L’ex presidente del Ciad Hissène Habré in tribunale a Dakar, in Senegal, il 30 maggio 2016.

Ricomincia il processo storico contro l’ex dittatore del Ciad

L’ex presidente del Ciad Hissène Habré in tribunale a Dakar, in Senegal, il 30 maggio 2016.
11 gennaio 2017 12:14

Il duello che contrappone Hissène Habré alla giustizia africana non è ancora terminato. Il 9 gennaio è cominciato a Dakar il processo in appello dell’ex presidente del Ciad (1982-1990). L’accusato, che non era presente in aula, contesta la validità della sentenza resa otto mesi fa dalle Camere africane straordinarie, un tribunale speciale creato dal Senegal e dall’Unione africana.

Soprannominato il “Pinochet africano” per le atrocità commesse durante il suo “regno”, Habré a maggio era stato condannato all’ergastolo per crimini di guerra, crimini contro l’umanità, torture e violenze sessuali. Oggi gli avvocati della difesa cercano di far annullare questa sentenza, che secondo loro sarebbe caratterizzata da vizi di procedura.

Gli avvocati sostengono che i diritti del loro cliente non sono stati rispettati e che uno dei quattro giudici non soddisfaceva le condizioni necessarie per poter svolgere la sua funzione. A loro volta gli avvocati delle parti civili denunciano una meschina manovra per annullare la sentenza, in quanto tutte le informazioni relative ai magistrati erano state pubblicate mesi prima del processo senza che nessun reclamo fosse stato avanzato.

Destituito in seguito a un colpo di stato nel 1990, che ha portato al potere Idriss Déby Itno (ancora in carica), e costretto all’esilio in Senegal, Habré, 74 anni, è accusato di aver compiuto crimini terribili tramite la sua polizia politica, la temibile direzione della documentazione e della sicurezza (dds). Secondo una commissione di inchiesta creata in Ciad dopo la sua destituzione, il governo di Habré sarebbe responsabile della morte di circa 40mila persone.

Anche le associazioni di difesa dei diritti umani, e in particolare Amnesty international, affermano che Habré conduceva una “politica di tortura deliberata per scoraggiare qualunque forma di opposizione”. Fra i metodi più utilizzati dai suoi uomini c’erano le scariche elettriche, la quasi asfissia e le bruciature di sigaretta.

Per Gaëtan Mootoo, ricercatore sull’Africa occidentale ad Amnesty international, citato da Voice of America Afrique, il processo di Habré ha un carattere storico per più di un motivo. Prima di tutto perché è “il punto di arrivo di un’accanita battaglia condotta da migliaia di vittime e dai loro parenti” per ottenere giustizia. Inoltre perché ha “fatto nascere la speranza in altre parti del mondo che sia possibile mettere fine all’impunità anche quando quest’ultima sembra molto radicata”.

La decisione del tribunale sarà resa nota entro il 30 aprile, data in cui termina il mandato delle Camere africane straordinarie, ma resta aperta una domanda: l’ex dittatore potrà beneficiare di uno sconto di pena? Alcuni lo temono, in particolare dopo le dichiarazioni del presidente del Senegal Macky Sall, che ha definito “severa” la sentenza di primo grado.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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