Alcuni ragazzi aspettano di essere accompagnati dal personale di Medici senza frontiere a praticare la circoncisione usata come forma di prevenzione dell’hiv, nella provincia del KwaZulu Natal, in Sudafrica, il 7 novembre 2014. (Gianluigi Guercia, Afp)

Oggi in Sudafrica i malati di aids hanno un futuro

Alcuni ragazzi aspettano di essere accompagnati dal personale di Medici senza frontiere a praticare la circoncisione usata come forma di prevenzione dell’hiv, nella provincia del KwaZulu Natal, in Sudafrica, il 7 novembre 2014. (Gianluigi Guercia, Afp)
18 luglio 2016 13:26

Il Sudafrica che dal 18 luglio ospita la Conferenza internazionale sull’aids è molto diverso dal “paria dell’aids” che 16 anni fa ospitò lo stesso evento, quando l’allora presidente Thabo Mbeki dichiarò clamorosamente che non esisteva un rapporto tra l’hiv e la malattia.

Trovandosi al cuore della pandemia mondiale di aids, il Sudafrica ha oggi il più vasto programma di cura al mondo, con 3,4 milioni di persone che ricevono i farmaci antiretrovirali, che permettono alle persone affette da hiv di vivere normalmente.

Il contrasto con l’epoca di Mbeki, quando il ministro della salute cercava di spacciare la barbabietola e la patata americana come rimedi contro l’aids, e centinaia di delegati avevano lasciato la sala quando il presidente aveva suggerito che la povertà era forse la principale causa dell’aids, non potrebbe essere più netta.

Durante la sua presidenza Mbeki si è allineato con una frangia di negazionisti dell’hiv, resistendo alle pressioni internazionali e nazionali che volevano che la crisi dell’aids fosse affrontata in maniera seria e decidendo, invece, di denunciare gli antiretrovirali come un’invenzione occidentale con gravi effetti collaterali.

“I pazienti morivano come mosche. Li curavamo con amore, attenzione e vitamine. Non avevamo niente”, spiega il dottor Jean Basset, che ha fondato un centro di cura dell’hiv presso la clinica Witkoppen di Johannesburg nel 1996.

Tra le persone che ricevevano cure nella clinica c’era Patience Ndlovu. Inizialmente, dopo che le era stato diagnosticato l’hiv, nel 2002, aveva ricevuto solo vitamine.

“Erano tempi difficili. Crescere un bambino mentre mi trovavo in quello stato, mi faceva molta paura”, spiega Ndlovu, che ha oggi 38 anni.

L’ostruzionismo di Thabo Mbeki ha provocato almeno 330mila morti inutili nel primo decennio degli anni duemila

La donna spiega che, nel momento peggiore, il numero dei suoi Cd4 – un dato che segnala lo stato del sistema immunitario – era crollato sotto i 200, il che significava che la sua sindrome si era trasformata in aids.

Ha cominciato a ricevere antiretrovirali nel 2004, dopo che il governo Mbeki ha cominciato, a malincuore, a distribuire questi farmaci salvavita ai pazienti sieropositivi più gravi, dopo una decisione di un tribunale nel 2003. La salute di Ndlovu è migliorata.

Molti sudafricani affetti da hiv non sono stati altrettanto fortunati. Uno studio dell’università di Harvard del 2008 ha mostrato che l’ostruzionismo di Mbeki ha provocato almeno 330mila morti inutili nel primo decennio degli anni duemila.

“È stato un decennio buttato. Abbiamo distrutto gli anni tra 2000 e 2008 a causa dell’ostruzionismo politico”, spiega Mark Heywood, cofondatore della Treatment action campaign, un gruppo di pressione che per molti anni è stata la principale voce a parlare di hiv in Sudafrica.

Un momento disvolta

Fino all’arrivo di un nuovo governo non ci sono stati cambiamenti significativi.

Mbeki ha ceduto la guida del governo nel 2008 e l’anno successivo Aaron Motsoaledi, un dottore di fama riconosciuta, è stato nominato ministro della salute dal nuovo presidente sudafricano Jacob Zuma.

Motsoaledi ha immediatamente adattato la risposta del governo alla pandemia, lanciando una campagna nazionale di test e aumentando le cure con gli antiretrovirali.

“Motsoaledi ha fatto un lavoro notevole”, afferma il dottor Chris Beyrer, presidente della International aids society, che organizza la conferenza a Durban tra il 18 e il 22 luglio.

“Il fatto che il Sudafrica abbia tre milioni di persone che seguono una terapia antiretrovirale, è semplicemente straordinario”.

Una donna fa il test dell’hiv in un ambulatorio mobile di Medici senza frontiere a Eshowe, in Sudafrica, il 6 novembre 2014. (Gianluigi Guercia, Afp)

Oggi sette milioni di sudafricani, pari al 19 per cento della popolazione adulta, vivono con l’hiv .

L’epidemia ha privato molte famiglie di chi portava il pane a casa, creando un esercito di orfani e colpendo duramente milioni di persone all’inizio della loro vita adulta. Nonostante siano stati fatti molti progressi per quanto riguarda le cure offerte, i costi sociali ed economici della risposta tardiva si fanno sentire ancora oggi.

“Mbeki è stato responsabile di un alto numero di morti”, spiega il dottor François Venter, vicedirettore esecutivo dell’Istituto di sanità riproduttiva e di hiv alla Università del Witwatersrand di Johannesburg.

“Ha avuto un ruolo determinante nel provocare la morte di molte persone, nel decimare famiglie e nell’aver reso l’economia molto più debole di quanto avrebbe potuto essere”, afferma Venter.

Questi attacchi sembrano non scalfire Mbeki. In una lettera pubblicata sul sito web della sua fondazione a marzo di quest’anno, l’ex presidente ha infatti respinto quanti criticano la sua azione nei confronti dell’hiv, ripetendo la sua convinzione che “un virus non può causare una sindrome”.

Le vite delle persone come Ndlovu sono state salvate e trasformate proprio grazie al cambiamento delle politiche del Sudafrica nei confronti dell’epidemia di hiv.

“Adesso faccio una vita normale. Ho questa malattia, ma sono ancora viva”, racconta.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato dall’agenzia britannica Reuters.

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