Florence Hartmann durante il suo arresto all’Aja il 24 marzo 2016. (Robin van Lonkhuijsen, Afp)

Una giornalista in cella accanto a Mladić: il caso di Florence Hartmann

Florence Hartmann durante il suo arresto all’Aja il 24 marzo 2016. (Robin van Lonkhuijsen, Afp)
28 marzo 2016 16:35

La giornalista francese Florence Hartmann si trova in una situazione surreale. Detenuta dal 24 marzo all’Aja dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Tpij), l’ex corrispondente di Le Monde in Bosnia ha adesso l’occasione di osservare il suo nuovo “compagno” di prigionia Ratko Mladić, sotto processo per genocidio e crimini contro l’umanità, mentre passeggia nel cortile e chiacchiera con gli altri prigionieri, mentre lei è in isolamento e subisce condizioni di detenzione “del tutto inutili, ingiustificate e sproporzionate”, secondo il suo avvocato.

Giornalista, e una dei primi reporter ad aver rivelato l’ampiezza delle operazioni di pulizia etnica in Croazia e in Bosnia Erzegovina nella prima metà degli anni novanta, diventata in seguito portavoce del procuratore generale del Tpij Carla Del Ponte (2000-2006), è stata condannata nel 2009 per aver “ostacolato il corso della giustizia”, cioè per aver menzionato in un libro due decisioni confidenziali di questa istituzione internazionale creata da una risoluzione dell’Onu (a questo link il comunicato ufficiale del tribunale).

Giovedì 24 marzo mentre assisteva alla sentenza del processo contro Radovan Karadzić, condannato a quarant’anni di prigione per le sue responsabilità nell’assedio di Sarajevo e per il massacro di Srebrenica, Florence Hartmann è stata arrestata dalle guardie del tribunale sostenute dalla polizia olandese, sotto gli occhi dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime che hanno cercato di impedire l’arresto.

Secondo il suo avvocato, Guénaël Mettraux, Hartmann è oggi detenuta in “condizioni di massima sorveglianza per impedire possibili tentativi di suicidio, cosa che significa che la sua cella è illuminata 24 ore su 24 e che è controllata da una guardia ogni 15 minuti”. “La prigioniera è isolata dagli altri detenuti e ha ricevuto solo la visita del console francese”, ha spiegato all’Afp dopo averne chiesto la liberazione.

I sopravvissuti al massacro di Srebrenica e i parenti delle vittime hanno cercato di impedire l’arresto della giornalista

Inizialmente condannata a un’ammenda di settemila euro nel 2009, Hartmann ha visto la sua pena convertita in sette giorni di prigione nel 2011, dopo aver rifiutato di versare il denaro ai Paesi Bassi. In seguito i giudici avevano chiesto alle autorità francesi di arrestarla e di trasferirla all’Aja, ma Parigi ha sempre rifiutato.

Al Guardian l’avvocato Mettraux ha precisato di aver presentato tre richieste al tribunale e in particolare una in cui si chiede che la detenuta “sia liberata dopo aver scontato i due terzi della pena, come è stato concesso ai criminali di guerra condannati dal Tpij e dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda”. “Ho chiesto che sia concessa la stessa cosa a una giornalista, così da liberarla martedì”. Ma a causa delle festività pasquali l’avvocato teme che le sue richieste non saranno esaminate prima di martedì.

In reazione alla visita del console francese, il figlio di Florence Hartmann citato dal Guardian parla di un “gesto cortese”, di “una visita di cortesia”, ma osserva che non è stato fatto “molto”. Soprattutto in merito al Tpij Stéphane Hartmann si rammarica che “questa presunta giustizia sia in vacanza, visto che anche lunedì sarà festivo! Mia madre dovrà rimanere in prigione per tutto questo tempo. La sola cosa che possiamo fare per contribuire alla giustizia è quella di raccontare questa vicenda”.

Documenti riservati su Srebrenica
Come ricorda il Courrier des Balkans, il tribunale rimprovera a Florence Hartmann di aver parlato nel 2007, nel suo libro Paix et châtiment, Les guerres secrètes de la politique et de la justice internationale (Pace e castigo. Le guerre segrete della politica e della giustizia internazionale), di due decisione del Tpij rispettivamente del 2005 e del 2006 che avrebbero dovuto rimanere confidenziali. Con queste due decisioni il Tpij si impegnava a non rendere pubblici i documenti che la Serbia poteva consegnargli e soprattutto a non trasmetterli alla Corte internazionale di giustizia, in particolare i verbali segreti delle riunioni del Consiglio supremo di difesa della Jugoslavia. In cambio del riserbo sulla sua cooperazione, la Serbia ha consegnato dei documenti che sono stati usati in diversi processi e in particolare in quello contro Slobodan Milosević.

Ma secondo Florence Hartmann questi documenti fondamentali provavano il coinvolgimento diretto della Serbia nei crimini commessi in Bosnia e, se fossero stati trasmessi alla Corte internazionale di giustizia (Cig), avrebbero potuto portare quest’ultima a dichiarare la Serbia colpevole di genocidio a Srebrenica (dove quasi ottomila fra uomini e ragazzi sono stati massacrati nel 1995, in questa “zona di sicurezza” sotto la teorica protezione dell’Onu). In effetti lo stato serbo era stato accusato di genocidio dalla Bosnia Erzegovina di fronte alla Cig.

Secondo l’ex giornalista di Le Monde è proprio questa condanna per genocidio che il Tpij ha cercato di evitare. “Diverse decisioni della Tpij mostrano chiaramente che il ‘black out’ è stato concesso per non compromettere la posizione della Serbia nel processo intentato dalla Bosnia davanti alla Corte internazionale di giustizia”, osservava nel 2008 la giornalista in un articolo pubblicato sul Bosnian Institute di Londra.

Dopo il suo arresto diverse associazioni di difesa dei diritti dell’uomo e altre organizzazioni si sono mobilitate in tutti i paesi dell’ex Jugoslavia per chiederne la liberazione, riferisce il Courrier des Balkans. Il Fondo per il diritto umanitario di Belgrado ritiene che sia stata arrestata “per la sua lotta per la verità”, mentre l’Associazione dei giornalisti croati (Hnd) chiede la “sua liberazione immediata” ed è stata lanciata una petizione in favore della sua liberazione.

Al centro della questione ci sono due documenti riservati sulle responsabilità della Serbia nel genocidio di Srebrenica, rivelati da Florence Hartmann nel suo libro

In Francia, oltre a una reazione di Bernard Henri-Lévy, diversi ricercatori, autori e registi ne chiedono la “liberazione immediata” in un testo pubblicato sul sito della rivista Esprit. “Arrestando la giornalista Florence Hartmann, andata insieme alle vittime e ai rappresentanti delle vittime bosniache ad assistere all’udienza finale del processo [di Karadzić] e mettendola in prigione insieme ai criminali di guerra che ha continuamente denunciato sia come giornalista sia come portavoce del procuratore del Tpij, questo tribunale – che Florence Hartmann ha servito ma senza tacere i suoi eccessi – ha purtroppo fatto di questo bel giorno un giorno di vergogna per la giustizia penale internazionale”, scrivono i firmatari dell’appello fra cui l’antropologa Véronique Grappe-Nahoum (Ehess), i registi Romain Goupil e Jean-Luc Godard, il magistrato Antoine Garapon e il ricercatore presso l’Istituto di alti studi sulla giustizia Joël Hubrecht (anche il direttore di Le Monde, Jérôme Fenoglio, ha scritto un commento sul suo arresto, ndr). “Questa ingiustizia è soprattutto diventata il simbolo di una deriva tanto scandalosa quanto grottesca del Tribunale dell’Aja”, continuano i firmatari. “L’istituzione dimostra un accanimento che la disonora anziché dimostrare la sua inflessibilità”. Per ora il portavoce del tribunale non ha commentato l’arresto.

Nel 2009 i giudici del Tpij avevano condannato Hartmann perché ritenevano che la sua condotta rischiava in futuro di “dissuadere gli stati sovrani dal fornire gli elementi di prova nel quadro della loro cooperazione con il tribunale. Questo si sarebbe ripercosso sulla capacità del tribunale stesso nel perseguire e punire le violazioni gravi del diritto internazionale umanitario”. “La fiducia dell’opinione pubblica nell’efficacia delle misure di protezione, delle ordinanze e delle decisioni è indispensabile per il tribunale per poter portare a termine la sua missione”, avevano osservato i giudici, che cercavano “di dissuadere l’accusata o chiunque altro dal divulgare in futuro delle informazioni confidenziali”.

Tuttavia già all’epoca alcuni mezzi d’informazione serbi avevano parlato delle notizie confidenziali diffuse da Hartmann. I suoi sostenitori invocano soprattutto la libertà di stampa e il diritto di informare. “Il diritto alla libertà di espressione sulle questioni trattate dalla giustizia internazionale dipende dal verdetto del Tpij”, aveva scritto Reporters sans frontières nel 2009, alla vigilia della prima sentenza. Due anni dopo la condanna di Hartmann è stata confermata e nei suoi confronti è stato spiccato un mandato d’arresto.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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