Mentre scrivo questo articolo sembra imminente la fine del Rojava, un progetto che mirava a creare uno spazio ugualitario in Siria lontano dal regime di Assad e dal gruppo Stato islamico (Is), ma che è diventato sempre più associato alla supremazia curda e all’autoritarismo.
In poche settimane le forze governative sono passate dal conquistare due enclavi delle Forze democratiche siriane (Fds, a maggioranza curda) ad Aleppo a prendere il controllo di vaste zone nel nordest della Siria, tra cui una zona ricca di biocarbonio, quasi senza combattere. Con Raqqa e Deir Ezzor (due regioni a maggioranza araba ricche di petrolio) ora nelle mani del governo, le Fds sono confinate in frammenti di territorio in aree prevalentemente curde (il cessate il fuoco di quattro giorni raggiunto il 20 gennaio 2026 è stato esteso per altri quindici).
Si tratta di una rapida caduta in disgrazia per le Fds, che erano diventate il principale alleato sul campo del Centcom (il comando militare guidato dagli Stati Uniti) durante la lotta contro l’Is beneficiando enormemente del sostegno militare e materiale statunitense, che aveva aiutato il gruppo a mantenere il controllo sul nordest della Siria.
Alleanza indebolita
Tra le voci insistenti degli attivisti curdi che lanciano l’allarme su un “genocidio” delle forze governative e un “tradimento” dell’occidente, Tom Barrack, inviato speciale degli Stati Uniti in Siria, ha annunciato che il ruolo del gruppo come alleato del Centcom nella lotta contro l’Is in Siria è “in gran parte giunto al termine”, ora che Damasco ha aderito alla coalizione globale contro i jihadisti. In un discorso tenuto il 21 gennaio, il presidente statunitense Donald Trump sembra aver ufficializzato la separazione ribadendo il suo impegno nei confronti del presidente siriano Ahmed al Sharaa mentre le forze governative circondavano la città di Al Hasaka.
Gli Stati Uniti avevano offerto una via d’uscita con un accordo di integrazione sottoscritto dal leader delle Fds Mazloum Abdi e Al Sharaa nel marzo 2025, riformulato il 18 gennaio a Damasco. L’insistenza di Abdi nel consultare gli altri leader delle Fds sembra avere suscitato l’ira dei funzionari siriani, già frustrati dai mesi di ritardi nell’attuazione dell’accordo di marzo.
I vertici del gruppo potrebbero essere accusati di non aver compreso che le relazioni tra Stati Uniti e Fds erano state azzerate dopo la visita di Al Sharaa a Washington a novembre, quando Damasco è diventata ufficialmente il principale alleato del Pentagono contro l’Is in Siria. Dareen Khalifa, analista dell’International crisis group, conferma: “La situazione era chiara da mesi, ma le Fds non hanno voluto vederla, hanno esagerato o sopravvalutato quello che avevano sentito da esponenti dell’amministrazione di Washington, che mostrando il loro sostegno hanno suggerito che gli Stati Uniti potessero difenderle con più forza di quanto non fosse nelle intenzioni della Casa Bianca”. Khalifa aggiunge di non essere sorpresa dalla sconfitta delle Fds nelle zone a maggioranza araba: “L’alleanza tra le Fds e gli arabi si basava principalmente sul fatto che la popolazione le preferiva al regime di Assad. Nonostante tutti i loro difetti, le carenze e i problemi, le Fds erano più indulgenti e umane”.
Con Sharaa visto dai siriani come quello che ha liberato il paese dal regime autoritario di Assad, la coalizione informale tra le Fds e le tribù arabe si è indebolita. E dopo il successo dell’offensiva dell’esercito siriano nella provincia di Aleppo, la confederazione tribale alleata delle Fds ha cominciato a sgretolarsi con defezioni a favore del governo, tra cui quella del 21 gennaio, quando il clan Shammar ha cambiato schieramento portando con sé il controllo del valico di frontiera che collega i territori controllati dai curdi in Siria e Iraq.
“La gente vuole un potere centrale e pensa che ci sia stata una supremazia dei curdi nel modo in cui hanno gestito il governo e la sicurezza nella zona”, afferma Khalifa. “Non credo che si tratti di supremazia curda in sé, ma piuttosto di supremazia di partito: hanno sempre dato priorità alla lealtà e all’appartenenza al partito, ed è comprensibile. È il circolo della fiducia, qualcosa di simile a quello che sta facendo ora Damasco”.
La strada per Raqqa è piena di segni di arroganza legati ad altri progetti ideologici falliti nel nordest della Siria: mura di edifici abbandonati ricoperti nel corso degli anni da striscioni e slogan del regime di Assad, delle varie milizie iraniane, del gruppo Stato islamico e ora delle Fds. Pian piano le scritte saranno nascoste dai colori della nuova bandiera siriana, che rappresenta i vincitori della guerra durata quindici anni. I terrapieni di sabbia che dividevano il territorio delle Fds e quello del governo saranno probabilmente abbattuti, e il posto di blocco della milizia alla periferia di Raqqa, che ricorda più un valico di frontiera tra due paesi che un check-point, sarà smantellato, riunificando un altro tratto di territorio siriano.
Gli interessi di Washington
Più impegnativa per il governo sarà la questione delle prigioni e dei campi controllati dalle Fds, che ospitano non solo le mogli e i figli dei combattenti dell’Is, ma anche migliaia di civili rastrellati durante la campagna militare della coalizione guidata dagli Stati Uniti e intrappolati in una detenzione perpetua. Il trasferimento dei combattenti dell’Is dalla Siria all’Iraq è cominciato, mentre Damasco dovrà risolvere la situazione potenzialmente esplosiva dei loro familiari e degli altri civili nei campi, come quello di Al Hol, con la difficoltà di valutare e reintegrare queste persone.
La vasta esperienza dell’intelligence governativa e militare nel trattare con i gruppi jihadisti ha fatto avere alla coalizione guidata dagli Stati Uniti i nomi dei sospetti affiliati dell’Is e dei combattenti stranieri. Questo ha dato ad Al Sharaa il via libera per unificare l’intero paese (con la forza, se necessario) e ha reso superflue le Fds, afferma Ayman Abdel Nour, consulente politico siriano: “La Siria ha soddisfatto tutte le richieste di Trump per entrare a far parte della coalizione contro l’Is. E Washington sostiene la fazione che più aiuta i suoi interessi. In questo momento le va bene sostenere un uomo che può unificare e rappresentare l’intero territorio siriano. Trump ne vuole incontrare uno solo e non vuole che il leader druso Hikmat al Hijri, quello alawita Ghazal al Ghazal o Mazloum Abdi il giorno dopo si lamentino che lui non rappresenta tutta la Siria”.
Al di là degli accordi di sicurezza, il controllo del nordest permetterà al governo anche di sfruttare le riserve di petrolio e gas, rispettando contratti stipulati con aziende statunitensi, ma bisognerà ricostruire le strutture danneggiate. “Dopo otto o nove anni di governo delle Fds nel nordest della Siria non c’è stato sviluppo delle infrastrutture. Questo è qualcosa che gli Stati Uniti vogliono cambiare”, continua Abdel Nour. “Anche nelle aree da cui le Fds si sono ritirate, il 95 per cento della popolazione è araba: non ci sono curdi a Raqqa e Deir Ezzor, e Al Hasaka sarebbe crollata in un’ora se gli statunitensi non avessero chiamato Al Sharaa per dirgli di fermarsi”.
Adesso le Fds sono confinate in territori con una grande popolazione curda, che ne riconosce la legittimità. Questo rende più probabile una soluzione pacifica alla crisi, in cui figure come Abdi possono ricoprire posizioni importanti nel governo o nell’esercito siriano. Alla fine entrambe le parti hanno bisogno di creare sicurezza nelle regioni orientali e di cominciare a sviluppare le infrastrutture petrolifere, cosa di cui beneficeranno tutti i siriani, indipendentemente dall’etnia o dal credo religioso, e porterà speranza in un futuro migliore, fondamentale per affrontare il problema dell’estremismo.
“Damasco rispetterà tutto quello che ha concordato con gli Stati Uniti: sulla sicurezza, sul fatto che non ci saranno attacchi contro Israele. E farà entrare le grandi compagnie petrolifere statunitensi”, conclude Abdel Nour. “Questo significa che il paese avrà un reddito da petrolio e gas; potrà offrire stipendi più alti ai dipendenti pubblici, ridurre il prezzo del greggio e dei suoi derivati, come diesel e benzina, e perfino quello dell’elettricità, in modo che la popolazione possa essere più tranquilla e consentire all’industria di prosperare”. ◆ dl
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