Uno dopo l’altro i paesi membri abbandonano la Corte penale internazionale (Cpi), il tribunale penale internazionale incaricato di giudicare chi è accusato di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra. Il 16 novembre è stata la Russia ad annunciare la sua intenzione di ritirare la firma dallo statuto di Roma, il trattato che ha istituito la Cpi nel 2002. Mosca rimprovera a questa istituzione la sua mancanza di indipendenza e di efficacia, scrive la Bbc.

Di fatto questa decisione è arrivata dopo che la Cpi ha pubblicato le conclusioni preliminari della sua inchiesta sull’Ucraina: nel documento si legge che la situazione della Crimea e del Donbass rappresenta un conflitto armato e quindi rientra nelle competenze della corte. Il rapporto, “particolarmente imbarazzante” per il Cremlino, “demolisce la versione di Putin del conflitto ucraino, secondo il quale la Russia sarebbe stata solo uno spettatore innocente”, osserva Forbes.

In realtà l’annuncio di Mosca rimane un gesto “simbolico”, perché la Russia (come gli Stati Uniti) ha firmato, ma mai ratificato lo statuto di Roma. La giurisdizione della corte non si estende quindi alla Russia. “Si tratta più di uno schiaffo morale che di un vero e proprio colpo all’istituzione”, commenta una giurista sul New York Times.

Tuttavia questo nuovo ritiro potrebbe rappresentare l’inizio di una “disintegrazione” della Cpi. In ottobre tre paesi africani – il Sudafrica, il Burundi e il Gambia – hanno formalmente notificato il loro ritiro dalla corte. Anche il Kenya e l’Uganda hanno espresso la loro intenzione di ritirarsi e si parla addirittura di un ritiro collettivo dell’Unione africana.

Un futuro incerto
Il 17 novembre è stato il presidente filippino Rodrigo Duterte a dirsi pronto a seguire l’esempio della Russia e a ritirarsi dalla Cpi, denunciando le critiche occidentali contro la repressione condotta nel suo paese nel quadro della lotta contro i trafficanti di droga, scrive Usa Today.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, protagonisti di un’inchiesta sui loro militari e spie in Afghanistan, “la nuova amministrazione quasi sicuramente annullerà il già limitato e timido impegno dell’amministrazione Obama nei confronti della corte”, scrive Slate.

“Un numero sempre più ridotto di paesi che la riconoscono significherebbe un tribunale indebolito nelle sue competenze e nella sua legittimità”, osserva The Huffington Post. Per la Cpi è giunto il momento di ripensare il suo funzionamento per rimanere uno strumento affidabile al servizio del diritto internazionale.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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