Una cerimonia dedicata alla divinità Mazu a Macao, in Cina, aprile 2019. (Imaginechina/Ap/Ansa)

In Cina rifiorisce la religione tradizionale

Una cerimonia dedicata alla divinità Mazu a Macao, in Cina, aprile 2019. (Imaginechina/Ap/Ansa)
11 ottobre 2019 12:41

Ci sono vari modi per valutare se il Partito comunista cinese approva o meno una data istituzione. Una targa di ottone con su scritto un nome, emesso da una sezione del partito o dello stato, è un segnale. Un timbro può essere usato come un ulteriore segno di rispettabilità.

Ma la migliore dimostrazione dell’approvazione da parte delle autorità, forse, è l’emissione di una grande quantità di scartoffie burocratiche. Fatto piuttosto sorprendente, un tempio della dinastia Ming nascosto in un vicolo fuori dal porto di Shipu, uno dei più grandi centri di pesca della Cina orientale, rispetta tutte queste condizioni.

Oasi di pace profumata d’incenso e composta di legno rosso e di logore pietre da lastricato, questo tempio è dedicato a Mazu, una fanciulla del decimo secolo che salvò miracolosamente i suoi parenti da un naufragio e diventò in seguito una divinità cara a pescatori e marinai. Gli abitanti più anziani ricordano l’epoca in cui il tempio rischiava la distruzione perché considerato un relitto di superstizioni d’epoca feudale.

Pregare senza nascondersi
Durante la rivoluzione culturale, tra il 1966 e il 1976, quando i siti sacri furono rasi al suolo dai maoisti, e un numero imprecisato di preti e monaci furono messi a morte, il tempio divenne una scuola elementare. Le guardie rosse cercarono di saccheggiare il luogo, racconta Han Sulian, una volontaria del tempio. Ma gli abitanti “minacciarono di picchiarli, costringendoli a rinunciare al loro proposito”, ricorda con orgoglio la donna. I marinai non hanno mai smesso di credere in Mazu, aggiunge. E indossavano sacchetti pieni d’incenso come talismani segreti quando lasciavano Shipu per dare la caccia ad anguille e corvine gialle nel mar Cinese orientale.

Anche se formalmente la tolleranza nei confronti di cinque fedi è stata reintrodotta nel 1982, le regole si sono inasprite con Xi Jinping

Oggi i pescatori non devono più nascondere le loro preghiere. Ho visitato il tempio il 16 settembre, alcune ore prima che arrivassero gli alti papaveri del partito e altri funzionari. Erano a Shipu per inaugurare la stagione della pesca, mettendo fine al blocco imposto il 1 maggio per consentire alla fauna ittica di riprodursi. Una targa di ottone sulla facciata scolorita del tempio indica che l’edificio è autorizzato dal comitato per gli affari etnici e religiosi della provincia di Zhejiang. All’interno, nuove banderuole ricamate in raso giallo sono disposte sull’altare, pronte per essere contrassegnate in rosso con il simbolo del tempio, prima di essere messe a sventolare dagli alberi delle navi.

Scartoffie e pile di fogli con su scritte le preghiere, conciliano fede e burocrazia. Uno di questi fogli contiene i numeri di scafo di due navi, i nomi dei loro comandanti e alcune invocazioni scritte a mano affinché le imbarcazioni trovino mari calmi e tornino sane e salve. Gli equipaggi daranno fuoco a questi pezzi di carta prima di lasciare Shipu, un grazioso porto circondato da ripide colline boscose. Nel frattempo le donne del posto sono impegnate a mettere ordine tra le bottiglie di vino rimaste dopo un banchetto di pescatori che si è tenuto la notte precedente. Questo banchetto all’aria aperta, svoltosi sotto lo sguardo dei funzionari pubblici e filmato dalla televisione di stato, è culminato in una processione di pescherecci illuminati e spinti verso l’acqua. Le imbarcazioni, con a bordo statue di Mazu e di altre divinità, hanno sfilato davanti ai turisti radunati al porto, che illuminavano la scena sollevando in aria i loro smartphone.

Il partito resta ufficialmente ateo. Anche se formalmente la tolleranza nei confronti di cinque fedi – buddismo, taoismo, islam e due varianti del cristianesimo, protestantesimo e cattolicesimo – è stata reintrodotta nel 1982, sei anni dopo la morte di Mao Zedong, le regole si sono inasprite con il presidente Xi Jinping, che ha fatto appello alla “sinizzazione” della religione. In un linguaggio più chiaro, questo significa che tutte le fedi religiose devono, in ultima istanza, inchinarsi a un credo meno spirituale, fatto di patriottismo organizzato dal partito e valori familiari.

Un sostegno da Taiwan
La repressione delle istituzioni statali ha preso di mira i musulmani, accusati di eccessivo zelo religioso, soprattutto nella regione occidentale dello Xinjiang, dove centinaia di migliaia di musulmani, perlopiù della minoranza uigura, sono stati detenuti in campi di rieducazione. I buddisti tibetani vivono in uno stato di sorveglianza perlopiù inaccessibile agli stranieri. Anche nel prospero Zhejiang i funzionari hanno disposto di rimuovere da centinaia di chiese le croci troppo visibili, e hanno chiuso le “chiese domestiche” non autorizzate. Al contrario, alcune forme di devozione religiosa sono incoraggiate, specialmente quelle con radici in Cina e grandi numeri di fedeli tra i cinesi all’estero.

La devozione nei confronti di Mazu rientra in questa categoria. Nel corso dei secoli i migranti provenienti dalle province marittime della Cina hanno costruito templi a questa divinità, nota anche come Tinahou, da Macao alla Malesia. L’adorazione di Mazu è classificata, in maniera conveniente, come una credenza popolare e non come religione, fa notare Zhou Jinyan dell’Associazione cinese per lo scambio culturale Mazu, un ente semiufficiale. Questo permette una regolamentazione più morbida e la promozione degli obiettivi economici e politici di questa fede.

Mazu ha un importante seguito a Taiwan. Nel 2011 Xi ha invitato i funzionari di stato a “ricorrere il più possibile” a Mazu per riconquistare i taiwanesi, molti dei quali hanno legami ancestrali con la madrepatria. Il denaro taiwanese ha permesso di costruire un vistoso nuovo tempio dedicato a Ruyi, una divinità sorella di Mazu, su una collina sopra Shipu. Buona parte dei fondi è arrivata dai parenti del defunto “Blacky” Ko Sau Leung, un popolare cantante e stuntman noto per essere saltato nel fiume Giallo con un’automobile sportiva. Ko era uno delle migliaia di abitanti dello Zhejiang che si trasferirono nella Taiwan controllata dai nazionalisti nel 1955, quando il controllo delle isole più al largo, dove essi abitavano, venne assunto dalle forze comuniste, alcuni anni dopo la guerra civile cinese. Molti si stabilirono nel porto taiwanese di Fugang, soprannominato “piccola Shipu”. I credenti di Fugang sono ospiti riveriti del festival della pesca di Shipu, dove si radunano a frotte indossando magliette con su scritto “dea del mare”.

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Le grandiose cerimonie in onore di Mazu erano ignote quarant’anni fa, quando Zhou Quanyang, il proprietario di un peschereccio da 150 tonnellate, era un bambino, e la Cina era un luogo molto più povero. “Solo quando hai la pancia piena e un po’ di denaro cominci a pregare”, spiega Zhou. Tutti i pescatori credono in Mazu, dice, mentre le 2.800 imbarcazioni vengono approntate per la stagione di pesca. Tuttavia sua figlia, una studente universitaria, non è credente. Questo genera l’inattesa compassione della mia guida, un funzionario dell’ufficio di propaganda locale che assiste alla conversazione. Con un padre che si occupa di un’attività così pericolosa, sua figlia “dovrebbe probabilmente essere più credente, e pregare per suo padre”, esclama il funzionario.

Mazu ha dei rivali, come dimostrano i caratteri cinesi che recitano “Emmanuel” dipinti in maniera discreta su alcune imbarcazioni messe in mare. Un centinaio di barche è proprietà di cristiani, sostiene Peter, un protestante del luogo. I dirigenti del partito vedono la cristianità come un intruso venuto dall’estero. È per questo che promuovono la religione tradizionale e la “fiducia nella propria cultura”. Tuttavia la vita dei pescatori impone una fede più profonda, sostiene Peter: l’oceano ricorda all’essere umano quanto questi sia piccolo di fronte alla natura.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale britannico The Economist.

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