01 ottobre 2020 16:00

I virus che compiono il salto dagli animali agli esseri umani sono stati il punto di partenza di numerose epidemie, da ebola a zika. Data la somiglianza del sars-cov-2 con i coronavirus trovati nei pipistrelli, è così che è cominciata anche la pandemia di covid-19.

Sappiamo che i virus trasmessi dagli animali agli umani sono una costante della storia, e continueranno a esserlo. Ma gli elementi che influenzano l’origine geografica di questi eventi sono meno chiari, malgrado la loro rilevanza. Sapere dove si verificano può aiutarci a capire i fattori dietro al salto di specie, potendo studiare le caratteristiche dei virus che circolano nell’ecosistema in cui il salto ha avuto luogo.

Talvolta, però, individuare l’origine di un virus è difficile. I movimenti delle persone sono continui e ad ampio raggio, il che significa che il primo caso di una malattia può riscontrarsi a centinaia se non migliaia di chilometri dal luogo in cui ha avuto inizio la trasmissione agli esseri umani. Data questa considerazione, dove dovremmo cercare il virus che potrebbe provocare la prossima epidemia?

Generalmente i virus emergono là dove gli umani e gli animali che veicolano virus si intersecano di più. Ripetute interazioni tra le persone, questi animali o insetti e l’ambiente in cui il virus circola aumentano la probabilità di un salto di specie. Si ritiene che questi salti siano rari, e probabilmente hanno luogo in presenza di un insieme di circostanze non necessariamente prevedibili.

Nel mondo interconnesso di oggi, il virus potrebbe viaggiare per mezzo pianeta prima di essere scoperto

Gli umani sono esposti ai virus di continuo. Il più delle volte l’esposizione porta a un “vicolo cieco”: il virus non viene trasmesso ad altri. In qualche caso, invece, può capitare che il virus si replichi e sia trasmesso a un altro ospite o, se veicolato da vettori, a un insetto che dà inizio a un nuovo ciclo di trasmissione funzionale.

Succede in tutto il mondo, anche se le recenti epidemie di grande risonanza mediatica danno l’impressione che i virus emergano in alcune aree più che in altre. In particolare, la gravità di virus come la sars in Asia e l’ebola in Africa ha fatto sembrare che questi siano i soli luoghi in cui si verificano eventi simili. La verità è un’altra.

In Europa, per esempio, è recentemente comparso il virus Schmallenberg, che colpisce soprattutto il bestiame e provoca aborti spontanei negli animali contagiati. E benché non se ne senta parlare spesso, i virus emergono anche in America Latina. L’encefalite equina venezuelana e il virus Mayaro hanno causato varie epidemie nell’America meridionale e centrale. Non sono molto noti per il semplice motivo che non si sono diffusi al di fuori delle Americhe. Un’altra ragione per cui il Mayaro non ha avuto maggiore risonanza è che provoca sintomi molti simili a quelli di un altro virus, il chikungunya. Spesso, inoltre, è erroneamente diagnosticato come febbre dengue, e quindi non si conosce il numero effettivo di casi di Mayaro.

Tocchiamo così un problema più ampio, e cioè che la maggior parte dei virus provoca sintomi simili. Nelle aree in cui la dengue o la malaria sono endemiche, le patologie virali tendono a essere ricondotte a queste infezioni, il che maschera la comparsa di nuovi virus finché non diventano comuni. A quel punto i virus in questione potrebbero essersi diffusi ben al di là del loro punto d’origine. Occorrono diagnosi più rapide ed efficaci per individuare nuove patologie prima che possano stabilirsi nuovi cicli di trasmissione.

Gli umani vicini ad aree in cui un virus è endemico, inoltre, non mostrano sempre segni della sua comparsa. L’esposizione regolare al virus fa sì che possano non presentare sintomi di infezione. È solo quando il virus si diffonde in una popolazione non precedentemente esposta che il numero di casi diventa tale da permettere di identificarlo. Nel mondo interconnesso di oggi, il virus potrebbe viaggiare per mezzo pianeta prima di essere scoperto.

Controllare gli ospiti
Se non si può determinare l’origine della prossima epidemia semplicemente guardando una cartina, cosa dovremmo fare? Un metodo migliore sarebbe cercare di capire il ciclo di trasmissione endemica dei virus – cioè osservare gli animali e gli ambienti in cui i virus si replicano senza provocare patologie negli umani – e poi lavorare a ritroso. Sapere quali virus circolano già tra gli animali può aiutarci a risalire alle origini delle patologie umane quando scoppiano nuove epidemie. Queste informazioni sono cruciali per comprendere i rischi potenziali in diverse aree del pianeta. Possono anche aiutarci a distinguere i fattori che rendono più probabile un salto di specie.

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Nel caso del sars-cov-2, per esempio, sono stati i precedenti studi sui cicli di trasmissione dei coronavirus dei pipistrelli a consentire di identificare questi animali come la possibile origine dell’epidemia. Per questo motivo oggi si indaga sul perché i pipistrelli siano spesso coinvolti nel salto di specie dei virus. È possibile che l’adattamento dei coronavirus ai pipistrelli accresca la probabilità di trasmissione ad altri mammiferi, inclusi gli umani. Può anche darsi che la fisiologia dei pipistrelli li renda vettori eccellenti. Tuttavia, studi recenti fanno pensare che i virus emergano più comunemente dai pipistrelli per il semplice motivo che ne esistono molte specie, e non per le loro qualità di vettori.

Stiamo solo cominciando a comprendere i virus presenti nei pipistrelli e in altre specie. Gli studi che hanno aiutato a ricondurre le origini di sars-cov-2 ai pipistrelli in Cina sono stati interrotti. Se vogliamo davvero cercare di prevedere il prossimo virus pericoloso – e dove potrebbe originarsi – dovremmo cercare di espandere questo genere di ricerche, non porvi fine.

(Traduzione di Stefano Musilli)

Questo articolo è stato pubblicato sul sito The Conversation.

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