29 settembre 2021 16:10

Alan Sparhawk e Mimi Parker sono nella loro casa di Duluth, negli Stati Uniti, avvolti nella penombra. Sono arrivati i primi freddi, ma l’inverno, famoso per essere rigidissimo da quelle parti, è ancora abbastanza lontano. Sparhawk e Parker sono marito e moglie, stanno insieme da quando erano adolescenti. Sono molto religiosi, di fede mormone, e pregano tutti i giorni.

Sembra la biografia della classica famiglia del ceto medio statunitense: lui impiegato, lei casalinga. E invece no. Dall’inizio degli anni novanta Sparhawk e Parker sono i Low, una delle più longeve band indie rock della storia recente americana. Sono partiti in sordina, all’inizio degli anni novanta, crescendo disco dopo disco. La formula minimalista della loro musica (al tempo la critica la definiva slowcore) si è evoluta con il tempo, arrivando a ridefinire il concetto stesso di rock insieme al produttore Bj Burton nel bellissimo Double negative, uscito nel 2018. Un album accolto in modo trionfale dalla critica internazionale, che usava tecniche di registrazione di solito associate al pop (manipolazione della voce, compressione dei suoni) per creare un rock tanto sperimentale quanto godibile.

Anche il nuovo lavoro della band, HEY WHAT, prosegue su quella scia. È fatto di canzoni scritte con la chitarra e suonate con la chitarra, ma sembra una creatura aliena arrivata da un altro pianeta. Ti dà pochi punti di riferimento, a parte le voci, che cantano come se fossero una cosa sola. Già il primo brano, White horses, si apre con l’eco di una chitarra distorta e manipolata, che guida la splendida melodia vocale cantata da Sparhawk e Parker. Nel finale il pezzo entra in loop, fino a sfumare direttamente in I can wait, un brano dai toni quasi ambient. HEY WHAT è così, dall’inizio alla fine. È un disco da ascoltare come un unico blocco, ma risulta orecchiabile nonostante gli arrangiamenti avventurosi. Anzi, al netto dei loop elettronici e delle suite strumentali, è un’opera quasi tradizionalista, con un cuore antico e folk.

“Ho sempre cercato di far suonare la mia chitarra nel modo giusto. Amo questo strumento. Ma stavolta l’idea di fondo, un po’ come in Double negative, era di far suonare la chitarra come se non fosse una chitarra. La tecnologia e Bj Burton mi hanno aiutato molto in questo processo”, racconta Sparhawk, mentre i lunghi capelli biondi gli coprono quasi del tutto la faccia. Vedere i suoi occhi è praticamente impossibile, tra la semioscurità della stanza e i pixel leggermente sgranati dal collegamento su Zoom. “Sperimentare per noi è diventata una necessità. Fare i dischi sempre nello stesso modo stava diventando frustrante”, aggiunge.


Per i Low è stato naturale proseguire sulla scia dell’album precedente. “Abbiamo scritto i brani nel solito modo, condividendo idee e melodie spontaneamente, senza pianificare niente. Questo disco è folk, ma ha anche un’anima gospel. Del resto siamo cresciuti cantando gli inni in chiesa, è una cosa che ritorna ciclicamente nella nostra musica”, spiega Mimi Parker, che tiene un cappello nero di lana sulla testa. “Quando siamo andati in studio, e abbiamo cominciato a cantare, siamo entrati subito in sintonia. Abbiamo capito che le voci dovevano essere al centro di tutto, mentre in Double negative erano nascoste nel caos sonoro. Abbiamo ribaltato la prospettiva: le voci al centro e il caos sotto, e intorno”.

Alcuni brani, come Days like these, sono stati influenzati dalla storia recente degli Stati Uniti: l’elezione di Donald Trump, il razzismo e le violenze delle forze dell’ordine, le manifestazioni di Black lives matter, la pandemia. “When you think you’ve seen everything / you’ll find we’re living in days like these”, quando pensi di aver visto tutto, scoprirai che stiamo vivendo in giorni come questi, cantano i Low. “Era impossibile restare indifferenti a tutto quello che ci circondava: Trump e i fascisti erano ovunque: in tv, sui giornali, per la strada. Chiunque avesse un minimo di cervello era terrorizzato. È stato assurdo. Molte di queste canzoni partono dalla domanda: ‘Wow, come faccio a essere ancora vivo? Come ho fatto a non esplodere in un lago di sangue?’. Anche le proteste di Black lives matter ci hanno ispirato. Ci siamo resi conto che noi bianchi privilegiati abbiamo sempre una scelta, altri no. La pandemia invece è poco presente in HEY WHAT. Gran parte dei brani sono stati scritti prima, l’emergenza era in corso quando siamo andati in studio a registrare. Ma come sempre è stato un processo inconscio. Non è che ci sediamo e diciamo: ‘Ok, adesso scriviamo una canzone su questa cosa’. Non facciamo musica di protesta, non l’abbiamo mai fatta, non ne siamo capaci”, racconta Sparhawk.


Nei prossimi mesi i Low andranno in tour. È in programma anche un concerto in Italia, il 12 maggio al Teatro Duse di Bologna. E dal vivo riprodurranno tutti i suoni del disco solo con chitarra, basso e batteria? Oppure sono previste delle novità? “Ancora non abbiamo deciso. Abbiamo fatto un paio di concerti qui nella nostra fattoria facendo tutto alla vecchia maniera, batteria chitarra e basso. Suonava molto bene, aveva la giusta dinamica. Probabilmente lo terremo così, ci sembra più onesto. Abbiamo costruito una carriera sulla nostra capacità di darci dei limiti. Usare le nostre mani e le nostre bocche per creare suoni mi sembra ancora la cosa più giusta da fare, anche se in studio ci piace sperimentare”, risponde Mimi Parker.

I Low sono nati e cresciuti a Duluth, la città dov’è nato Bob Dylan. Non l’hanno mai lasciata, nonostante ormai siano un gruppo di culto anche fuori dagli Stati Uniti. “Stiamo bene qui. Sono amico di Rich Mattson, un bravissimo chitarrista del posto. Con lui abbiamo messo in piedi i Tired Eyes, una cover band di Neil Young, uno dei miei artisti preferiti (nel 2004 i Low registrarono una versione di Down by the river insieme ai Dirty Three, la band di Warren Ellis). Ci divertiamo, suoniamo nei bar e ristoranti della città. Con mio figlio di 17 anni invece ho messo in piedi un progetto funk: facciamo pezzi di Curtis Mayfield, Isley Brothers e Funkadelic. Il nostro sogno è imparare Sir Duke di Stevie Wonder, ma è difficile da suonare!”.

Forse è questa la forza dei Low, quella che guida la loro ricerca sonora così orgogliosamente indipendente. La costanza. Il fatto che, al netto di tutto, restano un marito e una moglie che stanno insieme da quando erano adolescenti. Di fede mormone, molto religiosi. Come recita Don’t walk away, uno dei pezzi più belli di HEY WHAT: “I have slept beside you now / for what seems a thousand years”. Ho dormito al tuo fianco per quelli che sembrano mille anni. Ma in italiano non rende bene come in inglese.