Davanti a una scuola elementare di Pechino, in Cina, il 18 novembre 2013. (Kim Kyung-Hoon, Reuters/Contrasto)

La politica dei due figli è troppo poco e arriva troppo tardi

Davanti a una scuola elementare di Pechino, in Cina, il 18 novembre 2013. (Kim Kyung-Hoon, Reuters/Contrasto)
30 ottobre 2015 16:55

I dirigenti cinesi hanno dichiarato di voler rivedere la famigerata politica del “figlio unico”, in vigore dalla fine degli anni settanta, permettendo così ai genitori cinesi di avere due figli. La cosa potrebbe sembrare una eclatante vittoria per i diritti umani in un paese dove la libertà di avere più di un figlio è stata a lungo limitata, e così è. Ma il governo ha in mente un obiettivo più concreto.

La popolazione cinese in età lavorativa ha cominciato a ridursi nel 2012, ed entro il 2050 il paese avrà meno di 1,6 lavoratori per ogni pensionato, secondo un rapporto del 2013 del Paulson institute. Si tratta di un dato paragonabile a quello di paesi a bassa crescita e rapido invecchiamento come il Giappone e Singapore. Per invertire la tendenza, dunque, Pechino spera di provocare un boom delle nascite.

Troppo tardi per ringiovanire il paese

Sfortunatamente, a questo punto, anche una politica dei due figli potrebbe essere insufficiente e tardiva. La maggior parte dei cinesi che vivono al di fuori delle grandi città possono già avere due bambini, a volte anche di più. Inoltre, una recente e limitata apertura in tal senso in varie città non è riuscita a spingere molte coppie urbane a volere un secondo bambino.

Il primo passo sarebbe quello di eliminare d’un colpo tutte le politiche di controllo della popolazione

I motivi non sono solamente cinesi: man mano che le società si arricchiscono e si concentrano nelle città, le coppie decidono di avere meno figli. Uno studio del 2012 ha scoperto che tra il 2000 e il 2005, l’urbanizzazione ha contribuito a un netto declino della fertilità in tutte le province della Cina tranne tre. Il governo potrebbe provare a istituire migliori politiche di congedo maternità e a fornire sussidi più generosi per il sostegno all’infanzia. Ma simili politiche non hanno avuto particolare successo a Singapore o in Giappone e ci sono scarsi motivi di credere che funzionerebbero meglio in Cina.

Servono soluzioni più drastiche. Il primo passo sarebbe quello di eliminare d’un colpo tutte le politiche di controllo della popolazione. Sebbene la fertilità totale in Cina sia, a lungo termine, in declino, abolire completamente il tetto delle nascite potrebbe incoraggiare i genitori in contesto rurale ad avere più figli. Ma ciò che in realtà deve fare la Cina, è la stessa cosa che il Giappone ha così a lungo faticato ad accettare: importare forza lavoro.

Portare degli immigrati nel paese più popoloso del mondo può sembrare folle, ma non lo è. La Cina ospita già un’ampia comunità d’immigrati, comprese alcune centinaia di migliaia di africani (perlopiù commercianti) a Guangzhou, circa trenta-quarantamila commercianti arabi a Yiwu, un importante centro mercantile, e centinaia di migliaia di americani, giapponesi ed europei in tutto il paese, molti dei quali lavorano illegalmente come professionisti o creativi.

Forse, però, converrebbe rivolgersi alle sempre più numerose comunità di lavoratori del sudest asiatico che hanno cominciato a essere impiegati nelle fabbriche della Cina meridionale, man mano che la riserva di migranti provenienti dalla campagna ha cominciato a esaurirsi.

Non ci sono statistiche affidabili sul loro numero, ma secondo un’indagine giornalistica della Reuters di agosto, ci sarebbero “almeno trentamila” lavoratori illegali a Dongguan, una delle più note città manifatturiere della Cina, la maggioranza dei quali arriva dal sudest asiatico (negli ultimi quattro mesi ho visto dei birmani lavorare illegalmente in centri di riciclaggio nella provincia del Guangdong).

Le autorità cinesi faticano ad ammettere la portata dei flussi in entrata (probabilmente a causa della corruzione connessa all’attraversamento del confine da parte dei lavoratori), ma i mezzi d’informazione statali ammettono che il numero degli irregolari è cresciuto negli ultimi anni.

Al pari di molti paesi dell’Asia orientale, la Cina non è un luogo di grande diversità

La domanda è quindi come formalizzare e sviluppare una tendenza che è già in atto. Negli ultimi anni, la Cina ha aperto le sue porte agli immigranti altamente qualificati, ma al pari di molti paesi dell’Asia orientale, non è un luogo di grande diversità e i dirigenti, come la popolazione, continuano a diffidare degli stranieri. Esista la possibilità di una naturalizzazione, ma è usata raramente, se non in caso di matrimonio o di persone ritenute importanti per il loro contributo alla società cinese.

Le possibilità che queste regole cambino sono esigue. Ma la Cina potrebbe avviare un programma temporaneo per i lavoratori stranieri indirizzato ai lavoratori delle fabbriche. In previsione delle olimpiadi del 2020, il Giappone sta tentando qualcosa del genere, permettendo l’ingresso temporaneo nel paese ai lavoratori edili specializzati. La Cina potrebbe concentrarsi sulla forza lavoro meno qualificata.

Perché la Cina ha bisogno di lavoratori immigrati

Immaginando che il governo possa stabilire degli standard minimi per quanto riguarda salari e condizioni di lavoro (il che rimane una grossa incognita), un programma ufficiale di visti di lavoro potrebbe davvero rendere la Cina la destinazione preferita per l’imponente massa di lavoratori migranti del sudest asiatico, e che in maggioranza lavorano illegalmente in Malesia e in Thailandia.

Le aziende cinesi potrebbero scegliere la forza lavoro che più gli serve per rimanere competitive rispetto alle altre del sudest asiatico. Dato che aumenta l’automazione nelle fabbriche e cala la domanda di lavoro non qualificato, il programma potrebbe essere esteso ai lavoratori dei servizi, dai camerieri agli infermieri.

Come tutti i paesi in buona parte omogenei dal punto di vista della popolazione, la Cina avrà difficoltà nell’accettare grandi flussi di stranieri. Ma la relativa tolleranza mostrata oggi nei confronti degli espatriati e dei lavoratori stranieri suggerisce, quantomeno, che una piccola porzione di immigrazione legale è possibile.

La prima cosa che deve fare il governo, tuttavia, è cominciare a spiegare ai suoi cittadini perché una simile mossa potrebbe rivelarsi necessaria. Questo tipo d’informazione e coinvolgimento della popolazione potrebbe, un giorno, avere per il futuro della Cina la stessa importanza dell’abolizione dell’odiata politica del figlio unico.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato su Bloomberg View. Per vedere l’originale clicca qui.

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