28 gennaio 2021 15:00

Alla fine del luglio 2020 decine di manifestanti si sono radunati davanti al tribunale Stanley Mosk di Los Angeles agitando cartelli di protesta. La giornalista Hayley Phelan era con loro: “Intonavano cori, gridavano slogan, sfilavano in corteo”, ha raccontato sul numero di novembre 2020 dell’edizione statunitense di Vanity Fair. “Erano giovani, di origini diverse e con intenzioni serissime. ‘Cosa vogliamo?’, chiedeva attraverso un megafono rosa un uomo vestito di nero con gli anfibi ai piedi. ‘Liberate Britney!’, gli rispondevano ruggendo i manifestanti”. Si trovavano a poca distanza dal municipio, dove solo poche settimane prima si erano tenute alcune delle più grandi manifestazioni di Black lives matter. Eppure questo era un movimento molto diverso, piccolo ma in rapida crescita, formato da persone convinte che la cantante Britney Spears sia tenuta prigioniera attraverso una tutela legale ingiusta. E che sia loro dovere salvarla.

Per capire come nasce la campagna #FreeBritney, da molti considerata solo l’ennesima teoria complottista che dilaga in rete, bisogna fare qualche passo indietro e ritornare al 2007. Dopo essere stata la principessa incontrastata della musica pop negli anni tra la fine degli anni novanta e l’inizio dei duemila, nel 2006 l’immagine zuccherosa di Britney Spears ha cominciato a incrinarsi, in seguito ad alcune difficoltà nella sua vita privata ampiamente pubblicizzate dalla stampa scandalistica.

All’inizio sembrava il classico caso di ex ragazza prodigio che si ribella a un ruolo troppo stretto, ma all’inizio del 2007 Britney ha subìto un grave crollo nervoso, ovviamente anche quello documentato in presa diretta dai paparazzi. Gli scatti della popstar con i capelli rasati che si scaglia contro i fotografi armata di ombrello hanno fatto il giro del mondo e sono entrati nell’immaginario collettivo. Anni dopo, quell’ombrello è stato venduto a una cifra da capogiro su eBay in quanto “pezzo di storia dell’intrattenimento”, il che fa riflettere sulla nostra idea di intrattenimento. Comunque, alla fine del suo annus horrbilis Britney Spears fu ricoverata in un ospedale psichiatrico e posta sotto la tutela legale del padre Jamie, che da allora tiene sotto strettissimo controllo la sfera finanziaria, professionale e, secondo molti, anche privata di sua figlia.

Arriviamo così al momento in cui i fatti cominciano a diradarsi e la realtà si confonde con voci non confermate. E quella che finora era stata l’impietosa cronaca delle vicissitudini private di una cantante lascia gradualmente il posto a uno strano fenomeno che, nato come un meme su internet, è diventato il movimento di liberazione #FreeBritney.

Lo slogan
L’hashtag è stato lanciato involontariamente nel 2019 da Jordan Miller, un fan della cantante che gestiva un sito a lei dedicato. Il ragazzo, allora ventenne, indignato per un articolo in cui si ipotizzava che a Britney Spears fosse stato vietato l’uso del telefono, ha scritto un post in cui denunciava la presunta reclusione forzata del suo idolo da parte del padre. Il testo si concludeva con quella che nel giro di qualche settimana sarebbe diventata una chiamata alle armi: “Aprite gli occhi, gente! LIBERATE BRITNEY!”. Lo slogan ha cominciato a circolare tra i 27 milioni di follower della cantante su Instagram, per poi approdare anche su TikTok, YouTube, Reddit e Twitter.

L’attività su Instagram di Britney, che non pubblica nuovi album né si esibisce dal vivo da quasi cinque anni, si limita a una lunga serie di selfie e brevi filmati praticamente tutti uguali, registrati in una località non specificata. La popstar esegue passi di danza, fa sessioni di ginnastica, mostra ai fan i suoi ultimi acquisti o dà consigli di bellezza. Sembra un account monotono se non addirittura noioso, ma basta aprire la sezione commenti per essere investiti da uno tsunami di accuse, sospetti e proteste. I follower sono convinti che le immagini della cantante contengano richieste d’aiuto in codice oppure ne mettono in dubbio la genuinità. “Anche se sappiamo che non sei tu a postare, spero che un giorno possa leggere tutti i messaggi di affetto e di supporto che ti abbiamo scritto. Tieni duro. Ti amiamo tanto”. “Se sei in pericolo, indossa qualcosa di giallo nel tuo prossimo post”. “Sono io l’unica che ha notato quegli strani segni rossi che ha intorno ai polsi?”. “Giustizia per Britney!”.

In un lungo post condiviso decine di migliaia di volte su Facebook e poi su Instagram, e che può essere considerato il manifesto del movimento #FreeBritney, i fan della cantante hanno redatto una lista di cose che non le sarebbe consentito fare, tra cui votare, sposarsi, guidare, spendere i suoi soldi, uscire di casa, rifiutarsi di essere ricoverata, scegliere il proprio legale, fare interviste e postare sui social media senza l’approvazione del padre. Allo stesso tempo, però, si legge nel post scritto dal fan Brandon Hase, da quando è sotto tutela legale Britney ha pubblicato quattro album, ha compiuto tre tour mondiali, è stata giudice nel programma tv X Factor, ha lanciato profumi e una linea di biancheria intima, e ha guadagnato 131, 8 milioni di dollari all’anno. “La tutela legale è uno strumento per persone con demenza o una salute mentale molto precaria”, si legge nel post, “se Britney sta davvero così male, perché ha continuato per anni a lavorare in modo così intenso? La situazione è molto seria. Per favore, non la prendete in giro e sostenete il movimento #FreeBritney”. Nel post, che nel frattempo è stato segnalato da Facebook come fake news, si rivelano altri presunti elementi inquietanti tra cui il fatto che la cantante sia stata costretta fin dalla più tenera età a non cantare con il suo vero timbro di voce.

Soffiare sul fuoco
A novembre del 2020 un selfie di Britney è salito agli onori della cronaca nazionale americana perché centinaia di persone si sono convinte di leggere tra le sua ciglia inferiori la minuscola scritta “call 911” (chiamate la polizia). A soffiare sul fuoco della cospirazione c’è poi un messaggio anonimo lasciato sulla segreteria telefonica di un noto podcast dedicato a Britney: l’uomo, che si definiva un ex assistente della squadra di legali della popstar, rivelava che l’artista era obbligata a prendere psicofarmaci ed era richiusa in una struttura psichiatrica contro la sua volontà.

Basta aggiungere al mix che alcune celebrità, tra cui Paris Hilton e Miley Cyrus, hanno espresso pubblico sostegno per la campagna #FreeBritney e si arriva così a un movimento la cui petizione sul sito della Casa Bianca ha raggiunto 137mila firme. E che riesce a spingere gli attivisti ad agire: secondo il sito Tmz, lo scorso luglio un’udienza sulla situazione legale della cantante, che si teneva in videoconferenza sulla piattaforma del tribunale di Los Angeles, è stata sospesa per via di infiltrazioni di alcuni hacker. Anche se non ci sono prove, si sospetta che fossero attivisti legati alla campagna #FreeBritney.

Da un certo punto di vista questo fenomeno non ha nulla di nuovo: la storia della musica è costellata di improbabili voci complottiste, a partire dall’intramontabile mito secondo cui Elvis non sarebbe morto, tanto che su Wikipedia c’è una pagina interamente dedicata agli avvistamenti di the King dopo la sua morte. Oppure, molto più recente, l’ostinazione di alcuni secondo cui Lorde – la cantante neozelandese diventata famosa a 17 anni – all’epoca del suo debutto avesse in realtà più di trent’anni. La stessa Lorde si è divertita a disseminare le sue interviste di finti indizi sul suo passato, per esempio lasciandosi “sfuggire” che l’uscita al cinema del Giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola ha molto influenzato la sua adolescenza. Peccato che Lorde nel 1999, anno d’uscita del film, avesse tre anni.

Con l’avvento di internet le teorie complottiste, pop e non, hanno subìto una forte accelerazione. Una diceria particolarmente longeva è quella secondo cui la cantante canadese Avril Lavigne sarebbe morta nel 2003 e rimpiazzata con una sosia. “Secondo questa teoria”, spiega il Guardian, “all’inizio della sua carriera Avril Lavigne faceva fatica a gestire la sua fama e aveva assunto una controfigura di nome Melissa. A un certo punto si dice che la vera Lavigne sia morta e la casa discografica l’abbia definitivamente sostituita con Melissa. Tra le ‘prove’ di questa cospirazione ci sono l’abbigliamento nelle apparizioni pubbliche (Lavigne mette solo pantaloni, Melissa porta gonne e vestiti) e ipotetiche differenze nei lineamenti della cantante prima e dopo il 2003. I complottisti ritengono anche che Melissa abbia fatto trapelare degli indizi nelle canzoni, per esempio quando in Slipped away dice: ‘Il giorno in cui sei scappata via ho capito che sarebbe cambiato tutto’. Ma c’è perfino uno scatto pubblicitario in cui Avril Lavigne ha la parola Melissa scritta sulla mano”.

Di sicuro l’avvento dei social network ha permesso alle teorie del complotto di proliferare ulteriormente, ma anche nei casi più eclatanti come quello di Avril Lavigne, nessuna era riuscita a trascendere la nicchia di nerd e appassionati. Quello che rende diversa la campagna #FreeBritney, a prescindere che alla base ci sia un fondo di verità oppure no, è la sua diffusione di massa, che la fa approdare sulla stampa come notizia e spinge le persone a scendere in strada per manifestare. La domanda da porsi, quindi, è perché decine di migliaia di persone si sentono improvvisamente così coinvolte sulle sorti di una popstar in declino?

QAnon
Per capire meglio il meccanismo di questo fenomeno, prendiamo per un momento un altro complotto, molto più inquietante e pericoloso: QAnon è la complessa teoria secondo cui i democratici e l’establishment americano gestiscono un giro di pedofilia e si basa su informazioni fatte trapelare da un misterioso funzionario federale che si fa chiamare Q. Mike Rothschild, un esperto di teorie del complotto che sta scrivendo un libro sull’argomento, ha spiegato al New York Times che il bacino dei seguaci di questa suggestione di massa che ha investito la politica statunitense è molto più ampio di quanto si pensi: “Non si tratta dei soliti maschi disadattati che vivono nel seminterrato dei genitori e non riescono a trovarsi un lavoro. QAnon ti fornisce un obiettivo preciso su cui sfogare la rabbia e ti dà la sensazione di poter fare concretamente la tua parte per risolvere la situazione. Questo aspetto può attirare chiunque soffra di qualche forma di frustrazione”. QAnon affascina dunque un gran numero di persone non tanto per il contenuto, ma per il senso di comunità che offre ai suoi sostenitori.

“#FreeBritney è una sorta di QAnon ma rivolta a un pubblico giovane, liberale e ossessionato dalle celebrità”, scrive ancora Phelan su Vanity Fair. “C’è la stessa profonda sfiducia nei mezzi d’informazione, la preoccupazione per le vittime indifese, la cieca convinzione che il movimento sia l’unica cosa che può evitare il disastro totale. E tutto ruota intorno a una figura anonima che rivela informazioni riservate, poi analizzate ossessivamente in rete”.

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“QAnon permette ai suoi seguaci di collaborare in modo attivo allo sviluppo della trama del complotto, mettendo insieme gli indizi forniti da Q”, spiega alla giornalista Joe Pierre, professore di psichiatria clinica all’Università della California di Los Angeles, “e parte del fascino di #FreeBritney sta nel fatto che i fan possono sentirsi i salvatori della loro cantante preferita, presentata come una moderna Raperonzolo intrappolata nella torre da forze malvagie”. Scovare indizi o messaggi in codice nelle immagini dei suoi post diventa quasi un videogioco collettivo a cui può partecipare chiunque abbia accesso a internet.

Scoprire le reali condizioni in cui si trova Britney Spears non è affatto facile. Le dichiarazioni recenti del suo legale, Samuel D. Ingham, sembrano confermare parte delle denunce degli attivisti: a novembre scorso l’uomo ha protestato per la decisione del giudice di riconfermare la tutela a Jamie Spears, dichiarando che la sua assistita ha paura del padre, con il quale non ha più contatti, e che non tornerà sulla scena finché lui non sarà rimosso come tutore. D’altra parte però la cantante ha risposto alle decine di migliaia di messaggi dei fan, dichiarando diverse volte sui social network che sta bene e che conduce una vita che le piace. I suoi sostenitori ovviamente sono convinti che sia stata costretta a farlo.

“Forse non sapremo mai tutta la verità sul caso Britney”, conclude Phelan, “ma, in quanto animali pensanti, continueremo a credere a quello che ci pare. E se fissate abbastanza a lungo quella sua foto su Instagram, ve lo giuro, alla fine sarete convinti di leggere anche voi ‘chiamate la polizia’”.