(Kateryna Soroka, Getty Images)

Perché l’arte femminile è venduta sotto costo?

(Kateryna Soroka, Getty Images)
15 giugno 2019 09:58

Una rosa non è sempre una rosa: dipende da chi la dipinge. In un lavoro di recente pubblicazione, quattro studiosi dimostrano come le opere create da artiste siano vendute nelle aste a un prezzo inferiore rispetto alle opere di artisti, e sostengono che questo non sia dovuto né al talento né alle scelte tematiche. Semplicemente succede perché sono opere di donne.

Come campione gli autori si sono serviti di 1,9 milioni di transazioni effettuate nel corso di aste che si sono tenute in 49 paesi diversi tra il 1970 e il 2016. Dai dati è risultato che le opere d’arte create da donne sono valutate il 42 per cento in meno rispetto a quelle create da uomini. Va comunque detto che a dettare i prezzi in sede di asta è anche la fama di alcuni autori la cui produzione artistica viene tenuta in grande considerazione. Se si escludono le opere vendute a più di un milione di dollari a esemplare, la differenza diventa del 19 per cento.

Una spiegazione di tale fenomeno potrebbe essere che le donne scelgono soggetti particolari. Questo, in parte, è vero: per esempio a dipingere rose sono molto più spesso le donne (tra cui Helen Allingham, britannica, pittrice di acquerelli), mentre sono meno numerose le autrici di paesaggi. Eppure salta fuori che i soggetti più fortemente associati ad artiste di sesso femminile vengono comunque venduti a un prezzo altissimo, non sono scontati. In effetti i ricercatori non sono riusciti a spiegare il prezzo minore dell’arte femminile nemmeno con fattori come la grandezza, lo stile usato o il materiale di realizzazione del dipinto, né con l’età delle autrici.

A migliori condizioni della donna nel paese di origine corrisponde una minore svalutazione delle sue opere

Si potrebbe anche contemplare l’ipotesi che le donne abbiano minor talento rispetto agli uomini. Per verificare questa possibile teoria, gli studiosi hanno condotto due esperimenti. Nel primo sono stati mostrati alcuni quadri di dieci artisti poco conosciuti a un campione di mille persone, alle quali è stato chiesto di indovinare il sesso degli autori. Le risposte si sono rivelate esatte nel 50,5 per cento dei casi, un po’ come quando si lancia una moneta. In breve, il pubblico medio non sa distinguere un autore da un’autrice.

Per condurre il secondo esperimento i ricercatori si sono avvalsi di un programma informatico che ha generato dei dipinti assegnandoli a un autore o un’autrice in maniera casuale. Hanno poi chiesto ai partecipanti di valutare le opere e dargli un prezzo. Ne è risultato che le persone più ricche (quelle che con più probabilità frequentano aste) hanno attribuito un minor valore economico alle opere di donne. A prescindere quindi dal talento artistico.

Può darsi che questi ricchi osservatori fossero a conoscenza della svalutazione delle opere femminili e si siano regolati di conseguenza, ma questo non risolve i dubbi sull’origine di questo fenomeno.

Ci sono altri due dati significativi che dimostrano come questa differenza di trattamento sia dovuta a fattori culturali anziché al talento artistico. In primo luogo i ricercatori hanno preso in considerazione il rapporto tra il minor valore attribuito all’arte femminile e la discriminazione di genere nei paesi in cui erano state tenute le aste. L’altro dato si è basato sugli indici (come quelli redatti da Nazioni Unite e Forum economico mondiale) che guardano fattori come il livello di istruzione e la possibilità di partecipazione alla vita politica. In genere, per le opere di un’artista di fama media, a migliori condizioni della donna nel paese di origine corrispondeva una minore svalutazione delle sue opere (ci sono comunque le eccezioni che confermano la regola: in Brasile, per esempio, l’arte femminile è risultata molto apprezzata).

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La notizia positiva è che la svalutazione dell’arte femminile si è andata riducendo con il tempo. Stando allo studio, per le transazioni al di sotto del milione di dollari la differenza di prezzo si è drasticamente ridotta dal 33 per cento degli anni settanta all’8 per cento registrato dopo il 2010. Questo dato, però, conferma il pregiudizio alla base di questa differenza: chiaramente la bravura non ha mai avuto legami con la disparità di valutazione. Ma la riduzione del divario ha anche un’altra implicazione. Infatti mentre il divario diminuiva c’è stato un aumento del rendimento dell’arte femminile: dagli anni settanta in poi si sono registrati più investimenti in opere d’arte realizzate da donne. I collezionisti dovrebbero quindi mettere da parte i loro pregiudizi: ora che il mondo dell’arte non è più un dominio esclusivamente maschile, gli esseri umani farebbero bene a puntare sulle donne.

(Traduzione di Mariachiara Benini)

Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale britannico The Economist.

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