Le truppe del generale Khalifa Haftar, un controverso comandante militare che servì l’ex dittatore Muammar Gheddafi, durante una manifestazione a Bengasi in Libia, il 14 agosto 2015.

Tutte le incognite dell’accordo di pace sulla Libia firmato in Marocco

Le truppe del generale Khalifa Haftar, un controverso comandante militare che servì l’ex dittatore Muammar Gheddafi, durante una manifestazione a Bengasi in Libia, il 14 agosto 2015.
17 dicembre 2015 18:41

L’accordo mediato dalle Nazioni Unite per un governo di unità nazionale in Libia è stato sottoscritto a Skhirat in Marocco da alcuni rappresentanti delle fazioni impegnate nel conflitto che da sedici mesi ha gettato nel caos il paese nordafricano. Il principale obiettivo dell’intesa, patrocinata dall’inviato speciale dell’Onu Martin Kobler e avallata dai partecipanti alla recente conferenza internazionale di Roma, è stabilizzare il paese per contrastare l’avanzata del gruppo Stato islamico (Is).

Oltre a Kobler, al momento della firma erano presenti in Marocco i ministri degli esteri italiano, Paolo Gentiloni, spagnolo, José Manuel García-Margallo, e turco, Mevlüt Çavuşoğlu.

Nonostante l’accordo, la frammentazione delle forze politiche e militari del paese non offre molte garanzie di ottimismo, come dimostrato anche oggi da un gruppo consistente di deputati libici del parlamento di Tobruk e del Congresso nazionale di Tripoli che ha lasciato la sala subito prima della cerimonia della firma. Secondo l’emittente Libya tv la contestazione sarebbe iniziata poco dopo l’arrivo di Kobler.

I deputati hanno sostenuto di non poter firmare un accordo senza che fosse completata la lista con i nomi dei vicepremier e dei ministri del governo di riconciliazione. Dopo un’ora di trattative sui nomi da inserire, l’accordo è stato trovato e i deputati sono rientrati nella sala.

L’intesa prevede la creazione di un governo di unità da parte del consiglio presidenziale composto da nove membri (tre della Tripolitania, tre della Cirenaica e tre del Fezzan). Il parlamento di Tobruk diventerà l’unica camera legislativa, mentre i deputati di Tripoli andranno a far parte del consiglio di stato, che avrà poteri solo consultivi. Il consiglio presidenziale sarà guidato da Fayez Serraj, deputato di Tobruk originario di Tripoli.

Il contesto. Tre anni dopo che il regime di Muammar Gheddafi è stato rovesciato da un’insurrezione sostenuta militarmente da una coalizione guidata da Stati Uniti, Francia e Regno Unito, in Libia si è scatenata una guerra civile tra due fazioni rivali. Da un lato c’è il parlamento eletto nel giugno del 2014 con le elezioni riconosciute dalla comunità internazionale. Dominata da una coalizione di liberali e nazionalisti ai quali si sono uniti alcuni ex dirigenti del regime di Gheddafi, tutti accomunati dall’ostilità verso gli islamisti, quest’assemblea ha dovuto ritirarsi a Tobruk, nell’est del paese.

Contro di essa si è schierato il parlamento uscente, il congresso nazionale generale con sede a Tripoli, nell’ovest del paese, controllato dalle forze islamiste alleate alla città mercantile di Misurata in una coalizione battezzata Alba libica. Su questa frattura principale si sono innestati vari conflitti locali che vedono scontrarsi identità intranazionali in pieno risveglio, in particolare nel sud (Fezzan), lacerato da sanguinosa guerra tra le tribù tebu e ouled slimane.

L’intervento dell’Onu. Per risolvere la crisi tra i due campi rivali di Tripoli e Tobruk che, al di là delle ripercussioni umanitarie, danneggia lo sfruttamento petrolifero nel paese, le Nazioni Unite hanno avviato un processo di pace. L’ex inviato speciale dell’Onu, Bernardino León, ha fatto la spola tra i due campi per molti mesi. La sua mediazione si è concretizzata, nell’ottobre scorso, in una proposta di ripartizione del potere con un governo di unità nazionale.

Ma con l’avvicinarsi del momento della firma, entrambi i parlamenti si sono divisi tra oppositori e partigiani dell’accordo e, tra questi ultimi, tra i fautori di una soluzione immediata e quanti esigevano delle modifiche: dissensi interni che hanno aggravato la frammentazione generale già esistente.

Un’intesa dalle basi fragili. In questo contesto non era del tutto chiara la rappresentatività dei delegati dei due campi che nelle ultime ore hanno raggiunto Skhirat, che comunque non avevano un mandato ufficiale delle rispettive presidenze. I due presidenti dei parlamenti di Tobruk e Tripoli erano infatti ostili alla riunione di Skhirat, e hanno sconfessato in anticipo chiunque dichiarasse di agire per conto della rispettiva assemblea.

Nuri Abu Sahmain, il presidente del congresso nazionale generale, e Aguila Salah Issa, presidente del parlamento di Tobruk, sono contrari a una risoluzione politica sotto supervisione dell’Onu che non prometta loro alcun avvenire politico personale. Hanno inoltre bloccato qualsiasi tipo di voto all’interno dei loro rispettivi parlamenti, impedendo così ai sostenitori dell’accordo di verificare il loro effettivo seguito. Ignorando questi boicottaggi, le Nazioni Unite hanno continuato a cercare una possibile soluzione politica, nominando in particolare un governo provvisorio di unità nazionale la cui guida è stata affidata a una personalità poco nota, Fayez Serraj.

Il dialogo libico-libico. Il metodo unilaterale di Bernardino León ha però ulteriormente esacerbato il risentimento, che ha cominciato ad assumere contorni nazionalistici. È così emerso un nuovo mantra, l‘“opposizione all’ingerenza straniera”, fondata sul ricordo dell’occupazione coloniale. In questo contesto inedito i due presidenti, Nouri Abu Sahmain (Tripoli) e Aguila Salah Issa si sono riavvicinati, lanciando così un nuovo processo di dialogo detto “libico-libico”, la cui riunione inaugurale si è tenuta a Tunisi il 6 dicembre scorso. Attualmente l’unico fondamento alla base dell’apertura di questo nuovo canale di discussione è la comune ostilità verso le Nazioni Unite.

Per quanto riguarda il campo di Tripoli, questa animosità è stata rafforzata dallo scandalo scoppiato intorno a Bernardino León. È infatti emerso che il diplomatico spagnolo, quando ancora era incaricato del dossier libico (ha ceduto il suo posto a Martin Kobler a inizio novembre), era già in trattativa per assumere il ruolo di direttore dell’accademia diplomatica degli Emirati Arabi Uniti. Considerando che gli Emirati hanno sostenuto decisamente la fazione di Tobruk, a Tripoli la scoperta di questa relazione ha gettato discredito sull’imparzialità di León. Si tratta certamente di una motivazione opportunistica, ma è stata sfruttata dai “falchi” di Tripoli.

La pace parallela. Questo secondo canale contrario al processo di pace dell’Onu ha assunto nuove dimensioni il 15 dicembre a Malta, con l’incontro tra Abu Sahmain e Salah. Si trattava di un evento inedito: i due uomini non si erano infatti mai incontrati dallo scoppio della guerra civile nell’estate 2014. Allo stato attuale, i contenuti della loro nuova alleanza sono molto incerti. Nessuno sa come riusciranno a risolvere le controversie di legittimità che li oppongono da sedici mesi. Ma probabilmente non è questa la loro priorità: il loro obiettivo immediato è sabotare l’iniziativa dell’Onu. E il fatto che controllino il territorio attraverso gruppi di miliziani, a cui sono legati i loro parlamenti, offre ai due uomini un grosso vantaggio.

La sede del nuovo governo guidato da Fayez Serraj dovrebbe essere a Tripoli, ma se le milizie che oggi controllano la capitale si opporranno a questa ipotesi dovrà ritirarsi altrove. E quindi la sua sovranità sul paese resterà ampiamente teorica.

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Pierre Haski