Studenti partecipano alla manifestazione organizzata dalle associazioni L’Italia sono anch’io e Italiani senza cittadinanza, a Roma, il 28 febbraio 2017. (Filippo Monteforte, Afp)

Piccoli stravolgimenti in vista delle elezioni amministrative

Studenti partecipano alla manifestazione organizzata dalle associazioni L’Italia sono anch’io e Italiani senza cittadinanza, a Roma, il 28 febbraio 2017. (Filippo Monteforte, Afp)
09 giugno 2017 12:52

Omosessuale, 38 anni, padre indiano. È Leo Varadkar, il prossimo primo ministro irlandese. Il 2 giugno Varadkar ha fatto vivere una giornata storica al suo paese diventando il leader del Fine gael, il partito conservatore attualmente al governo. E dopo aver sconfitto il collega Simon Coveney ha dichiarato: “Il pregiudizio non ha presa in questo paese”. Di fatto la sua elezione ha rotto due tabù. Prima di lui nessun appartenente al mondo lgbt, così come nessuno appartenente ad una minoranza, era arrivato tanto in alto nella politica irlandese. La notizia naturalmente ha fatto il giro del mondo e lo stesso Varadkar ha detto che una delle sue priorità sarà rendere il suo partito un luogo ancora più inclusivo.

Dopo il grande successo negli Stati Uniti di Barack Obama, figlio di un’antropologa del Kansas e di un economista del Kenya, molte cose sono cambiate anche in Europa. L’elezione di Varadkar non è una novità assoluta. Pensiamo al sindaco di Londra Sadiq Khan, musulmano figlio di un tranviere pachistano; o al giovane leader dei verdi olandesi Jesse Klaver, padre marocchino e madre di origini olandesi-indonesiane; e per rimanere nei Paesi Bassi, a Geert Wilders, leader di estrema destra e di madre indonesiana. La lista è lunga e include tanti altri nomi: da Rita Bosaho di Podemos in Spagna alla socialdemocratica Sevil Shhaideh,tatara e musulmana, che in Romania è stata a un passo dal diventare prima ministra.

Anche dietro le quinte della politica scopriamo delle sorprese. Una delle protagoniste della comunicazione di Emmanuel Macron durante la campagna elettorale è Sibeth Ndiaye, 37 anni, nata a Dakar in Senegal e diventata francese solo l’anno scorso.

L’Europa politicamente è quindi sempre più multirazziale. E l’Italia?

Oltre le apparenze e i muri
Apparentemente nulla si muove sul fronte politico del nostro paese. Il telegiornale sciorina i nomi di sempre come un rosario ben collaudato. E non sembra che la nostra classe politica stia diventando “meticcia” come nel resto d’Europa. La realtà per fortuna è più complessa e anche l’Italia vive piccoli stravolgimenti che lentamente stanno cambiando il suo volto politico. Prima di raccontarli, bisogna però parlare dei problemi che frenano i cambiamenti.

Nella politica italiana, la presenza di migranti e figli di migranti è ostacolata dal difficile accesso alla cittadinanza, il vero muro da abbattere per poter un giorno ottenere una piena partecipazione alla vita democratica e politica. La riforma della cittadinanza, come ben noto, è ferma al senato e non si sa bene che fine farà. La sorte dei figli di migranti, nati e/o cresciuti nel paese, è sospesa. Se le norme fossero approvate, oltre un milione di persone, tra cui 120mila maggiorenni, avrebbero diritto alla cittadinanza italiana.

C’è chi comunque ha provato e sta ancora provando a superare la barriera. Basta scorrere, per esempio, le liste dei candidati alle elezioni amministrative dell’11 giugno per scorgere nomi che un tempo sarebbero stati definiti esotici, ma che oggi fanno parte a pieno titolo del panorama politico italiano.

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Da Palermo a Genova c’è chi ci crede e fa della sua diversità un motivo di fierezza. Una diversità che non vuole mettersi in un ghetto, che ha a cuore non solo i temi legati all’immigrazione, ma anche quelli legati alla sostenibilità, alla cultura, al turismo. La loro presenza però non è sempre accettata, e a volte si trova di fronte atteggiamenti xenofobi.

Lo sa bene il candidato consigliere comunale del Partito democratico a Verona, Ismail Ali Farah. Di padre somalo e madre italiana, giorni fa è stato preso di mira da una propaganda razzista particolarmente odiosa su Facebook. Un esempio è questo post: “Veronesi… mi raccomando votate Ismail Ali Farah… così anche Giulietta indosserà il burqa… per la gioia della sboldrinella”.

Al linguaggio volgare e al riferimento sessista contro la presidente della camera Laura Boldrini, Ismail Ali Farah ha risposto con fermezza e ironia: “Ecco i miei primi supporter su Facebook! La fede è qualcosa di privato, intimo e personale. Sono nato cittadino italiano. La mia storia è una storia italiana. La mia società è questa ed è una società che è cambiata profondamente. Ne faccio parte da sempre ed è per questo che ho deciso di candidarmi, non per rappresentare un’etnia, una religione o una comunità”.

L’esempio di Dacia Valent
Negli anni ottanta e novanta i candidati con storie legate all’immigrazione usavano un linguaggio molto meno inclusivo rispetto a quello di Ismail Ali Farah. La missione era diversa, quasi di rappresentanza.

Si era italiani, ma si era ancora prima migranti. Tutto è cominciato con Dacia Valent, di origine somala come il giovane Ismail. Valent, agente di polizia,diventò la prima europarlamentare afroitaliana nel 1989 dopo aver subìto un odioso attacco xenofobo a Palermo, mentre era in servizio.

L’indignazione per quell’episodio di razzismo (razzismo che già aveva colpito la vita di Dacia Valent, il fratello Giacomo infatti era stato ucciso, con 63 coltellate, da due compagni di scuola) la fece diventare una delle protagoniste più importanti della lotta antirazzista in Italia. Anche se poi la vita la portò a seguire altre strade, Valent con la sua elezione aprì un varco a chi con il proprio corpo “altro” si fece portatore della condizione di vivere tra due mondi.

Politici che rivendicavano spazi per i migranti, leggi più eque, sanatorie, lotte antirazziste. Da Mercedes Frias, afrodiscendente eletta alla camera dei deputati nel 2006, a Jean-Léonard Touadi, fino all’ex ministra dell’integrazione, oggi europarlamentare, Cécile Kyenge: tutto diventava in qualche modo simbolico. Mentre con i candidati alle amministrative dell’11 giugno l’immigrazione è solo un aspetto della loro identità. Sicuramente non marginale, ma non totalizzante.

Nel comune di Umberto Bossi
Basta prendere Imen Boulahrajane, 22 anni, candidata al consiglio comunale di Cassano Magnago, e cioè il comune in provincia di Varese in cui è nato Umberto Bossi. Nata a Tradate da genitori marocchini, Boulahrajane ha cominciato a pensare “politicamente” fin da piccola, parlando di poligamia, islam, paesi arabi. La sua passione è nata con le primarie del Pd in cui si sono sfidati Matteo Renzi e Pierluigi Bersani. “Stimavo Bersani”, dice Imen, “ma quando ho visto un ragazzo giovane come Renzi in prima linea mi è venuta voglia di fare politica”.

È stata però Maria Elena Boschi la scintilla che l’ha spinta a iscriversi al partito: “L’ho vista a Varese e mi ha colpito. Mi ha spronato, era un modello di buona politica da seguire. Giovane, donna, non imitava gli uomini per farsi capire”. Per Imen la politica è diventata un impegno quotidiano quando ha cominciato a lavorare per la campagna elettorale del candidato sindaco di Milano Beppe Sala. “L’ho seguita fin dalle primarie. Lavoravo alla comunicazione, ai social, al sito, poi sono passata al comitato politico”.

Veduta dalla sede della Lega nord in piazza Podestà, Varese, aprile 2012. (Martino Lombezzi, Contrasto)

Ora si sta laureando in economia e amministrazione d’impresa, le sue battaglie sono soprattutto per le pari opportunità. “Sono sempre stata femminista”, dice con orgoglio. E aggiunge: “L’emancipazione femminile passa attraverso il lavoro”.

Per Cassano Magnago dice di volere “più dinamicità, i giovani poi sono un po’ ignorati. Non ci sono posti per studiare e gli eventi culturali sono pochi. Inoltre ci sono problemi di inquinamento perché siamo un comune di passaggio. Tanto traffico e poche piste ciclabili”.

Dopo l’ufficializzazione della sua candidatura ogni tanto qualcuno la ferma per strada, c’è sorpresa in giro “ma anche tanto rispetto, anche da parte degli avversari politici”.

A Genova con i movimenti
Anche Simohamed Kaabour a Genova sogna una città più dinamica. “La mia Genova somiglia alla Casablanca dove sono nato”, dice, “deve tornare a essere una città internazionale”. Simohamed, arrivato nella città ligure durante l’infanzia, nel centro storico ha scoperto tante tracce dell’influenza araba. Alcuni luoghi hanno nomi arabi, come vico della Casana, salita del Fondaco. “Genova era un crocevia. Quando si parla di medioevo abbiamo un’immagine negativa e stereotipata. Ma per certi versi era un’epoca con un respiro internazionale”.

Kaabour ama la storia e ama la sua città. Non è la sua prima volta in politica, si era già candidato a sindaco nel 2012 in una lista chiamata Fratelli e fratellastri: “Una lista che già nel nome voleva mettere in evidenza il diverso trattamento riservato alle persone, divise in cittadini di serie A e B”. Era una lista inclusiva e molto giovane. “Cinque anni fa la mia età fece scalpore. Ho subito dovuto affrontare un atteggiamento paternalistico di quell’Italia che pensa che i giovani (a prescindere dalle origini) non abbiano alcuna capacità. La società parla tanto di giovani, ma poi blocca l’innovazione”.

Ora Kaabour corre come consigliere comunale e sostiene Paolo Putti, che dopo essere uscito dal Movimento 5 stelle ha fondato la lista civica Chiamami Genova per riunire attivisti del movimento per l’acqua bene comune, militanti di sinistra, partecipati ai comitati di quartiere e altri usciti dal movimento di Beppe Grillo. È l’eterogeneità di questa lista ad aver attratto Kaabour. “Nella mia precedente esperienza politica cercavano di racchiudermi dentro pochi temi”, racconta, “e tutti mi chiedevano di parlare di terrorismo, moschee, quando invece noi avevamo una piattaforma che andava dalla viabilità alla cultura”. Ora Kaabour punta tutto su scuola e sociale. “I bambini sono un esempio da seguire”, dice ,“vorrei portare le classi dentro l’aula comunale, perché quel luogo gli appartiene. Sarebbe uno stimolo alla partecipazione”.

Un mercato in via di Sottoripa, Genova, ottobre 2007. (Daniele Dainelli, Contrasto)

Il giovane genovese di Casablanca ha le idee chiare sul da farsi. Quando si parla di immigrazione dice subito che “che i cittadini di origine straniera sono esclusi dalla partecipazione politica” e che il ruolo della cultura può essere fondamentale per evitarlo: “Penso a un patto tra scuola e municipi per creare spazi di incontro nei locali della scuola, anche nelle ore pomeridiane e serali, non solo per i bambini, ma anche per i genitori. Uno spazio plurilingue e di scambio”.

A Padova con la destra
Di cultura parla anche Folly Ekue Adjoka, candidato della Lega nord a Padova in sostegno di Massimo Bitonci. “Io non credo, o meglio non accetto, che gli immigrati non debbano più partecipare o fare cultura se al potere c’è la destra”. Nato nel 1981 e arrivato in Italia nel 2005 da Lomè in Togo, Ekue decide di seguire la sua vocazione africanista proprio in quella destra che molti nel suo ambiente guardano con sospetto.

“Pensavo a un festival degli intellettuali e scrittori africani e volevo farlo a Padova”, racconta Ekue, “il progetto è stato accettato e patrocinato dal comune. Ecco il lato favoloso di tutto questo: Padova, una città guidata dalla Lega nord, un partito che tutti considerano contro gli immigrati, che organizza il primo festival in Italia, anche se in versione sperimentale, degli intellettuali e scrittori africani. Una grande vittoria”.

Nello scegliere la destra, Ekue ha però incontrato parecchie difficoltà. “Paradossalmente”, spiega, “gli ostacoli non sono arrivati dal partito, ma da quelli che a priori consideravo come ‘la mia gente’. Sono pochi quelli che cercano di comprendere a fondo le motivazioni del mio impegno, mentre sono molti quelli che si fermano all’apparenza, che nel mio è riassumibile nella formula ‘l’africano leghista’. Ma che sia chiaro, non è un rimpianto”.

Anzi, Ekue spera che “chi fa parte della diaspora africana riuscirà a comprendere che la destra e l’estrema destra non sono così infrequentabili da noi africani come in tanti credono, ma che molte posizioni politiche da loro difese incontrano paradossalmente gli interessi della stessa diaspora”.

Ekue ha vissuto Padova prima da immigrato, poi da studente e lavoratore. Ora, nella sua visione, la città-crogiolo in cui le culture si incontrano e si scontrano, ha bisogno di una vera mediazione. “Padova è cambiata molto nell’arco di pochi anni”, spiega Ekue. E aggiunge: “Molti quartieri vivono un degrado ormai innegabile. I problemi legati alla sicurezza sono aumentati e il mercato del lavoro attraversa una crisi importante. Tutto questo ha inasprito la convivenza tra le varie comunità. È un cocktail potenzialmente esplosivo che va governato con una presa di posizione forte per salvaguardare gli equilibri del vivere comune e un avvicinamento alle comunità e ai quartieri per comprendere meglio le loro preoccupazioni. Perciò credo di avere tanto da dare al comune”.

A Verona
Anche il già citato Ismail Ali Farah, 37 anni, pensa di avere tanto da dare alla sua città, e cioè Verona. Iscritto ai Democratici di sinistra a vent’anni, dopo la collaborazione con la rivista Nigrizia ha lavorato nell’ufficio stampa dell’ex ministra Cécile Kyenge durante la campagna elettorale per le europee. Ismail è un attento osservatore della sua città, ne nota i cambiamenti: “Mi ricordo il primo appello a scuola, ero l’unico con il cognome strano”. Ora se si guarda intorno, per esempio alla stazione, vede persone di ogni credo e colore: “Tra 15 anni non noteremo più le differenze, sarà normale”.

Il suo impegno politico si è intensificato grazie all’amore per la moglie Najat, di origine marocchina, arrivata a sette anni in Italia. “Sono rimasto sconvolto dalla burocrazia. Dagli abusi dei piccoli uffici, dalle agenzie che lucrano sui contratti di lavoro dei migranti. A mia moglie scadeva sempre il permesso di soggiorno in concomitanza con il contratto di lavoro. E tutto era un continuo ricatto, magari non esplicito, ma reale”.

La politica italiana si scopre non solo multiculturale nei volti, ma anche più dinamica nelle competenze

Ora si occupa di immigrazione, ma non solo. Della sua piattaforma politica fanno parte l’assistenza alle persone non autosufficienti e temi culturali. “So che prenderò voti anche da destra”, dice pragmatico. “C’è una fetta di persone che non urla, la Lega vorrebbe presentare questo territorio come duro e difficile. Ma molti hanno capito che l’immigrazione è un fenomeno stabile, da gestire. C’è la consapevolezza in giro che non si risolvono le questioni imbracciando un fucile come Joe Formaggio”.

Nella sua analisi, Ismail Ali Farah (fratello della scrittrice Cristina Ali Farah) ci mette anche un po’ di poesia: “Penso spesso al Romeo e Giulietta di Shakespeare ‘non c’è mondo per me aldilà delle mura di Verona’. Ecco, questa frase mi fa pensare alle occasioni perse dalla mia città, che non ha saputo attirare finanziamenti europei, che si è chiusa in se stessa. Questo deve cambiare, Verona deve aprirsi”. Sorridendo Ismail pensa a tutti i parenti della diaspora somala che vivono nel Regno Unito o negli Stati Uniti, entusiasti per la sua candidatura: “Qualcuno ha anche sostenuto materialmente la mia campagna”.

Il suo sorriso dice molto anche sui cambiamenti in corso. Nonostante posizioni diverse, dalla Lega al Pd, dai cinque stelle all’associazionismo, la politica italiana si scopre non solo multiculturale nei volti, ma anche più dinamica nelle competenze. Ed è così che chi si candida non si sente più il simbolo di una condizione, ma il rappresentante di tutti, a prescindere dall’origine o dalla religione. Un bel passo in avanti che porterà a un futuro che forse è già il nostro presente, a un’Europa che finalmente è più vicina.

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