11 giugno 2016 11:19

Nel giugno del 2014, Mohammed Badawy, studente d’ingegneria, di 23 anni, è stato espulso dall’università del Cairo.

L’università ha dichiarato di averlo fatto perché lo studente avrebbe ostacolato le lezioni e avrebbe commesso delle azioni vandaliche durante una manifestazione contro il governo del presidente Abdel Fattah al Sisi. Badawy sostiene che il vero motivo stia nella sua opposizione al governo e nel suo sostegno ai Fratelli musulmani, un movimento politico indicato come un’organizzazione terroristica dal governo egiziano.

Le forze di sicurezza hanno perquisito la sua abitazione varie volte. Temendo per la sua vita e volendo continuare a studiare, Badawy ha spiegato di aver pagato dei trafficanti di esseri umani affinché lo aiutassero a uscire dal paese. La sua decisione non è inusuale. L’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni, di 28 anni, ha riportato l’attenzione sulle presunte violenze della polizia in Egitto, e una decina di studenti locali hanno dichiarato di essere stati presi di mira nel corso degli ultimi tre anni e di essere regolarmente vittime di abusi da parte delle forze di sicurezza.

La denuncia di uno sforzo congiunto

Regeni era scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016. Il suo corpo è stato ritrovato in un fosso alla periferia della capitale egiziana il 3 febbraio. Mostrava segni di prolungate torture che, secondo le associazioni di difesa dei diritti umani, dimostrano un probabile coinvolgimento delle forze di sicurezza o della polizia egiziana. Funzionari dell’intelligence egiziana e fonti della polizia hanno dichiarato che il giorno della sua scomparsa Regeni era stato fermato dalla polizia e poi trasferito in una struttura gestita dal dai servizi segreti interni. La polizia e il ministero dell’interno hanno negato il loro coinvolgimento e sostengono di non aver mai trattenuto Regeni.

Le associazioni in difesa dei diritti umani e gli studenti affermano che, sotto Al Sisi, nelle università si verificano regolarmente degli atti di persecuzione nei confronti degli studenti, con decine di agenti presenti nei campus, l’espulsione di centinaia di studenti sospettati di simpatie islamiste e frequenti violenze e torture inflitte a molte delle persone arrestate. Alcune ammettono il loro sostegno o perfino l’appartenenza ai Fratelli musulmani e hanno partecipato a manifestazioni che talvolta sono sfociate in violenze. Ma spesso, affermano, stavano semplicemente reagendo alle violenze delle forze di sicurezza.

Venti studenti sono stati uccisi nei campus dai militari mentre stavano protestando o in prossimità di una manifestazione, secondo l’Associazione per la libertà di pensiero e d’espressione, un’ong di avvocati e ricercatori che sostiene di avere fonti in buona parte delle università. Reuters non è stata in grado di verificare tali informazioni.

Inoltre, sostiene l’associazione, più di 790 studenti sono stati arrestati, per lo più per aver protestato contro il governo. Almeno 89 di questi sono stati giudicati da tribunali militari. Alcuni sono stati condannati a morte o all’ergastolo.

Ogni caso di tortura che si verifica è un’azione individuale, afferma un funzionario di polizia

Funzionari delle due principali università egiziane hanno affermato che almeno 819 studenti su circa 700mila siano stati espulsi dalle università dal 2013, l’anno in cui Al Sisi ha deposto il governo dei Fratelli musulmani. Sostengono che gli studenti sono stati espulsi perché responsabili di violenze e per aver infranto la legge. Anche in questo caso Reuters non ha potuto verificare i dati in maniera indipendente. Negli anni precedenti – sostengono alcuni giudici, funzionari universitari ed esperti legali – il numero di espulsioni era così basso da non essere nemmeno conteggiato.

Un funzionario del ministero dell’interno egiziano si è rifiutato di commentare le accuse, affermando di poter rispondere solo sui casi specifici. Al Sisi ha descritto i gruppi islamisti, come i Fratelli musulmani, come una minaccia alla sopravvivenza dell’Egitto, del mondo arabo e dell’occidente.

Un ufficiale di polizia di alto grado ha dichiarato che gli studenti arrestati erano per lo più “accusati di essere entrati in organizzazioni terroristiche e d’incitamento alla violenza”. L’uomo ha anche dichiarato che nei commissariati e nelle strutture detentive egiziane non è mai stata utilizzata la tortura. “Ogni caso di tortura che si verifica è un’azione commessa da singoli individui”, ha spiegato.

Anche i dirigenti delle università affermano che non esistono campagne mirate contro gli studenti. Il direttore di un’università ha dichiarato che viene offerta una seconda chance ai suoi studenti che si scusano di aver partecipato alle proteste e commesso violenze.

Ma Mohamed Nagy, ricercatore dell’Associazione per la libertà di pensiero e d’espressione, ha dichiarato che esiste chiaramente uno sforzo congiunto per perseguire gli studenti. “È il peggior periodo possibile per loro. Non era mai successo che centinaia di studenti fossero espulsi dalle università. Il rapporto con loro non era mai stato violento”, ha dichiarato. Lo stesso Nagy è stato arrestato il 25 aprile per aver partecipato a una manifestazione contro il governo. Il 14 maggio un tribunale lo ha condannato a cinque anni di prigione, e a una multa di centomila sterline egiziane (circa 11.200 dollari). Dieci giorni dopo il tribunale ha annullato la pena detentiva.

Gli studenti protestano a Giza contro l’esecuzione di Mahmoud Ramazan, un loro collega che aveva criticato il colpo di stato, il 10 marzo 2015. (Belal Wagdy, Anadolu Agency/Getty Images)

Badawy, lo studente d’ingegneria, ha dichiarato di aver deciso di lasciare l’Egitto per paura di finire in prigione. Ha viaggiato per cinque giorni nel retro di un camion pickup, attraverso tempeste di sabbia accecanti, ma ha dichiarato che lui e le altre quattro persone con cui è scappato si sentivano più al sicuro, nonostante l’incertezza sul loro futuro. “Quando abbiamo attraversato il confine e abbiamo saputo di essere al sicuro, ci siamo inginocchiati per pregare”, ha dichiarato nel corso di un’intervista telefonica. “Naturalmente dovremo affrontare molte difficoltà, ma sarà comunque meglio rispetto alla situazione in cui vivevamo prima”. Negli ultimi giorni alcuni giudici hanno stabilito che decine di studenti, tra i quali Badawy, devono essere reintegrati. “Non sono per niente felice”, ha affermato dalla Turchia. Due anni dopo essere stato espulso, ha spiegato, è arrabbiato per gli anni perduti e per gli studi che non ha potuto effettuare.

La spada del diritto

Il giro di vite nei confronti degli studenti è cominciato poco dopo che Al Sisi ha preso il potere nel luglio 2013. Milioni di manifestanti egiziani erano scesi in piazza contro il governo del presidente democraticamente eletto Mohamed Morsi dei Fratelli musulmani. L’esercito, guidato da Al Sisi, ha deposto Morsi, assumendo in prima persona la guida del governo. Le forze di sicurezza hanno ucciso centinaia di sostenitori di Morsi che protestavano al Cairo. Migliaia di altre persone, compresi alcuni progressisti, sono state arrestate.

I campus universitari sono stati tra i principali bersagli. Nel febbraio del 2014 il governo ha cambiato la legge per dare ai direttori delle università il potere di espellere gli studenti senza avvertimenti o indagini. Nel giugno di quell’anno, un mese dopo la vittoria elettorale che lo ha portato alla presidenza, Al Sisi ha abolito le elezioni dei rappresentanti universitari e ha restituito al governo l’autorità di nominare i presidi e i rettori universitari. Anche le forze di sicurezza sono state riammesse nelle università, dopo che la loro presenza nei campus era stata bandita in seguito alle proteste del 2011 che avevano portato all’elezione di Morsi.

Il preside dell’università del Cairo, Gaber Nassar, che ha contribuito ad alcuni di questi cambiamenti, ha dichiarato che erano necessari per dare ai dirigenti universitari l’autorità di “espellere più velocemente gli studenti che commettono violenze”, e per essere in grado di reagire alla violenza “con la spada del diritto” e “senza indagini”.

La versioni degli studenti espulsi

Essere espulsi da un’università è un brutto colpo in Egitto. Una laurea è un importante indicatore di status e, una volta espuls, gli studenti hanno pochissime possibilità di studiare altrove. Nel gennaio del 2014, il consiglio supremo delle università, un organismo governativo, ha impedito alle università private di ammettere gli studenti che sono stati mandati via da quelle pubbliche.

Molti di loro spiegano che il governo egiziano non gli permette di lasciare il paese per seguire studi universitari all’estero, dal momento che hanno precedenti penali, dovuti o alle espulsioni o perché hanno protestato contro il governo. Gli uomini più giovani non possono lasciare il paese senza aver svolto il servizio militare o senza essere stati riformati. Questo spinge alcuni di loro, come Badawy, a scappare.

La maggior parte degli studenti attualmente in prigione studiavano alle università di Al Azhar o del Cairo, ha chiarito l’ufficiale di polizia. La sola Al Azhar ha mandato via 419 studenti negli ultimi due anni, per lo più per aver protestato contro il governo, secondo il portavoce Hossam Shaker, che ha aggiunto che le espulsioni sono state a norma di legge e non fanno parte di una campagna governativa. “Gli studenti ricevono tutti i mezzi per provare la loro innocenza. L’università non desidera incriminarli”, ha detto il portavoce, spiegando che alcuni sono stati espulsi per aver violato una legge che vieta le manifestazioni di protesta.

Un ex studente di Al Azhar, di vent’anni, ha dichiarato di essere stato espulso dopo aver guidato delle manifestazioni contro il governo. Spiega di aver colpito un rettore che lo aveva chiamato “figlio di puttana” per aver manifestato appoggio ai Fratelli musulmani e che aveva cercato d’impedirgli di sostenere il suo esame finale. Dopo aver incendiato due auto della polizia, ha raccontato lo studente, è stato condotto in un commissariato e in un edificio della sicurezza di stato. Lo studente non ha fornito il nome del rettore e Reuters non è stato in grado d’intervistarlo.

Lo studente, che si è definito un simpatizzante dei Fratelli musulmani, ha dichiarato che mentre era in stato di fermo è stato sottoposto a elettroshock, appeso alle mani e ai piedi per giorni e torturato sessualmente varie volte con un bastone. “Ero quasi morto”, ha raccontato. “Il mio corpo era debolissimo. Ogni giorno mi concedevano circa due ore di tregua dalla tortura”. Dopo 22 giorni, ha raccontato, è stato mandato in cella d’isolamento, dove è rimasto due mesi. Reuters non ha potuto verificare in maniera indipendente i dettagli della sua testimonianza.

Dopo essere stato liberato, ha raccontato, ha percorso le trenta ore di viaggio che separano il Cairo da Port Sudan. I passeggeri viaggiavano sul retro di camion pickup, tenendosi su dei bastoni incastrati verticalmente tra i bagagli per restare in equilibrio. Il suo camion si è avvicinato al confine. “Stavo per cadere”, ha raccontato al telefono da Khartoum. “Ero troppo stanco e faceva troppo caldo, non riuscivo a tenermi. Sogno il giorno in cui potrò tornare indietro. Penso alla vendetta ogni giorno, ma cerco di essere paziente”.

Incontri umilianti

Il preside Nassar ha dichiarato che il sistema garantisce una seconda possibilità. Più volte ha rivolto un invito agli studenti espulsi dalla sua università perché lo incontrassero in presenza dei loro genitori e si scusassero. Se promettono di non partecipare più ad alcuna protesta, ha spiegato, saranno reintegrati.

Nel 2015 almeno 91 studenti hanno accettato la sua offerta: “Mi rendo conto che, per quanti sostengono sinceramente i Fratelli musulmani, sarà molto difficile accettare una simile proposta”.

Tre studenti che hanno partecipato a questi incontri sono stati riammessi dopo aver chiesto scusa. I tre hanno dichiarato di vivere ancora nella paura di essere arrestati o nuovamente espulsi. Due fratelli, Ahmed e Abdel Rahman, hanno spiegato che, nonostante il reintegro, hanno lasciato il paese per concludere gli studi in Malesia. “Chi mi ha espulso una volta senza un buon motivo e senza indagini, potrà farlo un’altra volta”, ha chiarito Ahmed, uno studente d’ingegneria di 22 anni.

Un altro studente d’ingegneria, di 21 anni, ha dichiarato di essere stato espulso e riammesso due volte dopo aver accettato di incontrare Nassar. La seconda volta, nel 2014, l’università ha sostenuto di aver agito così in seguito alla sua partecipazione ai disordini, al lancio di molotov contro le forze di sicurezza e contro alcuni cittadini terrorizzati e per aver interrotto le lezioni. Lo studente ha sostenuto di non aver fatto nessuna di queste cose e oggi vive lontano da casa per paura di essere arrestato.

Tutti e tre hanno affermato che gli incontri con Nassar sono stati umilianti e che, nel corso di sessioni durate varie ore, non hanno potuto parlare, fare domande o sedersi. Nassar ha invece raccontato di avere avuto lunghe discussioni con gli studenti. “Mi sono seduto con loro per più di due ore, abbiamo parlato, trovandoci talvolta d’accordo e talvolta in disaccordo. Non li riteniamo responsabili per la loro appartenenza politica”.

Dalla Turchia, Badawy ha affermato che non chiederà mai scusa: “Scusarsi significa ammettere di aver fatto le cose di cui mi accusano. Ma non è vero. E inoltre i capi d’imputazione non sono ritirati quando uno si scusa. Si tratta di una grande umiliazione, che non posso accettare”.

Avevo voglia d’imparare ma il paese non vuole che io abbia un’istruzione

Gihad Fayez ha 23 anni ed è una sostenitrice dei Fratelli musulmani. Era al quarto anno d’università presso la facoltà di commercio, nella sede di El Zagazig dell’università di Al Azhar, a nordest del Cairo, quando ha saputo di essere stata espulsa. Ha visto il suo nome in una lista di studenti espulsi affissa sul muro dell’università.

L’avviso spiegava che, in seguito a un’indagine, era emerso che lei e altri otto studenti erano stati giudicati colpevoli di aver “interrotto il regolare svolgimento delle lezioni” e di aver manifestato. Fayez respinge le accuse e ha dichiarato di non essere stata convocata per chiarire la cosa fino a un mese dopo la sua espulsione. Ritiene di essere stata presa di mira perché ha filmato alcune manifestazioni contro il governo, condiviso i filmati in rete e denunciato presunti abusi delle forze di sicurezza.

Ha fatto domanda d’ammissione a varie università private ma è stata respinta, a suo avviso a causa della legge del 2014. “È stato frustrante. Avevo voglia d’imparare ma il paese non vuole che lo faccia”, ha spiegato. “Due giorni dopo la mia espulsione, mi è sembrato che tutta la mia vita si fosse fermata. Piangevo. Soffrivo. È giusto subire tutto questo per aver difeso i miei amici?”. La ragazza ha fatto appello, presentando un reclamo al tribunale amministrativo un mese dopo la sua espulsione, nel dicembre 2014. Ma la sua udienza è stata rimandata.

Nell’orbita dei jihadisti

A marzo, negli edifici di un tribunale amministrativo di Giza, alla periferia del Cairo, un giudice, affiancato da due vice, sedeva vicino a un tavolo pieno di centinaia di documenti.

I fogli contenevano le ragioni della difesa degli studenti e dei dipendenti espulsi, oltre ad altri casi. Il giudice ha dato a malapena un’occhiata ai documenti. Ci sono state alcune brevi udienze durante le quali ogni avvocato ha parlato per meno di un minuto. Poi il giudice ha annunciato che il tribunale avrebbe rimandato l’udienza.

Più tardi Hamed al Moraly, vicepresidente del consiglio di stato e componente del comitato giudiziario, ha dato la colpa del rinvio alle università, sostenendo che non erano state in grado di fornire i documenti necessari. C’è stato un problema d’interpretazione della legge, ha aggiunto. E il tribunale aveva troppi casi di cui occuparsi. Omar Dahy, presidente del tribunale, ha dichiarato a Reuters che le espulsioni sono state molto più numerose di quanto accadesse prima delle primavere arabe. “I motivi delle espulsioni (odierne) non esistevano all’epoca di Mubarak. All’epoca di Mubarak non c’era nessuna rivoluzione in atto”, ha spiegato.

Anche se le manifestazione dei Fratelli musulmani sono diminuite, i diplomatici occidentali e gli ufficiali di sicurezza ritengono che alcuni giovani stiano organizzando degli attacchi contro la polizia.

Alcuni ex studenti parlano apertamente di jihad, afferma l’avvocato Abdel Aziz Youssef, che ha passato quattro mesi in prigione con gli studenti alla fine del del 2015. Un numero ridotto ma crescente di giovani egiziani è attratto dall’ideologia radicale del gruppo Stato islamico: “Il numero di studenti che considerano inutili gli strumenti d’espressione pacifici sta aumentando”, ha aggiunto.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato dall’agenzia di stampa britannica Reuters.