Proteste antigovernative ad Aleppo, in Siria, il 7 marzo 2016. (Abdalrhman Ismail, Reuters/Contrasto)

In Siria la guerra non ferma chi chiede la libertà

Proteste antigovernative ad Aleppo, in Siria, il 7 marzo 2016. (Abdalrhman Ismail, Reuters/Contrasto)
10 marzo 2016 17:05

Forse il modo migliore di leggere i segnali che arrivano dalla Siria è stare in silenzio, ascoltare e smettere di impartire lezioni.

Vedere come le piazze ritrovano pian piano la voce dietro il velo della morte ci fa capire che la questione è molto più complessa di quanto si aspettassero il regime, il gruppo Stato islamico e le altre forze regionali e internazionali, convinti che il dolore e la distruzione potessero trasformare in macerie anche l’idea di libertà e mettere fuori gioco il popolo siriano.

È bastato un parziale cessate il fuoco perché le siriane e i siriani si facessero nuovamente sentire nelle strade annunciando una verità chiara e semplice: il loro popolo non può essere umiliato.

Tutto ciò ha del miracoloso e ci ha lasciati increduli per un istante. La voce di Ibrahim al Qashush si è rialzata sopra le rovine delle città e, insieme a lui, è tornata la voce della lotta per la libertà contro la repressione e i tradimenti.

Non voglio ingigantire le cose. Dopo tanta devastazione e la fuga delle persone dalle loro case sembra impossibile tornare all’innocenza degli inizi. L’intifada siriana ha affrontato l’inaffrontabile. La ferocia del regime è stata accompagnata dall’indifferenza internazionale e da un “appoggio” regionale che hanno trasformato la Siria in un campo di battaglia, nel tentativo di reprimere sul nascere la rivoluzione popolare e cancellare il sogno democratico con l’instaurazione di dittature alternative.

Queste manifestazioni, anche se di dimensioni modeste, ci dicono che dopo la primavera araba non si può ignorare o passare sopra quello che succede in Medio Oriente. Che le persone si siano ribellate e abbiano imparato cosa vuol dire esprimersi e far sentire la propria voce è di per sé un piccolo successo: nessuno può più ridurle all’obbedienza.


La controrivoluzione ha assunto diverse forme, dal colpo di stato in Egitto alla distruzione della Siria, passando per la follia sanguinaria e fondamentalista dei regimi autoritari del Golfo, l’espansionismo iraniano, le ossessioni ottomane e la viltà di Israele e Stati Uniti.

Il popolo siriano vive così la sua lunga notte. Gli aguzzini del partito Baath, alternandosi agli squilibrati seguaci della “legge del sangue”, hanno umiliato la Siria, cacciato via la sua gente e raso al suolo intere città e paesi. Una notte illuminata soltanto dai barili bomba e dagli aerei della morte, mentre le barche dei profughi salpano verso il ventre della balena.

La primavera araba sarà stata un cruento inverno, come commentano alcuni, ma va ricordato che tale violenza è stata usata per piegare le persone e annientare il loro desiderio di vita.

I siriani sono stati abbandonati al loro destino, nelle mani di mostri che vagano per il paese contendendosi le vittime. Questi esseri brutali si sono lanciati in una macabra danza collettiva, in cui finiranno per essere travolti a loro volta.

È bastato che tacessero missili e pallottole perché venisse scandito di nuovo a gran voce: “Il popolo vuole la caduta del regime”. E perché gli slogan di Kafranbel ricomparissero sulla mappa di questa dolorosa resistenza con pazienza, tenacia e ironia.

Gli aerei dei russi, ultima ondata di invasori del Levante, sono intervenuti a sostegno di una dittatura fatiscente, sicuri di poter addomesticare un popolo sfinito dalla morte. Invece hanno scoperto che niente può proteggere un regime che, se continuerà a esistere, sarà solo l’ombra di se stesso.

Hanno fatto scoppiare una guerra contro la gente che travolgendo tutto e tutti ha fatto della Siria un enorme campo di sterminio

Non so quali conclusioni trarranno da questa mezza tregua gli aguzzini di Assad e i fanatici tagliagole. Di sicuro sono rimasti disorientati, poiché si aspettavano di trovare un popolo di fantasmi supplicanti e relitti umani alla deriva.

Forse prenderanno atto che per loro la guerra è l’unico modo di sopravvivere. L’epoca di Hafez Assad, del resto, cos’è stata se non una successione ininterrotta di guerre contro un intero popolo?

Un regime il cui unico punto di forza era garantire la stabilità in Siria, quando la pretesa stabilità non era altro che un velo per coprire una guerra spietata che nelle strade, nelle case e nelle prigioni spezzava le ossa per annientare la volontà.

Uno degli aspetti dell’intifada popolare siriana è stato proprio quello di voler fermare questo accanimento continuo e porre definitivamente fine all’autoritarismo mafioso. Per risposta hanno fatto scoppiare una guerra contro la gente che travolgendo tutto e tutti ha fatto della Siria un enorme campo di sterminio.

La Siria in piedi

Queste manifestazioni, che hanno riacceso in noi un barlume di speranza, purtroppo non sono la fine del percorso. Se ci sarà mai una fine l’esercito siriano dovrà smettere di uccidere il popolo, come è normale che sia se la logica delle milizie non sostituirà quella dello stato.

La situazione procede lungo un tracciato terribile e non sappiamo né quando né come si stabilizzerà, mentre le persone pagano un prezzo insopportabile senza intravedere un orizzonte.

Ma nei giorni appena trascorsi i siriani ribadiscono che la gente non può essere umiliata, neppure se l’umiliazione stessa l’assedia da ogni fronte. Chi lavora per l’interesse pubblico deve smettere di sprecare parole e impartire lezioni. Schierarsi con i manifestanti, lavorare nei campi profughi, aiutare gli sfollati e identificarsi con le lacrime di un bambino siriano è infinitamente più nobile di mille parole saccenti pronunciate dalla bocca di chi non sa niente.

La Siria, dietro il velo dello sconforto, ha detto che la sua libertà è dura a morire. E io le credo.

(Traduzione di Giacomo Longhi)

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano Al Quds al Arabi.

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