Dieci anni per tornare in sella. Tanto è servito a Saif al Islam Gheddafi per organizzare il suo ritorno in politica dopo la rivolta popolare del febbraio 2011, che fece cadere il regime guidato da suo padre Muammar. Con un video girato il 14 novembre a Sebha, Gheddafi ha ufficializzato la sua candidatura alle presidenziali in programma il 24 dicembre e si è mostrato in una nuova veste. Con indosso un turbante, somigliava al padre come non mai.

Una settimana prima era cominciata la registrazione delle candidature per le elezioni presidenziali e legislative – le prime a suffragio universale nella storia libica – in un momento di stallo del processo politico cominciato a febbraio e appoggiato dalla comunità internazionale. I nomi dei candidati circolavano da più di un mese: oltre a Gheddafi, c’è l’uomo forte dell’est della Libia, il maresciallo Khalifa Haftar. Si attendono anche le candidature del presidente della camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh, e del primo ministro Abdul Hamid Dbaibah.

Da settembre la legge elettorale, che deve garantire l’effettivo svolgimento dello scrutinio, è paralizzata dal braccio di ferro tra la camera dei rappresentanti e l’alto consiglio di stato libico (l’equivalente del senato), con sede a Tripoli. Le legislative sono già state posticipate a gennaio del 2022, mentre il 24 dicembre si dovrebbe tenere il primo turno delle presidenziali, salvo eventuali rinvii.

Nel tentativo di preservare il voto, i
leader di una trentina di paesi (tra cui Russia, Turchia, Egitto, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti) si sono incontrati il 12 novembre a Parigi. E hanno deciso d’imporre sanzioni contro “individui o enti che, dentro e fuori la Libia, cercheranno di ostacolare, indebolire, manipolare o distorcere il processo elettorale”. In realtà l’incontro “è servito soprattutto ad apportare alcune modifiche semantiche al testo della dichiarazione conclusiva da cui si capisce che le elezioni non si svolgeranno necessariamente quest’anno. Il 24 dicembre non è più una data inderogabile”, osserva Jalel Harchaoui, esperto di Libia. Un boccone amaro per la comunità internazionale, che si scontra con le fratture del paese, acuite da alcuni “grandi centri di potere che disprezzano l’idea della democrazia liberale”, prosegue il ricercatore, riferendosi a russi, turchi ed emiratini, tutti impegnati sul campo di battaglia in Libia dagli anni 2019-2020.

Sull’onda della nostalgia

Il ritorno in politica di Saif al Islam Gheddafi è un altro colpo per l’occidente. Negli ultimi anni il figlio del Colonnello è diventato un sostenitore della violenza: già nel 2011 aveva promesso di versare “fiumi di sangue” per fermare le proteste e oggi è ricercato dalla Corte penale internazionale. Tra quelli della famiglia che avevano un capitale politico da spendere è l’unico a essere sopravvissuto. Dal punto di vista simbolico, la sua visibilità sottrae credibilità al processo elettorale, spiega Harchaoui. Gheddafi “tira l’acqua al suo mulino: vuole mostrare che il sistema esistito finora è tanto fragile da poter essere sconvolto da un suo semplice ritorno in scena”.

A grandi linee, la sua strategia consisterà nel fare leva sugli anni d’instabilità e di guerra per proporsi come l’“uomo forte”, in grado di tenere insieme il paese. Gheddafi potrà contare sulle simpatie di una parte dei giovani libici che, pur essendo scesi in piazza nel 2011 contro il regime, hanno nostalgia degli anni della dittatura. “La situazione prima della rivoluzione non era perfetta, ma era stabile: c’era un paese, un governo, un regime”, ci ha detto Feras Bosalum, 32 anni, di Bengasi.

Tuttavia, avverte Harchaoui, “un conto è la nostalgia, un altro la possibilità di convertire questo sentimento in voti”. Nonostante negli ultimi anni alcune personalità del vecchio regime abbiano acquisito nuova forza, il clan Gheddafi è tutt’altro che unito. Le riforme avviate da Saif al Islam negli anni duemila gli alienarono i favori di una parte della classe dirigente. “Alcuni gheddafisti lo detestano per i danni che causò al regime. Ma non lo ammetteranno mai perché sanno di essere in una vetrina che ha bisogno di essere restaurata”, conclude Harchaoui. ◆ gim

Questo articolo è uscito sul numero 1436 di Internazionale, a pagina 29. Compra questo numero | Abbonati