08 settembre 2016 16:24

Quando sono arrivato in Gabon per raccontare le recenti elezioni, ero l’unico fotografo di un’importante testata internazionale presente nel paese. La gente si chiede: perché fare lo sforzo di raccontare le ennesime elezioni e gli ennesimi disordini di un paese africano?

La mia risposta è: come potremmo non farlo? È qui che si svolge la storia contemporanea dell’Africa. Se vogliamo raccontare la storia africana, le narrazioni che animano il continente, non possiamo tenerci lontano da posti come questi. Sono orgoglioso di essere qui, di raccontare questa storia e di non ignorare eventi come questo.

Essere “da solo” a raccontare delle elezioni presenta sia dei vantaggi sia degli svantaggi. Qualcuno potrebbe dire che non ho concorrenza, visto che i miei colleghi delle altre testate non sono qui. Ma non mi piace mai usare il termine “concorrenza”: preferisco parlare di “cooperazione”.

Quando racconto una storia del genere, non sono in competizione con nessuno, sto solo offrendo un servizio ai nostri clienti. E normalmente noi fotografi lavoriamo insieme. Condividiamo informazioni, contatti, pasti, taxi, le giornate e i pericoli legati a questo tipo di ambiente.

Una donna si protegge dai gas lacrimogeni lanciati dalla polizia durante le proteste a Libreville, in Gabon, il 31 agosto 2016. (Marco Longari, Afp)

La cooperazione produce una copertura degli eventi più ampia e una maggiore sicurezza per tutte le persone coinvolte. Ci si possono scambiare idee: ad esempio “che ne dite di andare in quel quartiere per mostrare quel tale aspetto della storia”, “no, i miei contatti dicono che la situazione lì è tesa, ma c’è un’altra zona dove sta succedendo questo e quest’altro” e cose del genere.

In particolare, in una situazione come quella del Gabon, dove l’esplosione di rabbia dopo l’annuncio dei risultati è stata particolarmente violenta, fa piacere avere una simile rete protettiva intorno a te. È una questione di sicurezza, ma è anche la certezza di prendere le giuste decisioni rispetto al modo in cui racconterai la storia.

Solo di fronte alle scelte
Quando sei solo, ti trovi nel bel mezzo delle cose con tutta la responsabilità sulle tue spalle. Non puoi fare affidamento sugli occhi dei tuoi colleghi per essere sicuro che un determinato aspetto della storia verrà raccontato, o che tale aspetto verrà raccontato come merita. Non puoi confrontare il tuo giudizio con quello degli altri. Sei solo a prendere le decisioni, il che raddoppia le tue responsabilità.

Ovviamente non ero del tutto solo. Non c’erano altri fotografi delle principali agenzie, ma c’era la televisione, c’erano persone che avevo incontrato durante altri incarichi e di cui mi fidavo, oltre che altri giornalisti. E quindi era possibile scambiarsi contatti e suggerimenti. Ma non con lo stesso livello di confidenza.

Un sostenitore del leader dell’opposizione Jean Ping durante un comizio elettorale a Libreville, in Gabon, il 27 agosto 2016. (Marco Longari, Afp)

Naturalmente ci sono anche aspetti positivi nell’essere per conto proprio. Per esempio non devo preoccuparmi di evitare che altri colleghi o macchine fotografiche appaiano nelle mie inquadrature. Può far sorridere, ma si tratta di una cosa che devi sempre avere in mente quando lavori con i colleghi: bisogna fare attenzione a non finire nelle inquadrature degli altri.

Un’altra sensazione piacevole è quella di essere l’unica voce che racconta la storia. Puoi fare quello che vuoi. Non c’è niente di ridondante e tutto deve essere detto. Ma, devo ripeterlo, è una grossa responsabilità. Bisogna sempre che la storia sia raccontata come si deve.

Tutto è importante
Non sono qui per caso. All’Afp scegliamo di raccontare il continente nel modo più approfondito possibile. Si potrebbe dire che è uno dei nostri vantaggi competitivi. Può suonare come auto promozione, ma la nostra agenzia mostra un’impegno costante nel raccontare storie africane e nel non tralasciare niente. Tutto è importante, tutto riguarda la vita delle persone qui.

In questo caso non c’erano dubbi sulla scelta di partire. Basta leggere la storia del Gabon per capire che il paese si trova a un bivio. Dopo più di quarant’anni di governo di un unico presidente e dopo che, già nel 2009, c’erano state delle elezioni contestate, gli ingredienti per un disastro erano già tutti pronti sul tavolo. Quando vedi una cosa del genere, non puoi far finta di niente.

Sono responsabile di circa 47 paesi in Africa: tutti tranne quelli arabofoni. Devo quindi costantemente prendere delle decisioni su cosa raccontare. Quando vedo situazioni come quelle del Gabon, non posso dire di no. Dobbiamo essere presenti. E preferisco essere io stesso a farlo, vista la mia esperienza pluriennale nel raccontare situazioni simili, in Africa e altrove.

Trovare un tassista
Si comincia a lavorare a un servizio molto prima di arrivare nel paese. Fai ricerche sulla situazione politica, sui principali attori e cominci a farti un’idea su quali luoghi della città devi visitare. Era il mio primo viaggio in Gabon e mi sono preparato bene.

Quando atterri in un posto, cominci immediatamente a creare una rete di contatti. Può suonare stupido, ma tutto comincia con il tuo tassista. Fai in modo di averne uno davvero bravo. Come distinguerne uno bravo da uno scarso? È qui che entra in gioco l’esperienza. Ogni persona possiede il suo personale metro di giudizio, che credo sia soprattutto una questione di istinto.

Un mercato bruciato a Bitam, nel nord del Gabon, vicino al confine con il Cameron, il 6 settembre 2016. (Marco Longari, Afp)

Il modo di raccontare la storia dipende dalla tua esperienza, dalla capacità che hai sviluppato nel leggere una situazione e dall’aver abbastanza tempo di lavorare sul terreno. Io sono arrivato a Libreville una settimana prima delle elezioni. Era la mia prima volta in città e quindi il mio primo giorno ho scattato pochissime foto, passando la giornata in giro in automobile.

Ho cambiato due o tre autisti, chiedendogli di accompagnarmi nel loro quartiere. Stavo cercando di avere un senso della topografia, di capire quanto ci voleva per andare da un posto all’altro della città, dove si trovavano i luoghi più significativi, quelli dove poteva accadere qualcosa.

Naturalmente poi devi fare visita ai principali partiti politici, ti presenti, lasci il tuo numero e ti fai lasciare i loro. In base alle tue ricerche, alla tua comprensione della situazione e al modo in cui la storia potrebbe svilupparsi, costruisci la tua rete. Vai in un panificio di un quartiere, parli, ti fai lasciare dei numeri di telefono e lasci il tuo. E così, quando le cose cominciano a succedere, puoi chiamare le persone per sapere cosa sta succedendo nelle varie parti della città. Solitamente i cittadini comuni capiscono bene la situazione.

E poi fai grande affidamento sul tuo ufficio. E questo è un altro elemento nel quale l’Afp ha un vantaggio: abbiamo delle sedi permanenti a Libreville, coi loro relativi contatti, il che ci dà un’enorme mano in una vicenda importante come questa.

Scegliere il momento
Quando racconti la storia di un determinato paese, ogni aspetto della vita quotidiana e ogni avvenimento di quel paese sono importanti. E quindi cerchi di tenere d’occhio tutto quello che succede. La scorsa settimana, ad esempio, dovevamo raccontare una messa cattolica il giorno dopo le elezioni. La situazione nel paese era tesa: era come se tutti trattenessero il fiato mentre venivano conteggiati i voti.

E quindi il giorno dopo le elezioni, mentre i voti venivano contati, siamo andati in una chiesa. Stare in mezzo a una congregazione, poteva servire a mostrare la tensione, il senso di speranza e le preghiere che tutto andasse per il meglio. Credo di esserci riuscito. Le panche della chiesa erano mezze vuote, mentre di solito sono strapiene.

Bisogna sempre essere pronti a notare stranezze o a scattare foto strane. È così che sono riuscito a fotografare la donna che si lavava i piedi sotto la pioggia, mentre un gruppo di suore le passava accanto.

Quello che mi ha sorpreso in Gabon è la libertà che mi è stata garantita dalle forze di sicurezza. La quantità di cose che sei autorizzato a coprire è spesso un buon indicatore del livello di democrazia di un paese. Visto che ero solo, sarebbe stato molto facile limitarmi.

Invece mi è stato permesso di fotografare abbastanza liberamente gli scontri. Sono rimasto sbalordito (puoi fare tutte le ricerche che vuoi ma una storia si svilupperà sempre come vuole lei) dall’improvvisa esplosione di rabbia dopo l’annuncio dei risultati.

Sostenitori del leader dell’opposizione Jean Ping bloccano i manifestanti che cercano di raggiungere la commissione elettorale a Libreville, in Gabon, il 31 agosto 2016. (Marco Longari, Afp)

Non è stata una cosa graduale. Per 24 ore le cose sono successe molto velocemente: gli assalti, gli incendi, i disordini. L’indomani la città si è svegliata completamente traumatizzata dal diffondersi della violenza, dalle barricate e dai negozi chiusi.

Non possiamo non essere presenti per raccontare storie come questa.

Insisto di nuovo sull’importanza di essere presenti sul campo. Abbiamo raccontato un capitolo della storia dell’Africa. Abbiamo l’ambizione di comprendere il mondo sfaccettato che si sta sviluppando da queste parti. Semplicemente non possiamo non essere presenti in storie come questa.

Storie come quella delle elezioni in Gabon ci permettono di avere uno sguardo sulla direzione che sta prendendo il continente. È vero, si tratta degli ennesimi disordini in un paese africano. Ma esistono sfumature. La reazione delle persone dice un sacco sulla situazione del paese. L’evoluzione del comportamento delle forze di sicurezza, che permettono a un fotografo di raccontare liberamente gli eventi, dicono molto su cosa stia vivendo il paese e sulla direzione verso la quale potrebbe andare.

È il segno che una certa comprensione della democrazia si sta finalmente diffondendo nel paese. Il fatto che finora mi sia stato concesso di lavorare significa che, nonostante tutto quello che sta accedendo, alcune cose sono più accessibili, alcune cose stanno davvero cambiando.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato sul blog Correspondent dell’Agence France-Presse.
Nel blog, giornalisti e fotoreporter raccontano il loro lavoro.