10 gennaio 2022 13:33

“I mesi più duri sono dicembre e gennaio, perché dalle finestre delle nostre stanze al Park hotel vediamo la gente che festeggia con i propri cari l’arrivo di un altro anno in cui noi siamo tenuti lontani dai nostri. Quelli appena passati sono stati il nono Natale e il nono capodanno che ho trascorso da detenuto”. A scrivere è Mehdi Ali, un profugo iraniano che vive nello stesso albergo di Melbourne, adibito dalle autorità australiane a centro detentivo per immigrati irregolari, dove fino alla mattina del 10 gennaio si trovava Novak Djokovic. Il numero uno del tennis mondiale sperava di partecipare agli Open d’Australia ma non aveva fatto i conti con le regole sull’immigrazione imposte da Canberra durante la pandemia (senza vaccino non si entra, nemmeno se si è stati positivi al covid negli ultimi sei mesi, come successo proprio al tennista) e con l’applicazione confusa delle regole da parte delle varie autorità responsabili.

Il 10 gennaio il tribunale ha dato ragione a Djokovic, perché quando è stato fermato all’aeroporto le autorità non gli hanno dato il tempo di chiedere consiglio su cosa fare. La vicenda è complessa e tiene insieme vari fattori: l’arroganza di un campione che, scegliendo legittimamente di non vaccinarsi contro il covid-19, non vuole però prendersi le responsabilità di tale scelta evitando di partecipare ai tornei; il cattivo funzionamento di una macchina burocratica in cui gli attori sono diversi (la federazione tennis australiana, che ha concesso a Djokovic l’esenzione dall’obbligo vaccinale per partecipare al torneo, esenzione che non garantisce il permesso di entrare nel paese; il governo dello stato di Victoria, che dice di avere le mani legate perché non decide sugli ingressi alla frontiera; e il governo federale, che controlla le frontiere e che il 6 gennaio aveva trasferito il tennista, furibondo, nel centro di detenzione in attesa di sentire cosa avrebbe detto oggi il giudice a cui si è rivolto); una comunicazione non sempre funzionante; un primo ministro che se avesse riservato un trattamento speciale a Djokovic (com’è sembrato a molti quando il tennista, in partenza per l’Australia, ha annunciato su Instagram di aver avuto un’esenzione) avrebbe rischiato di attirarsi gli strali di una popolazione stremata dai lockdown (gli abitanti di Melbourne hanno battuto il record mondiale di giorni di clausura) e molto infastidita dalle tante “eccezioni” alle regole emerse in due anni di pandemia (sempre celebrities o persone molto ricche).

Al di là di come andrà a finire (il tribunale ha dato ragione a Djokovic, ma il ministro dell’immigrazione si riserva la facoltà di cancellare di nuovo il visto del tennista), questa storia qualcosa ha già prodotto: ha gettato luce, anche se indirettamente, sul trattamento spietato riservato dall’Australia agli immigrati irregolari e ai richiedenti asilo. Il caso di Djokovic non c’entra con le regole rigide che Canberra adotta con gli immigrati che arrivano senza un visto. Ma facendolo alloggiare al Park hotel – una struttura usata per i detenuti dei centri offshore di Nauru, Manus island e Christmas island che per motivi medici sono trasferiti temporaneamente in Australia – per dimostrare che “la legge è uguale per tutti”, le autorità hanno sollevato il velo sul vergognoso sistema dell’immigrazione australiano, che le parole di Mehdi Ali descrivono in modo efficace:

Sono arrivato da solo in Australia a 15 anni. Ho chiesto aiuto a questo paese. Ero un ragazzo che aveva bisogno di un posto sicuro dove vivere. Invece mi hanno rinchiuso per otto anni, senza accesso a un’assistenza sanitaria adeguata o all’istruzione. Sono stato privato dei miei diritti fondamentali. Sono considerato una minaccia perché sono scappato dal mio paese e sono arrivato su una barca. Sto scontando una pena senza aver commesso nessun crimine, solo per questo sistema crudele. Non c’è giustizia per me. La maggior parte delle persone arrivate dal 2013 sono state rilasciate, tranne una manciata di noi usati come pedine politiche. Siamo detenuti qui per scongiurare che le imbarcazioni ricomincino ad arrivare. La legge ci dice che i minori devono essere detenuti per il minor tempo possibile, ma io sono cresciuto in questa gabbia. Chiedo solo giustizia. Non voglio più sopravvivere. Voglio solo vivere”.

Questo articolo fa parte di una newsletter settimanale di Internazionale che racconta cosa succede in Asia. Ci si iscrive qui.