10 febbraio 2021 15:58

Nel 1997, quando Fruit Chan girò Made in Hong Kong, la città stava vivendo un cambiamento epocale, con mille interrogativi: il passaggio di sovranità dal Regno Unito alla Cina, deciso nel 1984 senza consultare la popolazione, avvenne nella notte fra il 30 giugno e il 1 luglio di quell’anno. Nessuno aveva idea di cosa sarebbe successo, e di chi avrebbe avuto il potere decisionale. Gli inglesi avevano controllato il territorio per 156 anni, e sotto di loro una piccola regione costiera, composta da una penisola e 263 isole – alcune grandi, altre troppo piccole per essere abitate – era diventata la città più cosmopolita dell’Asia.

Meta diseguale ed elitaria di tutti coloro che erano scappati dagli sconvolgimenti politici della Cina continentale, a volte sfidando il pericolo di squali o monsoni per arrivare nella colonia britannica a nuoto, era una realtà ibrida e complessa che si era sviluppata negli interstizi della burocrazia e delle discriminazioni britanniche, e che celebrava l’anarchia di chi fuggiva per crearsi una nuova vita, con l’entusiasmo di chi non ne ha previste tutte le potenziali difficoltà.

La fotografia che Fruit Chan scatta di quel momento spartiacque è intima, tenera e brutale. Le scene messe in mostra sono per lo più gli interni angusti della Hong Kong delle case popolari costruite a partire dalla metà degli anni cinquanta, dopo che gli incendi nel quartiere di profughi a Shek Kip Mei avevano distrutto le abitazioni di fortuna delle persone fuggite alle violenze dei catastrofici inizi delle politiche economiche maoiste. Alti caseggiati dall’architettura funzionale, costruiti intorno a un cortile quadrato lasciato vuoto, creando lunghi corridoi in cui succede di tutto: incontri romantici, vendette fra gang rivali, brutale riscossione di debiti (l’usura, gestita dalla malavita locale, è una delle peggiori costanti di Hong Kong) e tentativi quotidiani di sbarcare il lunario e immaginare possibilità migliori.

Oppure esterni profondamente urbani, in quartieri operai, lontani dai quartieri della finanza, e sempre più insistenti, le immagini di un grande cimitero in collina. Made in Hong Kong è ossessionato dalla morte, onnipresente nelle vicende dei quattro ragazzi che animano il film: alla fine del film, l’unico protagonista è proprio Hong Kong.


Un film che si dipana sulla contraddizione del suo essere allo stesso tempo energizzante e angosciante, e che finalmente si potrà vedere o rivedere grazie al restauro frutto della collaborazione tra il Far East Film Festival di Udine, il laboratorio L’immagine ritrovata di Bologna, la Andy Lau Focus Film di Hong Kong e lo stesso Fruit Chan. Girato con un budget ridotto, Made in Hong Kong era il primo lungometraggio indipendente del regista e nel tempo la pellicola si era deteriorata fino a diventare quasi impossibile da vedere: gli studenti di cinema di Hong Kong si scambiavano vecchie cassette vhs o ancora più rari dvd piratati. Rimasterizzato, il film potrebbe uscire anche in versione Blue-ray grazie a un’iniziativa di crowdfunding che si conclude l’11 febbraio.

Quando il film uscì a Hong Kong fu visto con snobismo e rifiutato dal Film Festival locale, che nel 1997 aveva proiettato per la prima volta tutti i film censurati dalle autorità britanniche in epoca coloniale, tra cui La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo. Il successo di pubblico, però, lo rese un film di culto, che lanciò la carriera di Chan, e quella di Sam Lee (che interpreta Moon: i protagonisti erano stati tutti scelti tra attori non professionisti).

Il film portò alla ribalta una Hong Kong quasi per nulla raccontata all’epoca del passaggio di sovranità: quella di chi la città l’ha costruita, e la incarna, ma che non ha mai avuto voce in capitolo. Né durante il colonialismo né ancor meno oggi, dopo quasi 24 anni di quell’“alto grado di autonomia” promesso all’epoca a Hong Kong da Pechino, che aveva coniato per il passaggio di sovranità la formula di “un paese due sistemi”.

Inutile fingere che il film di Fruit Chan sia altro che una terribile premonizione di quello che sarebbe successo

Pechino non è stata capace di avere al suo interno un luogo fatto da persone come Moon e Ping, due dei protagonisti, profondamente irriverenti e indipendenti, che si tratti di affrontare le difficoltà dell’esistenza con le pochissime risorse che la vita gli ha conferito, o di esprimere la loro opinione nei confronti delle autorità. Il film è scandito a colpi di morti tragiche, e termina con il suono di una voce di donna che parla nei toni eccessivamente marcati della propaganda alla Radio del Popolo di Hong Kong, declamando una frase di Mao Zedong in cui dice che il futuro appartiene ai giovani. Finita la citazione maoista, la donna incita tutti a imparare a dire la stessa frase in mandarino (la lingua ufficiale della Cina popolare, mutualmente inintelligibile con il cantonese, parlato invece dalla maggior parte della popolazione di Hong Kong).

Inutile fingere che il film di Fruit Chan sia altro che una terribile premonizione di quello che sarebbe successo a Hong Kong dal 1997 in poi: dopo che centinaia di migliaia di cittadini della generazione di Ping, Moon, Susan e Sylvester, i quattro protagonisti, e della generazione dei loro figli, se ne avessero avuti, hanno manifestato per le strade della città innumerevoli volte, chiedendo rispetto per i loro diritti e le loro libertà, e chiedendo a voce sempre più alta il diritto al suffragio universale, fino alle proteste disperate del 2019, Pechino ha deciso che era troppo. Dal 30 giugno 2020 Hong Kong è oggi sotto una pesantissima legge sulla sicurezza nazionale che sta già cambiando tutto.

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Interi partiti sono stati dichiarati fuori legge, insieme a slogan e canzoni. Le scuole e le università sono state prese di mira, per modificare attraverso l’istruzione la libertà di pensiero che Hong Kong rappresenta. E, sempre più, Hong Kong è governata direttamente dai rappresentanti di Pechino nel territorio, che pontificano dai loro uffici a Sai Ying Pun. Il mandarino sta soppiantando il cantonese come lingua dell’insegnamento, e la propaganda e i controlli, che costituivano la differenza fondamentalmente tra la vita a Hong Kong e quella al di là del confine, stanno diventando una realtà quotidiana.

Molti partono: per il Regno Unito, l’ex potere sovrano, per l’Australia o per il Canada. Molti, nel territorio che per più di un secolo ha accolto profughi e perseguitati politici, vanno ora in esilio per sfuggire al carcere. Così il nichilismo e la morte che marcano l’inizio e la fine di Made in Hong Kong hanno oggi un sapore ancora più amaro. Ma Hong Kong è ancora viva: spaventata, certo, eppure ancora anarchica.

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