Nel distretto di Qadi Askar ad Aleppo, il 5 luglio 2015. (Zein Al Rifai, Amc/Afp)

Ad Aleppo anche l’acqua è un’arma di guerra

Nel distretto di Qadi Askar ad Aleppo, il 5 luglio 2015. (Zein Al Rifai, Amc/Afp)
21 ottobre 2015 15:28

Nonostante gli intensi bombardamenti, gli amici uccisi davanti ai suoi occhi e la mancanza di elettricità, Layana Darwish ha continuato a vivere ad Aleppo, in Siria, durante i quattro anni di guerra civile, riuscendo perfino a diplomarsi. Quello che alla fine l’ha spinta a partire non sono stati i cecchini o le bombe ma la costante difficoltà nel trovare acqua pulita.

I civili hanno pagato il prezzo degli scontri tra le forze governative siriane e vari gruppi ribelli nella capitale economica della Siria, una città di due milioni di abitanti dove le persone si riparano dal fuoco dei cecchini dietro ad autobus capovolti e automobili impilate una sull’altra.

Aleppo, oggi, è divisa tra una parte ovest, controllata dal governo, e una est, controllata dai ribelli. Entrambe le parti sono riuscite a privare l’altra di acqua, il che per le Nazioni Unite e la Croce rossa significa utilizzarla come “arma di guerra” contro i civili. “La crisi idrica significa la catastrofe”, dice Darwish, che ha 28 anni e ha lasciato la parte di Aleppo controllata dal governo solo qualche settimana fa, andando in Turchia.

“Puoi immaginarti di vivere senza elettricità? Be’, io l’ho fatto. Siamo riusciti ad adattarci a mancanze e rischi di ogni tipo. Ma l’acqua è una cosa diversa, come si può vivere senza?”, ha dichiarato, comunicando via internet. Gli abitanti, dice, si sono ridotti a scavare pozzi di fortuna. Ma a volte l’acqua che riescono a estrarne non è potabile. Suo fratello, che ha bevuto l’acqua di un pozzo, si è ammalato.

In media gli abitanti di Aleppo hanno accesso all’acqua corrente solo per metà del mese

Un lavoratore dell’Unicef, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia, ha riferito che sono stati rilevati casi di tifo e salmonella dovuti al consumo di acqua inquinata. Fouad Halaq, che lavora come soccorritore volontario ad Aleppo est, afferma che le famiglie povere sono state costrette a scegliere tra l’acquisto di cibo e quello di acqua pulita. “Una bottiglia d’acqua da un litro e mezzo costa circa 75 lire siriane (quaranta centesimi di dollaro). Una famiglia di sei persone non può spendere una cifra simile solo per l’acqua, o non avrà niente da mangiare”, spiega.

Un addetto dell’Unicef, Maher Ghafari, afferma che anche l’acqua in bottiglia venduta dalle aziende private non è necessariamente sicura, eppure le famiglie fanno code di ore per acquistarla. “Una bambina è rimasta in coda per quattro o cinque ore, per poi accorgersi che i sette litri che doveva trasportare erano troppo pesanti. A quel punto è crollata a terra e si è messa a piangere”, racconta Ghafari.

Una rete idrica vulnerabile

In media gli abitanti di Aleppo hanno accesso all’acqua corrente solo per metà del mese, spiega da Damasco Pawel Krzysiek della Croce rossa. Secondo lui “non è abbastanza, anche se le persone cercano di ricorrere a misure d’emergenza, come delle cisterne d’acqua”. La Croce rossa è al lavoro per facilitare l’accesso alle falde superficiali e ha creato delle mappe per aiutare le persone a individuare la sorgente più vicina.

A provocare questa penuria sono i danni alle forniture idriche ed elettriche. Di recente alcuni combattimenti hanno colpito una centrale elettrica e gli scontri hanno impedito agli ingegneri di ripararla, continua Krzysiek.

Ma la crisi idrica è imputabile anche alle tattiche militari delle parti in conflitto, che privano volontariamente i civili di beni essenziali, denunciano le organizzazioni umanitarie internazionali. Ad agosto l’Unicef ha dichiarato di aver registrato 18 interruzioni volontarie alle forniture idriche nel corso dell’anno.

La rete idrica ad Aleppo è particolarmente vulnerabile perché nel suo percorso attraversa aree controllate da formazioni diverse. La stazione di pompaggio sul fiume Eufrate, da cui parte l’acqua, è controllata dai jihadisti del gruppo Stato islamico mentre quella successiva, nel quartiere di Soleiman al Halabi, nella parte est della città, è controllata da forze ribelli rivali. La stazione finale è in mano al governo.

Quest’anno il gruppo Stato islamico ha tagliato le forniture d’acqua dell’Eufrate per qualche giorno. A luglio, sostiene Ghafari, ha ridotto la fornitura d’acqua al 40 per cento dei livelli abituali, un taglio drastico effettuato durante due torridi mesi estivi. Inoltre, continua, anche i combattenti del Fronte al nusra, un gruppo islamista radicale rivale, hanno sfruttato il loro controllo su Soleiman al Halabi, interrompendo la fornitura idrica per tre settimane, a luglio, per fare pressione sul governo affinché ripristinasse l’elettricità.

Nessuno riesce a intravedere una soluzione

Le stazioni di pompaggio dipendono dalla fornitura d’elettricità, controllata dal governo. Tutte le città in Siria devono affrontare delle penurie, ma i residenti di Aleppo sostengono che spesso ricevono l’elettricità solamente per un’ora al giorno, e talvolta nemmeno quella. Quando manca l’elettricità per far funzionare la stazione di pompaggio di Soleiman al Halabi, l’acqua spesso si perde nel fiume Quweiq, che scorre tra al Halabi e la stazione finale. L’Unicef sta contribuendo a installare dei serbatoi e delle strumentazioni di potabilizzazione a valle, in modo che l’acqua non vada dispersa e possa quindi essere raccolta, afferma Ghafari.

Finora ci sono poche indicazioni che il governo o i gruppi ribelli siano in grado di rompere lo stallo e prendere il controllo di Aleppo, permettendo così il ritorno a una vita normale. Nel frattempo sono i civili a pagare il prezzo dei combattimenti.


Le parti belligeranti si sono trincerate nelle loro posizioni e combattono rispondendo colpo su colpo e uccidendo soprattutto dei civili. Delle 577 persone uccise ad Aleppo tra gennaio e settembre di quest’anno, 559 erano civili, secondo l’organizzazione Syrian network for human rights, che monitora la situazione.

Vaste aree della città sono state ridotte in macerie. Tra i siti distrutti ci sono mercati e moschee all’interno della città vecchia, che rientra nel patrimonio dell’umanità dell’Unesco. “A quanto pare le parti in conflitto traggono un vantaggio dalla guerra, mentre i civili ne pagano il prezzo”, osserva Darwish. “Nessuno riesce a intravedere una soluzione”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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