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Giornalisti e fotoreporter raccontano il loro lavoro sul blog dell’Agence France-Presse.

Mohammed Mohiedin Anis fuma la pipa mentre ascolta il grammofono in casa, Aleppo, il 9 marzo 2017.

Il collezionista di Aleppo

Mohammed Mohiedin Anis fuma la pipa mentre ascolta il grammofono in casa, Aleppo, il 9 marzo 2017.
17 marzo 2017 13:38

Ci sono uomini, sogni e oggetti più forti della guerra. Mohammed Mahiedine Anis, la sua collezione di automobili d’epoca, la sua pipa e il suo grammofono sono tra questi.

Il collezionista era stato protagonista poco più di un anno fa di un reportage da Aleppo realizzato dal mio collega e fotografo siriano Karam al Masri. Lo abbiamo ritrovato con il direttore dell’ufficio di Beirut Sammy Ketz e il fotoreporter di Damasco Youssef Karwashan. Le sue automobili sono distrutte, ma lui è vivo e ha ancora i suoi sogni, la sua pipa e la sua musica.

Il signor Anis ha lasciato la città solo durante gli ultimi due mesi di combattimenti tra ribelli ed esercito siriano, prima che quest’ultimo riconquistasse Aleppo alla fine di dicembre. Nel reportage di Karam era possibile illudersi che fosse ancora possibile tenere a distanza la guerra, che pure era sempre presente. Ma poi, come abbiamo potuto constatare, essa ha distrutto tutto.

Mohammed Mohiedin Anis controlla una Mercury Montclair del 1957, Aleppo, il 9 marzo 2017.

Nonostante questo, non è difficile ritrovare il signor Anis. Nel quartiere di Chaar lo chiamano il lupo bianco. Abbiamo usato le poche informazioni contenute nel reportage di Karam e ci siamo affidati alle indicazioni dei passanti. È bastato chiedere dove fosse il collezionista di automobili d’epoca americane. Nel reportage Karam lo chiamava Abou Omar, ma noi sapevamo che era uno pseudonimo usato per ragioni di sicurezza. A un certo punto abbiamo dovuto abbandonato l’auto e proseguire a piedi perché la strada era ingombra di macerie. Siamo arrivati davanti a una grande porta di ferro verde. Abbiamo bussato. Ci ha aperto. La sua prima frase è stata: “Voi siete i francesi”.

Il pomeriggio stava già finendo e la luce era sempre più flebile, perciò era complicato fare foto. Gli abbiamo detto che saremmo tornati il giorno dopo, chiedendogli di prepararci del tè per l’occasione. È un uomo che ha vissuto gli orrori della guerra eppure ha conservato la speranza nel futuro. Non smetteva di ripeterci che niente può abbattere il suo morale, la sua determinazione a superare tutte le prove. Secondo lui è tutta una questione di testa. Ha una volontà di ferro.

Mohammed Mohiedin Anis con le automobili d’epoca parcheggiate davanti alla sua casa, Aleppo, il 9 marzo 2017.

La sua collezione però è stata seriamente danneggiata. Gli restano tredici automobili e sette sono in un deposito. Ne parla come se fossero dei bambini, dice che le sue Buick, le sue Chevrolet e le altre sono “ferite”. Dice che vuole ricominciare a collezionare automobili e comprarne di nuove. A dire il vero, non sono sicuro che ci creda davvero, se si considerano le condizioni della città e del paese. Questo però lo aiuta a resistere.

Perché lui adesso vive in condizioni davvero difficili. Il suo appartamento è devastato, la sua casa quasi distrutta. “Come può abitare qui?”, gli abbiamo chiesto. Ha risposto semplicemente: “È casa mia”. Dorme tra le macerie. È come molti abitanti di Aleppo: lavoratori, intraprendenti e con un forte attaccamento alla loro città. Ad aiutarlo a vivere sono anche i ricordi, e gli oggetti. Come il suo grammofono. Non c’è quasi più elettricità ad Aleppo. Un’ora al giorno quando va bene, senza contare quella, piuttosto aleatoria, dei generatori sparsi qua e là in città. Il suo apparecchio per i dischi in vinile a 78 giri però funziona con una manovella.

Una Buick del 1948 parcheggiata davanti alla casa di Mohammad Mohiedine Anis, Aleppo, il 9 marzo 2017.

Quando gli abbiamo chiesto se era sopravvissuto anche il grammofono, ci ha risposto: “Ma certo, ve lo faccio sentire. Ma prima devo andare a cercare la mia pipa, perché non ascolto mai la musica senza”. Perfino la sua pipa è rotta. L’ha riparata con dei pezzetti di nastro adesivo. E la riempie di tabacco fatto venire da Beirut. Ha fatto andare il suo grammofono con la registrazione di un cantante siriano degli anni quaranta, Mohammad Dia al Din. Il genere di musica che ascoltava mio nonno in Libano.

Come lui, la gente torna poco a poco nella zona est. La zona ovest, controllata dal governo, è stata relativamente risparmiata dalla distruzione. Il quartiere di Chaar e quelli nella zona est della città, invece, sono stati in parte polverizzati dalle bombe. La mancanza d’acqua è un problema serio. Arriva a poco a poco, grazie alle distribuzioni dell’Unicef, ma alcuni scavano pozzi abusivi e se non si fa attenzione si rischia di ammalarsi per aver bevuto acqua non potabile. Per trovare da mangiare ci sono delle bancarelle che vendono legumi, cibi in scatola, carne, lo stretto indispensabile per vivere. Ci sono anche prodotti di prima necessità per la ricostruzione. La vita torna, lentamente.

La canzone che il signor Anis ascolta con il suo grammofono si intitola Hekaya, storie.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è stato pubblicato sul blog Making-of dell’Agence France-presse.

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