22 giugno 2021 12:20

In sella alla sua motocicletta, con indosso una maglietta con il logo di una grande azienda, Kyaw Soe sembra uno delle migliaia di addetti alle consegne di cibo che attraversano Rangoon, la più grande città del paese. Ma la sua borsa non contiene cibo. È un utile travestimento per eseguire una missione che gli impone di muoversi in tutta la città, non alla ricerca dei numeri civici ma di nascondigli dove inserire esplosivi.

Kyaw Soe (nome di fantasia) appartiene a un gruppo clandestino di persone che cercano di destabilizzare la giunta militare della Birmania, facendo saltare le case e gli uffici di quanti lavorano per il regime. Prima che l’esercito effettuasse un colpo di stato, quattro mesi fa, ponendo fine a un esperimento decennale di democrazia e restaurando nel paese un governo militare, Kyaw Soe “non aveva mai osato prendere in mano una pistola”. A febbraio e marzo, lui e altre centinaia di migliaia di birmani sono scesi in piazza per protestare pacificamente contro il golpe.

Ma la brutale repressione dell’esercito, che ha ucciso più di 850 persone, arrestandone seimila, ha spinto molte delle persone che si oppongono al colpo di stato a cambiare strategia e tattica. La resistenza non vuole più soltanto vanificare il colpo di stato, ma anche domare l’esercito, che ha governato il paese per la maggior parte degli ultimi sessant’anni. Alcuni parlamentari deposti hanno formato un governo ombra e cittadini comuni come Kyaw Soe hanno preso le armi. Nelle città, agenti clandestini stanno uccidendo funzionari del governo militare. Nelle campagne, milizie di recente formazione attaccano le unità dell’esercito. Anche prima della nascita di questo “movimento rivoluzionario”, come lo definisce lo storico birmano Thant Myint-U, la Birmania era segnata da insurrezioni su base etnica. Dopo il colpo di stato molte di queste milizie etniche hanno lanciato offensive contro l’esercito, più noto come Tatmadaw. La proliferazione delle rivolte armate è la più importante sfida all’egemonia dell’esercito da una generazione a questa parte.

Le forze più agguerrite tra quelle schierate contro il Tatmadaw sono le milizie etniche. Due dei più antichi e più nutriti gruppi ribelli, l’Esercito per l’indipendenza kachin (Kia) e l’Esercito di liberazione nazionale karen (Knla), hanno lanciato delle offensive a marzo, occupando basi dell’esercito e commissariati di polizia negli stati di Kachin e Karen. Una sanguinosissima battaglia vicino al confine cinese, andata avanti per mesi, “ha visto alcuni dei combattimenti più pesanti tra il Kia e il Tatmadaw”, dice Anthony Davis, esperto di sicurezza. Nel corso degli scontri, ad aprile, un battaglione dell’esercito è stato spazzato via quasi per intero in soli due giorni.

Il Tatmadaw sta addirittura soccombendo in alcuni scontri a bassa intensità con ribelli meno esperti, dotati di fucili da caccia fatti in casa. Il 31 maggio le Forze di difesa delle nazionalità karenni (Kndf), una forza eterogenea di gruppi ribelli consolidati e nuove milizie dello stato di Kayah, ha teso un’imboscata a 150 soldati. Per rappresaglia l’esercito ha schierato elicotteri, caccia da combattimento e artiglieria pesante. Anche se la rivendicazione del Kndf di aver ucciso ottanta soldati è probabilmente un’esagerazione, spiega Davis, le proporzioni della rappresaglia suggeriscono che il Tatmadaw abbia subìto perdite umilianti. Davis sospetta che queste truppe esperte siano state probabilmente schierate per respingere il Kia e il Knla, lasciando che truppe meno capaci affrontino nuovi gruppi come il Kndf, che conoscono meglio il terreno e sono più motivate. “Noi stiamo difendendo la nostra terra”, dice Thomas, responsabile dell’informazione del Kndf (che si fa chiamare solo per nome). “Le forze del regime si limitano a eseguire degli ordini”.

Fatto insolito, il Tatmadaw deve anche fare i conti con la furia dei bamar, il gruppo etnico di maggioranza, che si concentra nel centro del paese. Migliaia di attivisti urbani hanno ricevuto un addestramento militare rudimentale nei fortini delle milizie etniche nella giungla. In seguito, come nel caso di Kyaw Soe, sono tornati nelle città per mettere a frutto le loro nuove competenze. Più di trecento bombe sono esplose da febbraio in commissariati, banche statali e uffici governativi, secondo il sito web d’informazione Radio Free Asia (Rfa). La giunta militare sostiene che più di trecento “innocenti” siano stati uccisi in attentati e sparatorie dopo il colpo di stato, anche se Rfa può confermare solo 12 omicidi. Allo stesso tempo, nelle zone rurali, decine di nuove milizie che hanno dichiarato fedeltà al governo ombra hanno attaccato commissariati, si sono scontrate con i soldati e hanno teso imboscate ai convogli militari.

È la prima volta che obiettivi militari nel centro del paese sono stati attaccati con armi pesanti

Ci sono segni di coordinamento tra i ribelli etnici e i combattenti bamar. Alla fine di aprile sono stati lanciati razzi di fabbricazione cinese contro due basi dell’aviazione nel centro della Birmania. Queste armi sono state quasi certamente ottenute dal Kia o dal Knla, spiega Davis, ma nessuno dei due gruppi avrebbe potuto armare e sparare i proiettili nel centro della Birmania senza l’aiuto dei bamar locali. È la prima volta che obiettivi militari nel centro del paese sono stati attaccati con armi pesanti.

Il Tatmadaw sta subendo gravi perdite. Davis stima che, tra le file delle forze di sicurezza, ci siano stati cinquecento morti dal colpo di stato. La creazione, a maggio, di una milizia ausiliaria per pattugliare le grandi città e i villaggi mostra quanto l’esercito sia messo alla prova. Anche Min Aung Hlaing, il comandante in capo, ha ammesso in un’intervista con un’emittente di Hong Kong a maggio che la situazione non è “sotto controllo al cento per cento”.

Ma il Tatmadaw è lungi dall’essere sconfitto. Anche se i suoi avversari si unissero, come spera il governo ombra, i suoi circa 350mila soldati continuerebbero a far impallidire i circa ottantamila effettivi totali dei ribelli. Nell’ultimo decennio l’esercito si è dotato di un arsenale di armi sofisticate, che gli permettono di organizzare offensive combinate di terra e aria. Una risoluzione approvata il 18 giugno dall’Assemblea generale dell’Onu, che chiede la fine delle vendite di armi alla Birmania, la fine della violenza e il rilascio dei detenuti, farà poca differenza. I due maggiori fornitori del Tatmadaw, Cina e Russia, si sono infatti astenuti.

Ci sono state centinaia di defezioni dall’esercito dopo il colpo di stato, ma è molto improbabile che siano sufficienti a influenzare l’esito del conflitto. Le sorti del Tatmadaw, inoltre, potrebbero cambiare con il passare del tempo. Le ostilità con i gruppi ribelli etnici, che vivono negli altipiani del paese, sono di solito sospese quando arriva la stagione dei monsoni. Se fosse così anche quest’anno, il Tatmadaw potrebbe essere in grado di ridispiegare le truppe nel cuore del paese, prevede Davis.

pubblicità

L’amministrazione ombra, nota come governo di unità nazionale (Nug), sta cercando di unire le disparate forze antiregime per formare un esercito permanente. Ma i diversi gruppi etnici ribelli diffidano l’uno dell’altro – i precedenti tentativi di cooperazione sono falliti – e del Nug, che è stato formato da un partito politico bamar, criticato prima del colpo di stato per aver ignorato le rimostranze delle minoranze etniche.

“È improbabile che il governo ombra possa mai avere il pieno controllo su tutte le nuove milizie che si sono formate per fermare il colpo di stato, per non parlare delle organizzazioni etniche armate che rimarranno al massimo degli alleati”, dice Kim Jolliffe, un analista. Ma la natura frammentata della resistenza rende anche più difficile, per il Tatmadaw, neutralizzare gli insorti. Lian Hmung Sakhong fa notare che la brutalità dell’esercito ha scatenato la rivolta dell’intero paese. Per la prima volta, da quando alcuni studenti presero le armi dopo la sanguinosa repressione di una rivolta nel 1988, i bamar si stanno unendo ai gruppi ribelli etnici nella loro guerra contro l’esercito. Può darsi che i combattenti della resistenza siano in condizioni d’inferiorità militare rispetto al Tatmadaw, ma Lian Hmung Sakhong, parlando del leader della giunta, dice: “Min Aung Hlaing non può uccidere l’intero popolo, l’intero paese”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.

Internazionale ha una newsletter settimanale che racconta cosa succede in Asia. Ci si iscrive qui.