02 settembre 2022 12:41

Anche in tempi normali, l’economia russa è trasparente quanto una bufera di neve siberiana. E questi non sono tempi normali. Dall’invasione russa dell’Ucraina la Banca centrale di Russia (Cbr) e il Rosstat, l’istituto nazionale di statistica, hanno smesso di pubblicare dati su qualunque cosa, dal commercio agli investimenti. In molti mettono in dubbio l’affidabilità dei dati che continuano a
emergere. Le banche d’investimento, che non forniscono più consulenze sulle aziende russe ai propri clienti, hanno ridimensionato le loro attività di ricerca. Le organizzazioni multilaterali hanno ritirato gli economisti dal paese.

Nella tormenta è scoppiato un dibattito furibondo sullo stato dell’economia russa. Un recente articolo di cinque ricercatori dell’università di Yale sostiene che il ritiro delle aziende occidentali, sommato alle sanzioni, la stia paralizzando. I segni di benessere sono solo illusioni. “Le statistiche selezionate da Putin vengono sbandierate sui mezzi d’informazione e usate da esperti benintenzionati ma superficiali per costruire previsioni che sono eccessivamente e irrealisticamente favorevoli al Cremlino”, sostengono i ricercatori. Altri sono meno pessimisti. “L’economia non sta crollando”, ha scritto Chris Weafer, uno stimato osservatore della Russia, in un recente articolo. Ma dove sta la verità?

Verso la recessione
Dopo che la Russia ha invaso l’Ucraina la sua economia è in caduta libera. Il rublo ha perso oltre un quarto del suo valore rispetto al dollaro. Il mercato azionario è crollato, costringendo le autorità di vigilanza a sospendere le transazioni. Mentre i loro governi imponevano le sanzioni, centinaia di aziende occidentali hanno lasciato la Russia o hanno promesso di farlo. Nel giro di un mese gli analisti avevano rivisto al ribasso le loro previsioni per il pil russo nel 2022 da una crescita del 2,5 per cento a un calo di quasi il 10 per cento. Alcuni sono stati anche più catastrofisti. “Gli esperti prevedono che il pil della Russia crollerà del 15 per cento nel 2022, spazzando via gli ultimi quindici anni di crescita economica”, ha affermato la Casa Bianca. Tutti concordano sul fatto che il paese stia ancora soffrendo. I massicci aumenti dei tassi di interesse in primavera, pensati per stabilizzare il crollo del rublo, insieme al ritiro delle aziende straniere, hanno spinto il paese in recessione.

Secondo i dati ufficiali, nel secondo trimestre il pil è calato del 4 per cento su base annua. Molte delle trecento città russe che si basano su un solo settore industriale, colpite dalle sanzioni, sono in piena recessione. Molte persone, soprattutto tra le categorie più istruite, sono fuggite, mentre altri stanno spostando le loro risorse fuori del paese. Nel primo trimestre del 2022, secondo gli ultimi dati disponibili, gli stranieri hanno portato via dal paese investimenti diretti per un valore di 15 miliardi di dollari, molto probabilmente il peggiore mai registrato. Nel maggio 2022 il valore in dollari delle rimesse russe in Georgia è stato stranamente dieci volte superiore rispetto all’anno precedente.

Meglio del previsto
Ma un’analisi dell’Economist, basata su una vasta gamma di fonti, suggerisce che l’economia russa se la stia cavando meglio di quanto previsto anche dalle stime più ottimistiche, perché le vendite di idrocarburi hanno alimentato un avanzo record delle partite correnti. Prendiamo per esempio “l’indicatore di attività corrente” della Goldman Sachs, una misura in tempo reale della crescita economica. A marzo e aprile questo indice è diminuito drasticamente, forse su una scala paragonabile a quella della crisi finanziaria globale del 2007-2009 o dell’invasione dell’Ucraina del 2014. Ma nei mesi successivi si è ripreso. Anche altri indicatori suggeriscono una recessione, ma non profonda, almeno rispetto agli standard della Russia. Secondo la JPMorgan Chase a giugno la produzione industriale è calata dell’1,8 per cento rispetto all’anno precedente.

Un indice di crescita del settore terziario, stilato inviando questionari ai manager, rivela un calo minore rispetto alle crisi precedenti. I consumi di elettricità, dopo un iniziale calo, sembrano di nuovo in crescita. Il numero di carichi ferroviari, un indicatore della domanda di merci, sta reggendo. Intanto l’inflazione è in calo. Dall’inizio del 2022 alla fine di maggio i prezzi al consumo sono aumentati di circa il 10 per cento. La svalutazione del rublo ha reso più care le importazioni e il ritiro delle aziende occidentali ha ridotto l’offerta. Ma secondo Rosstat ora i prezzi stanno calando. Una fonte indipendente, pubblicata dall’azienda di consulenza State street global markets e dalla PriceStats, che si occupa di dati, mostra tendenze simili ricavate dai prezzi online. La Cbr si dice più preoccupata del crollo dei prezzi che dell’inflazione.

Vista la sua abbondanza di gas, la Russia non subirà limpennata dellinflazione dovuta al prezzo dellenergia che vive lEuropa

L’apprezzamento del rublo ha ridotto il costo delle importazioni e le aspettative sull’inflazione russa sono diminuite. I dati della Federal reserve di Cleveland, dell’azienda di consulenza Morning consult e di Raphael Schoenle dell’università di Brandeis mostrano che l’inflazione prevista per il prossimo anno è scesa dal 17,6 per cento di marzo all’11 per cento di luglio. Inoltre, vista la sua abbondanza di gas, è improbabile che la Russia subisca un’impennata dell’inflazione dovuta al prezzo dell’energia come quella che vivono i paesi europei.

La flessione dei prezzi non è l’unico fattore che sta aiutando le famiglie. È vero, il tasso di disoccupazione, che a giugno è sceso al minimo storico del 3,9 per cento, è fuorviante. Molte aziende hanno messo il personale in aspettativa, spesso senza stipendi, per evitare di registrare i licenziamenti. Ma non ci sono molte prove di un crollo dell’occupazione. I dati presi da HeadHunter, un sito russo di domanda e offerta di lavoro, indicano che il rapporto tra persone in cerca di lavoro e offerte di lavoro su tutti i settori dell’economia è aumentato da 3,8 a gennaio a 5,9 a maggio (rendendo più difficile trovare un lavoro rispetto a prima), per poi tornare a calare un po’.

I dati della Sberbank, il più grande istituto di credito russo, indicano che i salari reali medi sono aumentati drasticamente dalla primavera. In parte perché il mercato del lavoro sta tenendo botta, le persone possono continuare a spendere. I dati della Sberbank indicano che a luglio la spesa reale dei consumatori era praticamente invariata rispetto all’inizio dell’anno. Le importazioni sono diminuite in primavera, anche perché molte aziende occidentali hanno smesso di
fornirle. Tuttavia il calo non è stato grave rispetto agli standard delle recessioni più recenti, e adesso l’import sta rapidamente risalendo.

I russi ricordano la caduta dellUnione Sovietica e hanno imparato ad adattarsi invece che andare nel panico

Tre fattori spiegano perché la Russia continua a battere le previsioni. Il primo sono le politiche. Vladimir Putin non ne sa molto di economia, ma è ben contento di delegare la gestione a chi ne capisce. La Cbr è piena di nerd iperqualificati che sono intervenuti tempestivamente per impedire un collasso economico. Il
raddoppio dei tassi di interesse a febbraio, combinato ai controlli sui capitali, ha sostenuto il rublo, contribuendo a ridurre l’inflazione. Il grande pubblico sa che Elvira Nabiullina, la governatrice della banca centrale, è determinata a tenere a bada i prezzi, anche se questo non fa di lei una figura popolare.

Il secondo fattore ha a che fare con la recente storia economica. Secondo il Washington Post, a febbraio il ministro della difesa russa Sergej Šojgu aveva avvertito il governo britannico che i russi “sanno soffrire come nessun altro”. Questa è la quinta crisi economica che il paese affronta da 25 anni a questa parte, dopo quelle del 1998, 2008, 2014 e 2020. Chiunque abbia più di quarant’anni ricorda il caos economico causato dalla caduta dell’Unione Sovietica. La gente ha imparato ad adattarsi piuttosto che andare nel panico (o ribellarsi). Da tempo alcune parti dell’economia russa sono piuttosto scollegate dall’occidente. Questo ha ridotto la loro crescita, ma ha reso meno dolorosa la recente intensificazione dell’isolamento. Nel 2019 gli investimenti diretti stranieri nel paese valevano circa il 30 per cento del pil, rispetto a una media globale del 49 per cento. Prima dell’invasione solo lo 0,3 per cento dei russi con un lavoro erano impiegati da un’azienda statunitense, rispetto a oltre il 2 per cento nei paesi ricchi. La Russia inoltre ha bisogno di relativamente poche materie prime dall’estero. Così l’ulteriore isolamento non ha avuto finora un grande impatto sui dati.

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Il terzo fattore riguarda gli idrocarburi. Le sanzioni hanno avuto un impatto limitato sulla produzione di petrolio russa, secondo un recente rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia. Dall’invasione la Russia ha venduto all’Unione europea combustibili fossili per un valore di circa 85 miliardi di dollari. Come venga spesa la valuta straniera accumulata in tal modo è un mistero, considerate le sanzioni contro il governo. Ma non c’è dubbio che queste risorse stiano aiutando la Russia a continuare a finanziare le importazioni, oltre che pagare i soldati e comprare armi.

Finché Putin sarà al potere gli investitori occidentali saranno riluttanti a toccare la Russia. Le sanzioni resteranno. La Cbr ammette che anche se la Russia non dipende molto dalle importazioni di risorse, ha però un disperato bisogno di macchinari stranieri. Con il tempo il peso delle sanzioni si farà sentire e il paese produrrà beni di qualità peggiore e a un costo più alto. Ma per ora la sua economia si trascina avanti.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

Questo articolo è uscito sul sito dell’Economist.

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