Uomini in moto portano una croce da mettere su una tomba lungo la strada tra Mangina e Beni, 23 agosto 2018.

La vita ai tempi dell’ebola nella Repubblica Democratica del Congo

Uomini in moto portano una croce da mettere su una tomba lungo la strada tra Mangina e Beni, 23 agosto 2018.
08 febbraio 2019 17:17

Prendete una malattia mortalmente contagiosa e diffusa in un’area circondata dalla giungla, dove dei gruppi armati si contendono il controllo di zone isolate. Aggiungete una popolazione sfinita da decenni di conflitti, che ha paura di chi arriva da fuori e guarda con sospetto gli occidentali avviluppati in tute protettive che installano accampamenti sanitari, dai quali parenti e amici spesso non escono vivi.

Non credo che si possa immaginare un luogo più complicato e pericoloso del nordest della Repubblica Democratica del Congo per curare un’epidemia di ebola. Quella scoppiata nel paese è la seconda più grave della storia e secondo dati ufficiali, da quando è esplosa, all’inizio dell’agosto 2018, ha ucciso più di cinquecento persone. O meglio, queste sono le vittime accertate. Potrebbero essercene molte di più, ma le organizzazioni non governative non possono muoversi liberamente nella regione, perciò nessuno conosce il numero esatto.

Per capire quanto sia difficile avere informazioni sull’epidemia è necessario descrivere il contesto. La regione del Nord Kivu, ricca di risorse, è un’area isolata vicino al confine con l’Uganda e il Ruanda. Dal sottosuolo si estraggono molti dei minerali necessari per fabbricare i dispositivi elettronici come i telefoni e i computer. Questo aspetto, sommato al suo isolamento, ha trasformato l’area in un rifugio per gruppi armati, locali e provenienti dai paesi confinanti, con acronimi, alleanze e obiettivi in continuo mutamento.

Un operatore sanitario si prepara prima di entrare nella zona rossa dove sono assistiti i malati a Bunia, 6 novembre 2018.

Come si vive qui? Consideriamo per esempio le città principali, Butembo e Beni, colpite sporadicamente con episodi paragonabili a guerriglia. L’ultima volta che sono stato a Beni, una casa è stata bombardata con colpi di mortaio e un’altra è stata attaccata. Un uomo è stato ucciso e quattro bambini rapiti. Tutto questo accadeva più o meno a cinque minuti in motorino dal posto dove risiedevo. Non è raro svegliarsi alle cinque del mattino con il rumore di colpi di arma da fuoco nelle vicinanze. Ho un amico che fa il giornalista lì. Torna a casa tutte le sere entro le 6 per paura degli attacchi. Gli capita di scrivere degli attacchi dei ribelli di mattina e dell’epidemia di ebola nel pomeriggio. Psicologicamente è molto dura.

Anche a Butembo la vita è complicata. La città è circondata dalle milizie, perciò l’accesso alle aree circostanti è molto limitato. A volte è necessario stabilire un contatto con le milizie prima di avventurarsi all’esterno per portare un paziente fuori della città. In alcuni casi, inoltre, è necessaria una scorta armata.

Il tipo di malattia e la terapia necessaria complicano la cura.

L’ebola è una malattia virale contagiosa. Dunque i pazienti devono essere isolati e gli operatori sanitari devono rintracciare le persone entrate in contatto con loro per vedere se sono state contagiate. Un solo paziente potrebbe aver avuto centinaia di contatti, dunque potrebbero esserci centinaia di persone da monitorare.

Un soldato sudafricano della missione dell’Onu per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo (Monusco) durante gli scontri con i ribelli delle Forze democratiche alleate a Oicha, 5 ottobre 2018.

Il personale sanitario delle ong indossa tute protettive che coprono il corpo dalla testa ai piedi. Poiché il virus dell’ebola è molto aggressivo, spesso le persone che entrano in questi ambulatori non ne escono vive. I morti devono essere seppelliti seguendo delle precauzioni particolari, dato che anche i cadaveri sono molto contagiosi.

Prendete adesso tutte queste informazioni e osservatele dal punto di vista delle persone che vivono in quella regione. Probabilmente siete stati costretti a lasciare le vostre case almeno una volta nella vostra vita a causa dei conflitti. Forse siete dovuti scappare due o tre volte, o anche di più. Gli attacchi mortali contro i vostri amici e vicini sono parte della vostra vita. La sera prima potrebbe esserci stato un attacco e il giorno dopo una persona in visita da fuori non se ne accorgerebbe; la vita torna alla normalità.

Poi cominciano a morire delle persone. Una qui, una lì. A volte muoiono dopo sintomi terribili come emorragie dalle gengive, dagli occhi o dalle orecchie. A questa confusione aggiungete l’arrivo nel vostro paesino di centinaia di operatori umanitari e di giornalisti a bordo di veicoli fuoristrada. Allestiscono luoghi chiamati Centri di cura per l’ebola (Etc), dove bisogna indossare tute protettive che somigliano a tute spaziali.

Un operatore sanitario con un neonato che potrebbe avere contratto il virus a Butembo, 4 novembre 2018.

Adesso immaginate che uno dei vostri cari contragga il virus dell’ebola e lo portino dalle persone che indossano queste tute in questo posto spaventoso chiamato Etc. Poi muore e vi dicono che dovrà essere seppellito in un modo particolare, che non ha niente a che fare con le tradizioni della vostra cultura.

In questo contesto si comprende la confusione generata da questa malattia. Perché all’improvviso tante persone muoiono? Perché dopo la morte non è possibile vedere il cadavere, perché non si può seppellire come il vostro popolo ha fatto per generazioni?

Tenendo conto di tutto ciò, è facile rendersi conto di come possa diffondersi ogni genere di diceria. Anche a me è capitato di essere aggredito. Era un anziano che quando mi ha visto mi ha indicato urlando: “Sei stato tu a portare qui l’ebola, per ricavare soldi dal Congo”.

In un contesto del genere il lavoro che stanno svolgendo ong come Oxfam, Medici senza frontiere e Alima è incredibile, dal punto di vista sia della cura sia del coinvolgimento della popolazione. Per essere efficaci in un’area come questa è necessario parlare con le comunità per spiegare cos’è l’ebola, quali sono i sintomi, quali sono le cure e le precauzioni da prendere. È una cosa difficilissima da fare qui.

Un operatore sanitario nel centro di trattamento per l’ebola a Butembo, 3 novembre 2018.

Poi c’è la cura. Gli ambulatori vengono tirati su dal nulla. Ogni volta per due mesi medici, persone che si occupano della logistica e costruttori arrivano qui in aereo da tutte le parti. In quei due mesi lavorano ventiquattr’ore su ventiquattro per installare i centri e metterli in funzione il più rapidamente possibile.

Svolgono un lavoro difficilissimo in condizioni difficilissime, in mezzo a persone che nella maggior parte dei casi non credono in quello che fanno.

L’epidemia di ebola non fa che riportare alla ribalta la tragedia dell’est della Rdc.

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Mi trovavo in piedi in un angolo, volevo semplicemente scattare delle foto a scene di vita quotidiana. A un certo punto è passato un pick-up con una bara sul cassone. Un’altra vittima dell’ebola. Qui accade ogni giorno. In un certo senso quasi non ci si fa più caso. Le persone si fermano, guardano il veicolo che passa e tornano alla loro vita quotidiana.

Un’altra volta ho visto tre persone su una moto che trasportavano una croce. Un’immagine che mi ha commosso moltissimo. Tre persone che probabilmente andavano alla tomba di un parente, un amico o una persona cara. Non era niente di straordinario però. E non sarebbe stata l’ultima volta che vedevo una scena simile.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è stato pubblicato sul blog Correspondent dell’Agence France-Presse. Nel blog giornalisti e fotoreporter raccontano il loro lavoro.

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