a quanto succederebbe se l’incremento fosse contenuto entro 1,5 gradi. Con l’accordo sul clima di Parigi, i paesi si sono impegnati a raggiungere il primo obiettivo, aspirando al secondo, grazie proprio all’insistenza dei paesi africani.

Dal rapporto dell’Ipcc emerge inoltre che, tra il 1990 e il 2010, l’economia africana è cresciuta il 14 per cento in meno di quanto avrebbe potuto fare se non ci fosse stata l’emergenza climatica. Questo significa una riduzione del potere d’acquisto. E quando le persone vivono in città, senza coltivare i loro prodotti, hanno bisogno di denaro per comprare da mangiare. In alcuni casi, fattori esterni come la guerra in Ucraina, che ha fatto aumentare il prezzo del mais del 10 per cento e più, aggravano una situazione già difficile.

Nelle città di mare il pesce è un’importante fonte di proteine e ferro. Secondo le migliori previsioni, il pescato si ridurrà del 40 per cento nei prossimi anni. Gli oceani si sono scaldati, e i branchi di pesci si spingono più a nord per trovare temperature dell’acqua adatte. Questo senza tenere in considerazione il pericolo rappresentato dalle flotte di pescherecci stranieri, che con la pesca intensiva impoveriscono le acque africane.

Da sapere
Promesse da mantenere

◆“La tempesta sta arrivando”, titola il settimanale panafricano The Continent. In copertina si vede il Monumento al rinascimento africano di Dakar (una statua alta 49 metri) sott’acqua. I costi del riscaldamento globale per l’Africa saranno alti, scrive il giornale, e “per adattarsi alla nuova realtà si dovrebbero spendere 17 dollari all’anno per ogni africano (20 miliardi di dollari in totale). All’ultima conferenza sul clima i paesi più inquinanti hanno promesso aiuti per cento miliardi di dollari all’anno. Sono un sacco di soldi. Nessuno li ha ancora visti”.


Quindi le persone dovranno fare più affidamento sulle città per risolvere i loro problemi. Ma in questi centri si commettono gli stessi errori di sviluppo del passato. Il rapporto sostiene che gli sforzi di adattamento ai cambiamenti climatici sono stati pochi, lenti e “pensati per rispondere a crisi o rischi a breve termine”. Le città, per esempio, stanno inglobando aree umide, foreste di mangrovie e altri ecosistemi che funzionano molto bene per arginare le inondazioni e le alluvioni. Le alternative in cemento – come la barriera marina lunga più di sei chilometri che circonda il progetto di sviluppo immobiliare Eko Atlantic a Lagos – dovrebbero avere la stessa funzione, ma non sono altrettanto efficaci né economiche.

Eko Atlantic è stata costruita per i ricchi, mentre i nigeriani che lasciano le campagne vanno a vivere ai margini delle città. In Africa il 59 per cento della popolazione urbana vive in insediamenti informali, costruiti su terreni inutilizzati che potrebbero invece essere usati per contenere le alluvioni. In queste aree mancano infrastrutture come la rete idrica e le fognature, e le temperature all’interno di una baracca in lamiera sono fino a cinque gradi più alte dell’esterno.

Dato che il mondo si sta riscaldando e chi inquina non se ne assume la responsabilità, le città africane (e i governi) devono reagire. Secondo il rapporto dell’Ipcc, per farlo hanno bisogno di coinvolgere le comunità e valorizzare le conoscenze tradizionali: per risolvere problemi complessi serve una varietà di punti di vista. Questo significa investire nei servizi pubblici come l’istruzione e la sanità, per dare alle persone più armi contro gli eventi estremi. Significa proteggere gli spazi verdi e gli acquitrini, investire nei sistemi d’irrigazione in modo da aiutare gli agricoltori e semplificare le procedure per inviare denaro da un paese all’altro, così le famiglie potranno aiutare parenti e amici.

Il rapporto finisce con un avvertimento. Il tempo a disposizione è poco. Bisogna agire al più presto o ci ritroveremo con città sovraffollate, dove gli eventi meteorologici estremi si aggiungeranno ai precedenti fallimenti. E sarà ovunque una disgrazia, ma in modo particolare in Africa occidentale. ◆ gim

Questo articolo è uscito sul numero 1451 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati