Ribelli siriani nella provincia di Idlib, il 1 settembre 2018.

La propaganda di Mosca in vista dell’ultima battaglia siriana

Ribelli siriani nella provincia di Idlib, il 1 settembre 2018.
05 settembre 2018 15:07

Prima dell’offensiva del governo siriano contro le ultime roccaforti dei ribelli nella provincia di Idlib, gli strumenti della propaganda russa come la tv Rt (nota in precedenza come Russia today), le diverse ambasciate e la rete dei mezzi d’informazione vicini a Mosca hanno cominciato a pubblicare articoli su possibili attacchi chimici a Idlib e ad Hama.

Diversi resoconti diffusi dalla Russia, in particolare dal ministero della difesa, sostengono che al Centro russo per la riconciliazione sono arrivate delle telefonate che avvertivano di una serie di attività efferate. In base alle dichiarazioni di organismi governativi o di siti russi, alcuni gruppi siriani, come Hayat tahrir al Sham e la Difesa civile siriana (il gruppo di soccorritori noti come Caschi bianchi), sarebbero pronti a lanciare operazioni sotto falsa bandiera per incolpare Mosca o Damasco. Tuttavia non ci sono prove di preparativi di operazioni del genere, mentre il 26 agosto il servizio video di Rt, Ruptly, ha caricato le immagini di un lanciamissili Vulcano del governo siriano in viaggio verso Idlib. Nel 2013 alcune varianti di questo lanciamissili erano state usate nell’attacco chimico del regime sulla Ghuta, la regione intorno alla capitale Damasco.

Sputnik, un altro sito finanziato dal governo russo, ha a sua volta scritto che il ministero della difesa di Mosca sostiene che gruppi specializzati addestrati dalla compagnia britannica Olive si stiano preparando a condurre un possibile attacco. Olive non esiste più dal 2015, dopo la fusione con il gruppo Constellis.

Queste affermazioni servono a sostenere la narrazione promossa dalla Russia e dal governo di Bashar al Assad secondo cui le forze speciali britanniche sono coinvolte in Siria. In precedenza era stata diffusa una notizia altrettanto bizzarra, e non verificabile, in cui si parlava di soldati britannici catturati dalle forze filogovernative siriane nella Ghuta.

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Gli organismi governativi e alcuni mezzi d’informazione russi continuano inoltre a usare le immagini di un film finanziato da Damasco, Revolution man, il cui protagonista è un giornalista straniero che, con l’aiuto dei terroristi, inventa un incidente con armi chimiche.

Le immagini – che in alcuni casi vengono descritte come provenienti dal set di un film dei Caschi bianchi – accompagnano spesso notizie o tweet che “preannunciano” imminenti attacchi chimici. Le stesse immagini e dichiarazioni erano state usate dai mezzi d’informazione russi per mettere in dubbio la responsabilità del governo siriano nell’attacco con le armi chimiche a Duma.

Come sempre, nessuna reazione
Queste dichiarazioni non sono sempre legate a specifici attacchi delle forze filo-governative siriane, ma appaiono quando la Russia ha bisogno di confondere le acque o di contenere preventivamente i danni causati da un alleato difficile da controllare.

Stati Uniti, Regno Unito e Francia hanno detto che prenderanno le dovute misure in caso di attacchi governativi con armi chimiche su Idlib. Ma non c’è da aspettarsi davvero una reazione in caso si verifichi davvero un fatto del genere.

Le forze siriane hanno continuato a usare cloro e sarin dopo l’attacco nella Ghuta

In Siria sono stati documentati più di duecento casi di utilizzo di armi chimiche, la maggior parte dei quali attribuibili al governo Assad, ma la risposta dei paesi che avevano minacciato reazioni è stata simbolica e limitata.

Dopo il primo uso massiccio di gas sarin da parte delle forze filo-governative nella Ghuta nel 2013, gli Stati Uniti hanno cambiato posizione sull’ormai famigerata “linea rossa”, che sarebbe stato l’uso delle armi chimiche. Invece sono stati distrutti i depositi siriani di armi chimiche sotto la supervisione di organizzazioni internazionali. Ma, anche dopo la Ghuta, le forze filogovernative siriane hanno continuato a usare il cloro e il sarin, e gran parte di questi attacchi sono passati inosservati o sono stati ignorati. Anche quando ci sono state reazioni militari esterne, queste azioni hanno avuto una portata limitata e le forze russe sono state avvertite prima degli attacchi.

Le accuse contro i ribelli, i Caschi bianchi e altri spauracchi creati dai sostenitori del governo siriano e dai promotori della sua propaganda si basano sempre sulla stessa argomentazione: se le forze filogovernative stanno vincendo in Siria, non hanno bisogno di attirare l’attenzione della comunità internazionale ricorrendo alle armi chimiche. Secondo questa logica, la ragione più probabile degli attacchi è il desiderio dei ribelli finanziati dai nemici stranieri di Assad di provocare un intervento esterno. Ma dopo sette anni di guerra civile e nessun accenno di un intervento militare del genere, questa logica è più debole che mai.

Resta da vedere se il governo siriano si stia davvero preparando a usare le armi chimiche durante l’offensiva su Idlib. Queste armi sono state usate con successo a Duma per favorire le posizioni negoziali del governo nel contesto degli accordi proposti dalla Russia e nei colloqui con gruppi ribelli come Faylaq al Rahman. Questa è una prospettiva attraente per Assad.

Un’occasione per Bolton
La presenza di soldati turchi lungo il confine della provincia di Idlib è un impedimento all’uso delle armi chimiche da parte di Damasco. Nonostante la reazione relativamente timida degli Stati Uniti ai precedenti attacchi, per il nuovo consigliere alla sicurezza nazionale di Washington John Bolton l’uso di armi chimiche in una battaglia che il mondo intero osserva con attenzione potrebbe rappresentare un’opportunità per colpire le forze siriane, in quella che l’amministrazione Trump potrebbe vedere come una dimostrazione di forza.

Mentre la risposta di Stati Uniti ed Europa in caso di attacco chimico a Idlib non è ancora chiara, è invece chiarissimo come la Russia e i suoi alleati siano già impegnati a confondere le acque, nel caso Assad dovesse ancora una volta usare le armi chimiche.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito su Bellingcat.

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