Il musée du quai Branly a Parigi, il 15 marzo 2018.

La Francia pronta a restituire le opere d’arte sottratte ai paesi africani

Il musée du quai Branly a Parigi, il 15 marzo 2018.
04 dicembre 2018 14:42

Il 28 novembre 2017, durante un discorso a Ouagadougou (capitale del Burkina Faso), Emmanuel Macron aveva dichiarato: “Voglio che da qui a cinque anni si creino le condizioni per procedere a restituzioni temporanee o definitive del patrimonio africano in Africa”. Per la prima volta, un presidente della repubblica francese prendeva posizione sulla questione delle opere e degli oggetti africani conservati nei musei francesi dai tempi della colonizzazione. Posizione in controtendenza rispetto a quella adottata finora nei confronti delle richieste avanzate dai paesi africani, che si potrebbe riassumere così: le collezioni nazionali sono inalienabili, e pertanto non è possibile alcuna restituzione.

In Francia e all’estero la dichiarazione ha suscitato immediatamente la preoccupazione dei conservatori dei musei e l’irritazione dei commercianti, alimentando il dibattito giuridico e politico. Poi il nulla fino al 22 marzo 2018, quando è stata annunciata una missione affidata dall’Eliseo a due accademici, la francese Bénédicte Savoy e il senegalese Felwine Sarr. La loro relazione è stata consegnata ufficialmente il 23 novembre di quest’anno e pubblicata dalla casa editrice Seuil a fine novembre.

Il rapporto Savoy-Sarr è lungo 232 pagine, appendici documentarie e illustrazioni incluse. L’essenziale è contenuto nelle prime ottanta, che si sforzano di articolare dati storici, politici e giuridici al fine di proporre una metodologia globale. Già dall’introduzione, il documento enuncia i propri limiti di riferimento: l’Africa subsahariana da un lato, le collezioni pubbliche francesi dall’altro. I casi dell’Algeria e dell’Egitto sono esplicitamente esclusi, in quanto “derivanti da un contesto di appropriazione che fa riferimento a legislazioni molto diverse”.

Savoy e Sarr, che non sono specialisti della materia, hanno incontrato diversi interlocutori, principalmente rappresentanti di istituzioni culturali e museali, alcuni giuristi, pochissimi storici, e ancor meno soggetti privati come commercianti di opere d’arte (due) e collezionisti (non ne è citato nemmeno uno). Sono stati in Senegal, in Mali, in Camerun e in Benin, che non è molto, ma è comprensibile visto le tempistiche relativamente strette.

Questo progetto di ritorno a una sorta di autenticità perduta lascia scettici

Il primo capitolo rievoca quello che sanno tutti: le campagne militari e la colonizzazione fondata sul rapporto profondamente squilibrato tra il colonizzatore bianco che comanda e il colonizzato nero che obbedisce. Ci ricorda inoltre che le domande di restituzione sono tanto antiche quanto la fine dell’impero coloniale, e che sono state respinte per più di cinquant’anni. Da queste pagine si apprende anche che alcuni oggetti prestati alla Francia metropolitana dall’Institut fondamental d’Afrique noire di Dakar nel 1937, 1957 e 1967 non sono mai stati restituiti.

Il secondo capitolo è intitolato “Restituire”. Il verbo è definito in questi termini: “Restituire al legittimo proprietario del bene il suo diritto di utilizzo e godimento, così come tutti i benefici derivanti dalla proprietà”. Non si tratterebbe, quindi, di una restituzione temporanea. Le opere quando possibile devono ritrovare, del tutto o in parte, i significati e le funzioni che erano loro attribuiti in origine, ciò che gli autori definiscono “risocializzazione degli oggetti del patrimonio”. È possibile in paesi dove l’alfabetizzazione e la modernità hanno oscurato l’essenza dei modi di pensare del passato? Questo progetto di ritorno a una sorta di autenticità perduta lascia scettici.

Poi arrivano le domande più difficili: restituire cosa? Come? Secondo quali criteri? Il “cosa” implica un inventario, che al momento è ancora incompleto. La maggior parte degli oggetti è arrivata in Francia durante il periodo coloniale e proveniva dai popoli colonizzati dalla Francia stessa: si contano circa mille pezzi prima del 1885 e più di 45mila nel 1960. Un tale aumento presuppone che siano stati usati metodi di esproprio talvolta brutali, una “estrema disinvoltura in materia di ‘approvvigionamento’ patrimoniale”, scrive la relazione.

Stranamente, quest’ultima omette di precisare che per molto tempo questa “bulimia” è andata di pari passo con il più totale disprezzo nei confronti dei feticci e degli altri “pezzi di legno grezzo” dei “primitivi”: fino alla prima guerra mondiale e con l’eccezione di qualche circolo artistico molto ristretto (Apollinaire, Picasso, Tzara, eccetera), questi oggetti sono stati presentati come prova della “barbarie” dei “negri cannibali”, e quindi come una giustificazione della colonizzazione e delle missioni religiose. Ci piacerebbe pensare che gli etnologi del primo dopoguerra si comportassero diversamente.

Il musée du quai Branly a Parigi, il 15 marzo 2018.

E questo è vero nell’attenzione accordata alle strutture sociali, ai culti e ai miti. Ma nel 1931, la missione Dakar-Gibuti pagò sette franchi – il prezzo di dodici uova – una maschera recuperata in Mali, vicino a Ségou, mentre nello stesso momento, nelle aste di Parigi, una maschera di qualità comparabile si vendeva per svariate centinaia di franchi, se non migliaia. La missione raccolse in tutto 3.600 pezzi.

La relazione distingue diversi tipi di relazioni tra l’Africa e la Francia. Sono, in ordine di violenza decrescente: i bottini di guerra e le spedizioni punitive; le raccolte delle missioni etnologiche e dei “raid” scientifici finanziati dalle istituzioni pubbliche; gli oggetti provenienti da queste operazioni, passati per mani private e donati ai musei da eredi degli ufficiali o funzionari coloniali; infine gli oggetti risultanti da traffici illeciti dopo l’acquisita indipendenza.

In ogni caso, la relazione suggerisce senza mezzi termini di “accogliere favorevolmente le domande di restituzione”. Propone perfino una cronologia delle restituzioni, che dovrebbe cominciare con i bottini di guerra e durerebbe il tempo necessario, fino a che inventari più precisi e ricerche archivistiche più approfondite permettano di deliberare caso per caso.

Difficoltà e obiezioni serie
Veniamo dunque al “come”. La restituzione “implica un’evoluzione del diritto positivo” per sfuggire alla tesi dell’inalienabilità. La relazione propone una modifica del codice del patrimonio francese, in particolare il capitolo 2 del titolo 1, in cui sarebbe inserita una sezione 5 relativa al patrimonio africano. Il dispositivo sarebbe il seguente: nell’ambito di un accordo bilaterale tra la Francia e uno stato africano, quando quest’ultimo presenta una domanda, una commissione mista di esperti la esamina, verifica le conclusioni dell’inchiesta preliminare alla domanda e dà un parere di opportunità – ma solo in caso di mancanza di informazioni sufficienti.

Una volta decretata, la restituzione interessa lo stato richiedente, “il solo abilitato a presentare” una domanda. A queste correzioni del codice del patrimonio, tuttavia, la relazione aggiunge in extremis un’alternativa, “emersa tardi nella discussione”, quella di un testo di legge autonomo. Nelle appendici si trova una proposta per la stesura di entrambi. È molto probabile che questa debba essere emendata prima di essere sottoposta al voto dei parlamentari.

In effetti, le difficoltà e le obiezioni sono serie. Se il caso dei bottini di guerra è senza dubbio il più semplice, quello degli oggetti entrati nei musei come donazioni o lasciti testamentari è molto più delicato. Queste “liberalità”, quando sono concesse ai musei, sono accompagnate da clausole. È probabile che non sia sufficiente affermare che esiste un “consenso” “sull’idea che gli oggetti inizialmente acquisiti senza un consenso certo o fortemente presunto, e successivamente ceduti a collezioni pubbliche, potrebbero essere restituiti al loro paese di origine su decisione amministrativa”. Significherebbe tirare dritti sperando così di sottrarsi alle obiezioni giuridiche, che potrebbero essere sollevate, per esempio, dagli aventi diritto dei donatori, le cui donazioni sarebbero interessate da tali misure.

La nozione di “consensualità”
Ancora più delicata è la questione dei criteri di restituibilità. La relazione si basa sulla nozione di “consensualità”: la restituzione sarebbe impossibile solo se ci fossero “testimonianze esplicite del pieno consenso dei proprietari o custodi degli oggetti”. Tali testimonianze sono, ovviamente, un’eccezione. Non c’è dubbio che questo sia un punto cruciale. Ed è altrettanto indubbio che nella stragrande maggioranza dei casi mancheranno gli elementi di risposta.

Del resto, come osservato nella relazione, “l’acquisizione iniziale di questi oggetti, durata quasi un secolo e mezzo, è avvenuta in modalità molto diverse: certamente bottini di guerra, furti, donazioni più o meno liberamente concordate, ma anche baratti, acquisti, più o meno equi, o anche ordini diretti commissionati ad artigiani o artisti locali”.

A quale paese è destinata la restituzione se non si sa dove è stato preso l’oggetto?

Nel caso delle commissioni pagate agli artisti africani – pratica attestata a partire dal sedicesimo secolo e largamente diffusa con la colonizzazione – il consenso sarà stato più che probabile, poiché c’è stata una transazione. Al giusto prezzo? Per rispondere avremmo bisogno di documenti che ovviamente non sono mai esistiti.

Perché, così continua la relazione Savoy-Sarr, “il più delle volte, il museo beneficiario di donazioni già antiche dispone solo di poche informazioni sulle condizioni della prima acquisizione degli oggetti, talvolta anche sulla loro esatta provenienza”. Quest’ultima osservazione è di per sé un punto critico: a quale paese è destinata la restituzione se non si sa dove è stato preso l’oggetto e se le attuali frontiere sono state tracciate dalla colonizzazione a dispetto della continuità di popolazioni e culture?

L’ostacolo principale rimane comunque la definizione del “consenso”. Dato il contesto coloniale e il rapporto di forza asimmetrico che stabilisce, il sospetto della mancanza di consenso è ovviamente dominante. Se seguiamo fino in fondo la logica del rapporto, centinaia di opere conservate nei musei francesi (le maschere dogon del musée du quai Branly, provenienti dalla missione Dakar-Gibuti, per esempio) sono quindi sospette. E restituibili di conseguenza, se gli stati dovessero farne richiesta. È difficile immaginare le conseguenze – scientifiche, culturali e politiche – di questa dottrina. Su questi punti, la relazione Savoy-Sarr non dice nulla.

(Traduzione di Chiara Pittaluga)

Questo articolo è uscito sul quotidiano francese Le Monde.

Da sapere

Dopo la presentazione del rapporto Savoy-Sarre il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato l’imminente restituzione di 26 opere al Benin, prese nel 1892 dal generale Dodds dopo sanguinosi combattimenti con l’ultimo re dell’ex Dahomey, Behanzin. Poiché attualmente la legge francese non consente queste restituzioni, l’Eliseo ha promesso misure eccezionali, e nel caso una riforma di legge in tal senso. Macron si è detto favorevole a ogni forma di circolazione delle opere, che avvenga attraverso la loro restituzione, prestiti, scambi, depositi o mostre. I ministeri della cultura e degli esteri avranno un ruolo di primo piano insieme ai musei che saranno incaricati di identificare i partner africani e di organizzare la circolazione delle opere. L’Eliseo, inoltre, vorrebbe estendere l’iniziativa anche agli altri paesi europei, ipotizzando una riunione nei primi tre mesi del 2019.
In Senegal, il ministro della cultura Abdou Latif Coulibaly ha dichiarato di volere la restituzione da parte della Francia di “tutti gli oggetti d’arte appartenenti al Senegal”.

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