Una coppia omosessuale a Pechino, febbraio 2013. (Ed Jones, Afp)

A che punto sono i diritti lgbt in Cina

Una coppia omosessuale a Pechino, febbraio 2013. (Ed Jones, Afp)
15 dicembre 2017 10:09

Sono tornato al centro lgbt di Pechino dopo oltre un anno. Volevo capire se e come fosse cambiata la situazione del movimento omosessuale cinese. Specialmente dopo che un regolamento del luglio 2016 ha imposto alle piattaforme video online – come Youku e Tencent – la rimozione di tutti i contenuti che promuovono la cultura lgbt: dai filmati autenticamente promozionali alle serie in cui compaiono rapporti tra persone dello stesso sesso.

Duan Shuai, il responsabile del centro per i rapporti con i giornalisti, mi ha spiegato che secondo lui una norma così restrittiva era dovuta all’approssimarsi del congresso del Partito comunista durante il quale, come noto, “non deve volare una mosca”. Ma il congresso si è tenuto a ottobre 2017 – gli ho fatto notare – è mai possibile che la censura si sia attivata con più di un anno di anticipo? Sì, è possibile, mi ha risposto.

Eppure il centro continua la sua attività alla luce del sole. Sette attivisti a tempo pieno, regolarmente stipendiati, e circa duecento volontari vi ruotano attorno. Tutti i mercoledì, una ventina di loro – quasi tutti giovanissimi – si riunisce a un grande tavolo per discutere della propria e altrui condizione di genere e di orientamento sessuale, delle iniziative, delle persone che incontrano nel loro operare quotidiano.

Un sostegno umano e tecnologico
Già la prima volta che l’ho visitato, mi aveva colpito il fatto che il centro fosse strutturato come un’azienda e non un’organizzazione non governativa (ong). In Cina le ong hanno vita difficile specialmente dopo una legge varata un paio di anni fa che, con il pretesto di regolamentarle, di fatto le sottopone a un controllo più stretto del governo. Incontrano soprattutto difficoltà a ottenere finanziamenti, e se poi i soldi arrivano dall’estero è quasi impossibile: c’è odore di infiltrazione da parte di “forze ostili”. Essere un’azienda consente invece di darsi uno scopo economico e di fare iniziative di autofinanziamento. Quindi di far circolare denaro.

Confesso però che non avevo ben capito quale fosse lo scopo economico di questa impresa. Cosa può fare di “economico” un centro di cultura omosessuale?

“Kim”, il cui nome cinese è Tang Xina ed è una delle dipendenti a tempo pieno del centro, mi ha rifatto l’elenco dei servizi offerti da lei e dagli altri attivisti: supporto psicologico professionale e individuale alle persone lgbt; conferenze e proiezioni di film per formare la comunità; eventi di raccolta fondi. “Poi conduciamo ricerche in collaborazione con le università, l’ultima è stata sulle persone transessuali”, mi ha spiegato. “Infine, ci occupiamo di protezione individuale. Un nostro compagno è stato mandato dalla famiglia in una cosiddetta clinica di ‘recupero’ per gay, che applica terapie molto pericolose come l’elettroshock. Abbiamo fatto causa alla clinica e l’abbiamo vinta”.

Il centro lgbt cerca di influenzare la politica, la politica cerca di controllare il centro

Tra i servizi c’è anche un’app per smartphone che mette in contatto con il centro le persone trans, cioè quelle che qui chiamano “gli invisibili”. Sono le più emarginate dalla società e subiscono violenze anche in famiglia. Gestita da volontari transessuali pure loro, l’app funziona come una specie di “telefono amico” che offre consigli di ogni genere: da come assumere gli ormoni per la terapia di cambio di sesso a come affrontare la discriminazione.

Qui si vede, ancora una volta, come l’esplosione dell’uso di internet sui telefoni abbia risolto molti problemi legati all’arretratezza in Cina: dall’interconnessione in tempo reale tra province lontane, alle forme di pagamento online, passando per i servizi alla persona.

La situazione è fluida
Di nuovo, però, non capisco come questi servizi, tra l’altro gratuiti, possano connotare una “impresa”.

“Raccogliamo denaro attraverso le iniziative di autofinanziamento”, spiega Duan Shuai, “poi lo versiamo a organizzazioni ufficiali che possono legittimamente detenerlo, le quali ce lo restituiscono in seguito per finanziare specifici progetti”. Come l’app per transessuali, appunto.

Siamo di fronte all’ennesimo stratagemma consentito in Cina nella “zona grigia” tra il lecito e l’illecito. Mi viene in mente il cosiddetto land swap, il meccanismo con cui i governi locali invertono la destinazione d’uso di terreni rurali (non edificabili) in terreni urbani (edificabili) per lanciare i progetti immobiliari con cui si autofinanziano. Ecco, il centro lgbt di Pechino fa un “money swap” con altre organizzazioni riconosciute per finanziarsi più o meno legalmente. Nulla garantisce che sarà così anche in futuro. La situazione è fluida.

Tang Xina mi ha spiegato che il centro non ha contatti diretti con il governo, c’è solo qualche rappresentante del congresso nazionale del popolo che si spende individualmente. “Cerchiamo di influenzarli su alcune politiche, come l’apertura al matrimonio paritario. Ma in linea di massima il governo si preoccupa soprattutto di controllarci. In Cina le cose funzionano così”.

È un legame sottile, sempre pronto a spezzarsi, e soprattutto a doppio filo: il centro lgbt cerca di influenzare la politica, la politica cerca di controllare il centro. Il problema è divenire visibili senza diventarlo eccessivamente: non devono dare troppo nell’occhio, apparire, trasmettere la sensazione che ci si possa aggregare autonomamente, fuori del controllo del Partito. L’ennesima camminata sul filo.

Camminando sul filo
Ma il problema non è solo la politica. Pesa anche la tradizione della famiglia confuciana, con la sua ossessione per la discendenza. Ah Ming, un altro attivista del centro mi ha spiegato del suo problema a dichiarare la sua omosessualità: “Ho capito di essere gay a 12 anni, a 19 l’ho detto ai miei genitori”, mi ha raccontato. “I miei sono istruiti, ma non mi hanno accettato subito. In Cina la religione non interferisce, ma comunque la tradizione blocca la comprensione reciproca”.

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Duan Shuai mi ha spiegato che in Cina solo il 5 per cento delle persone lgbt dichiara di esserlo.

Secondo Tang Xina le cose però stanno migliorando, seppur lentamente. Bisogna lavorare su più fronti. Da un lato, con la gente comune: “Non c’è più il rifiuto o la mancanza di ascolto, come in passato. I giovani, come gli studenti universitari, sono aperti verso i nostri temi. Per esempio andiamo nelle università a fare sensibilizzazione ed educazione alla sessualità”.

Dall’altro c’è il governo o, per meglio dire, l’ufficialità, e quel rapporto a doppio filo in cui si dice e non si dice. Le ricerche del centro lgbt in collaborazione con l’università di Pechino sono per esempio uno dei terreni d’incontro. Il governo cinese sfrutta ogni strumento per comprendere ciò che si muove alla base della società. In questo modo, il centro lgbt si rende “utile” e quindi di fatto “esiste”. Il prossimo passaggio sarà il tentativo di influenzare sempre più il corso degli eventi.

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