Tokuo Hayakawa nel tempio buddista di Naraha, nella prefettura di Fukushima, Giappone, l’11 febbraio 2016. (Toru Hanai, Reuters/Contrasto)

Ritorno a Fukushima cinque anni dopo il terremoto

Tokuo Hayakawa nel tempio buddista di Naraha, nella prefettura di Fukushima, Giappone, l’11 febbraio 2016. (Toru Hanai, Reuters/Contrasto)
04 marzo 2016 14:27

Tokuo Hayakawa porta con sé un dosimetro tornando nel tempio buddista di Naraha, la prima città nella “zona d’esclusione” intorno Fukushima a riaprire completamente dai tempi della catastrofe che ha colpito il Giappone, l’11 marzo 2011. Alcuni tesserini con la scritta “no all’energia nucleare” adornano il suo vestito nero buddista.

Hayakawa è uno dei pochi abitanti ad aver fatto ritorno in questa città agricola da quando, cinque mesi fa, ha cominciato a riaccogliere i profughi nucleari.

La città, che si trova ai margini della zona d’evacuazione di venti chilometri creata intorno alla centrale di Fukushima Daiichi, avrebbe dovuto essere un modello di ricostruzione.

Cinque anni fa uno dei più grandi terremoti della storia ha scosso il nordest del paese. Lo tsunami di dieci metri che ne è derivato si è abbattuto sulla centrale elettrica della costa provocando la fusione di tre reattori e costringendo le città vicine a essere evacuate. Il disastro ha ucciso almeno 19mila persone in Giappone e provocato danni per un valore di circa 150 miliardi di dollari.

Solo 440 abitanti sugli 8.042 abitanti che vivevano a Naraha prima del disastro hanno fatto ritorno nella città: di loro, circa il 70 per cento ha più di sessant’anni.

“La popolazione di questa regione finirà sicuramente per estinguersi”, dice il settantaseienne Hayakawa, che spiega di non poter coltivare cibo perché le risaie sono ancora contaminate. I campi abbandonati sono disseminati di grossi sacchi di plastica pieni di terriccio e detriti radioattivi.

Avendo pochi riti da celebrare nel suo tempio, costruito seicento anni fa, Hayakawa dedica le sue energie a fare campagna contro l’energia nucleare in Giappone. I suoi 54 reattori fornivano oltre il 30 per cento del fabbisogno energetico del paese prima del disastro.

Oggi solo tre unità sono tornate a funzionare dopo una lunga chiusura successiva al disastro nucleare di Fukushima. E altre dovrebbero ricominciare a funzionare.

“Non posso chiedere a mio nipote di essere il mio erede”, spiega Hayakawa indicando la foto del suo giovane, ormai diciottenne, che entra nel tempio con una tuta nucleare, dopo il disastro. “È impossibile rianimare questa città”, aggiunge. “Sono tornato per assistere alla sua morte”.

La ricostruzione di Naraha e di altre città nel devastato nordest del paese è fondamentale per rivitalizzare il Giappone

La cosa non farebbe felice il primo ministro giapponese Shinzo Abe. La ricostruzione di Naraha e di altre città nel devastato nordest del paese, secondo lui, è fondamentale per rivitalizzare il Giappone.

Tokyo ha promesso d’investire 26mila miliardi di yen (232 miliardi di dollari) in cinque anni per ricostruire l’area del disastro e altri seimila per i cinque anni successivi.

Una città scomparsa

Oltre 160mila persone sono state costrette a lasciare le città intorno alla centrale nucleare di Daiichi. Circa il 10 per cento di loro vive ancora in abitazioni temporanee nel comune di Fukushima. La maggior parte di loro si è trasferita fuori dalla sua città d’origine e ha cominciato una nuova vita.

A Naraha il principale centro commerciale cittadino è formato da due ristoranti, un supermercato e un ufficio postale, tutti ospitati in edifici prefabbricati. Il ristorante chiude alle tre del pomeriggio.

La mattina, di solito, gli anziani si trovavano sul lungomare e osservano le centinaia di sacchetti pieni di rifiuti nucleari. Questi sacchetti sono uno spettacolo frequente in città: nei boschi, nell’oceano e nei campi di riso abbandonati.

Non c’è quasi niente di normale a Naraha. Molte case danneggiate dal disastro sono state abbandonate. Buona parte della popolazione cittadina è composta da operai che lavorano alla chiusura dei reattori di Daiichi, di proprietà della Tokyo Electric Power Co (Tepco) o in opere di decontaminazione sul territorio cittadino.

Altri lavoratori stanno costruendo una nuova barriera marina alta 8,7 metri lungo un tratto della costa di Naraha di quasi due chilometri, simile ad altre barriere marine in costruzione nel nordest.

Un campo da golf locale è stato trasformato in dormitorio per i lavoratori e alcune famiglie hanno affittato la loro casa agli operai.

“Oggi Naraha è una città d’operai”, spiega Kiyoe Matsumoto, un’abitante della città di 63 anni, aggiungendo che i suoi figli e nipoti non pensano di tornare a casa.

Sacchi di plastica che contengono terriccio e detriti radioattivi sulla spiaggia di Naraha, l’11 febbraio 2016. (Toru Hanai, Reuters/Contrasto)

Il futuro della città dipende dal ritorno dei giovani, secondo gli abitanti. Ma dato il persistere di preoccupazioni legate alle radiazioni, sono tornate solo 12 persone con meno di 30 anni.

A gennaio i livelli di radiazione a Naraha erano compresi tra gli 0,07 e i 0,49 microsievert (l’unità di misura della dose equivalente di radiazione) all’ora, vale a dire tra gli 0,61 e i 4,3 millisievert all’anno. Si tratta di un livello paragonabile all’obiettivo del governo, cioè un millisievert all’anno, e ai tre millisievert all’anno a cui in media è sottoposto un cittadino degli Stati Uniti a causa di radiazioni sotterranee naturali.

L’importante calo di radiazioni nell’atmosfera ha permesso al governo, il 5 settembre 2015, di revocare l’ordine di evacuazione. “L’orologio che si era fermato ha ricominciato a ticchettare”, ha dichiarato l’Agenzia di ricostruzione del Giappone sul suo sito web.

“Ci si attende che la ricostruzione di Naraha diventi un modello di ritorno dei suoi abitanti in città interamente abbandonate”, è scritto sul comunicato dell’agenzia.

Il primo ministro Shinzo Abe ha visitato la città un mese dopo, ripetendo uno dei suoi slogan preferiti: “Senza la ricostruzione di Fukushima, non potrà esserci la ricostruzione del nordest del Giappone. E senza la ricostruzione del nordest, non ci sarà alcuna rinascita del Giappone”.

Ma con poche persone che fanno ritorno, il lavoro del dipartimento di ricostruzione di Naraha ha poco senso, secondo un funzionario del comune che ha chiesto di rimanere anonimo e ha aggiunto, “Non so perché (Abe) è venuto”.

Nel suo tempio buddista, parte del quale è stato trasformato in un ufficio per la sua campagna antinucleare, Hayakawa ha definito l’idea che Naraha possa essere un modello di ricostruzione, “una gigantesca menzogna”.

“Non c’è alcuna ricostruzione e la città non tornerà quella che era prima dell’11 marzo 2011. Il governo lo sa benissimo. Un ‘modello’? Sono solo parole”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato sull’agenzia di stampa britannica Reuters.

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