Grant a Denver, Colorado, Stati Uniti, 2016. (Brian Shumway, Redux/Contrasto)

Oggi mi vesto da femmina

Grant a Denver, Colorado, Stati Uniti, 2016. (Brian Shumway, Redux/Contrasto)
27 settembre 2019 12:16

Questo articolo è uscito il 14 settembre 2012 nel numero 966 di Internazionale. L’originale era uscito sulla rivista statunitense The New York Times Magazine con il titolo What’s so bad about a boy who wants to wear a dress?.

La sera prima di permettere al figlio di andare all’asilo con un vestito da femmina, Susan e Rob hanno mandato un’email ai genitori dei suoi compagni di scuola. “Per quanto riusciamo a ricordare”, hanno scritto, “Alex ha sempre avuto un’identità di genere fluida, e al momento si identifica con passione sia con i calciatori e i supereroi, sia con le principesse e le ballerine (per non parlare degli unicorni, dei dinosauri e dei lustrini colorati)”. Negli ultimi tempi il bambino era inconsolabile perché gli avevano proibito di mettersi la gonna nella vita di tutti i giorni, anche se quando voleva era sempre libero di mascherarsi. Dopo aver consultato il pediatra, uno psicologo e i genitori di altri bambini dall’identità di genere fluida, Susan e Rob erano arrivati alla conclusione che “l’importante è insegnargli a non vergognarsi di quello che sente di essere”. Di conseguenza, la mattina dopo avrebbe indossato un vestitino a strisce viola, rosa e gialle. L’email conteneva anche un link, per chi voleva informazioni sui bambini di genere variante.

Quando aveva quattro anni, Alex diceva di essere “un bambino e una bambina”, ma nei due anni successivi si è reso conto di essere semplicemente un bambino al quale ogni tanto piace indossare abiti femminili e fare giochi da bambina. Certi giorni, quando è a casa, mette un vestito, si dipinge le unghie e gioca con le bambole. Altri giorni si scatena, lancia i giocattoli e finge di essere l’Uomo Ragno. Anche il suo modo di muoversi varia tra una parodia e l’altra dei due sessi: quando porta la gonna è aggraziato, si muove quasi come una ballerina e la sua voce diventa più acuta. Nei giorni in cui si veste da “maschio” assume un’aria più spavalda. Naturalmente, se Alex fosse stato una bambina che a volte si veste e gioca come un maschio non sarebbe stato necessario mandare un’email ai genitori dei compagni. Nessuno avrebbe battuto ciglio davanti a una bambina a cui piace giocare a palla o portare la maglietta dell’Uomo Ragno.

Le persone che sfidano le norme di genere sono sempre esistite. La letteratura medica della fine dell’ottocento descriveva le donne “invertite” come tremendamente schiette, “negate per il ricamo” e con “un’inclinazione e una predilezione per le scienze”. I maschi “invertiti”, invece, sdegnavano gli sport all’aperto. A metà del novecento i medici tentavano “terapie correttive” per eliminare i comportamenti di genere atipici. Il loro scopo era di impedire che i bambini diventassero omosessuali o transessuali, termine che si usa per definire le persone che sentono di essere nate nel corpo sbagliato.

Oggi molti genitori e medici rifiutano le terapie correttive, perciò questa è la prima generazione che consente ai bambini di giocare e di vestirsi in modi che prima erano riservati alle bambine, di vivere in quello che uno psicologo ha definito “uno spazio intermedio” tra i comportamenti tradizionali dei maschi e delle femmine. Questi genitori si sono fatti coraggio appoggiandosi a una comunità online sempre più numerosa di persone che la pensano come loro e hanno figli maschi che amano i diademi e gli zainetti rosa. Perfino le persone transessuali mantengono la tradizionale distinzione tra i generi: sono nate di un sesso ma appartengono all’altro. I genitori dei bambini che si trovano in quello spazio intermedio sostengono invece che esiste uno spettro dei generi, e non due categorie contrapposte, nelle quali nella vita reale non rientra esattamente nessun uomo e nessuna donna.

“Il mondo sembra più ordinato con due possibilità di genere nettamente separate”, ha scritto l’anno scorso una madre del North Carolina nel suo blog Pink is for boys. “Ma se escludiamo lo spazio intermedio non rappresentiamo con precisione la realtà. Anzi, rischiamo di tagliare fuori bambini come mio figlio”.

L’autrice del blog si guarda bene dal rivelare l’identità del figlio. Un atteggiamento comune ad altri genitori intervistati per questo articolo: per quanto vogliano difendere quello che rende unici e felici i loro bambini, temono anche di esporli a un rifiuto. Alcuni hanno cambiato scuola, chiesa e perfino città per cercare di proteggerli. Questo contrasto tra la tentazione di cedere al conformismo e il desiderio di incoraggiare la libera espressione dei figli è molto sentita dai genitori di bambini che differiscono dalla norma. Ma le madri e i padri dei cosiddetti “bambini rosa” provano anche un altro tipo di ansia: considerata l’importanza del genere per lo sviluppo dell’identità, temono che una decisione sbagliata possa danneggiare il benessere emotivo e la vita sociale dei figli. Il fatto che ci sia ancora un forte disaccordo tra gli psicologi sull’opportunità di soffocare i comportamenti anomali o di incoraggiarli, rende ancora più difficile fare una scelta.

A quattro anni Alex scoppiava a piangere quando si vedeva allo specchio in pantaloni

Quasi tutti i genitori che consentono ai figli di vivere nello “spazio intermedio” erano persone aperte anche prima di avere un bambino rosa, pronti a difendere i diritti dei gay e l’uguaglianza delle donne e a mettere in discussione il confine tradizionale tra virilità e femminilità. Ma quando i loro bambini violano le norme convenzionali, anche loro rimangono disorientati. Com’è possibile che il modo di giocare di mio figlio, una cosa di solito così piacevole da guardare, mi metta tanto a disagio? E perché mi preoccupa il fatto che voglia indossare un vestito da femmina?

Nonostante il tono sicuro dell’email indirizzata ai genitori dei compagni di Alex, Susan in realtà era terrorizzata. Temeva che gli altri bambini prendessero in giro Alex, anche nella città progressista del New England dove vivono. Era tormentata dall’idea, suggerita dalle statistiche, che gli adolescenti omosessuali e transessuali, come Alex sarebbe potuto diventare, corrono maggiori rischi di assumere droghe e suicidarsi. Ha cominciato ad avere attacchi di panico. “È difficile spiegare perché l’identità di genere influisca tanto sul nostro modo di vedere una persona, ma è così. Come genitore, è una cosa molto destabilizzante”, dice. “E mi chiedevo come avrebbe reagito il resto del mondo, se io stessa avevo tanta difficoltà a capire mio figlio”.

Le ricerche sui bambini che non si conformano al loro genere sono relativamente poche, quindi è impossibile sapere quanti sono quelli che escono da quei confini, o addirittura quali sono questi confini. Secondo alcuni studi, dal 2 al 7 per cento dei maschi al di sotto dei 12 anni mostra regolarmente comportamenti che travalicano l’identità di genere, anche se molto pochi vorrebbero veramente essere femmine. È difficile capire cosa significa questo per il loro futuro. A dieci anni la maggior parte dei “bambini rosa” smette di comportarsi in modo non convenzionale perché crescendo non prova più quel desiderio o lo ha sublimato. Gli studi su quello che succede in età adulta ai ragazzi che da piccoli violavano le norme di genere hanno tutti qualche limite metodologico, ma lasciano intendere che, sebbene molti omosessuali non siano mai stati bambini rosa, dal 60 all’80 per cento dei bambini rosa prima o poi diventa gay. Gli altri diventano eterosessuali oppure donne, con l’aiuto degli ormoni e a volte della chirurgia. I comportamenti delle bambine non conformi al loro sesso, invece, non vengono quasi mai studiati, anche perché le deviazioni dalla femminilità tradizionale sono molto più diffuse e accettate. I pochi studi che esistono indicano che i “maschiacci” hanno più probabilità delle bambine “normali” di diventare bisessuali, lesbiche o mascoline, ma per la maggior parte diventano donne eterosessuali.

Insolito ma non innaturale
Alex faceva chiaramente parte di quella piccola percentuale di bambini che superano le barriere del genere. A tre anni insisteva nel voler tenere le gonne anche dopo la fine delle recite scolastiche. Fingeva di avere i capelli lunghi e disegnava bambine in abiti elaborati e chiome fluenti. A quattro anni a volte scoppiava a piangere quando si vedeva allo specchio in pantaloni, dicendo che si sentiva brutto.

Sua madre, preoccupata, aveva cominciato a cercare informazioni su internet. Lei e Rob avevano trovato molto materiale a sostegno del loro impulso istintivo di assecondare piuttosto che reprimere le espressioni di genere poco convenzionali del figlio. Solo qualche anno fa sarebbe stato difficile trovare un incoraggiamento simile, ma il movimento per i diritti dei gay ha fatto molto per cambiare le cose. Inoltre la maggiore visibilità delle transessuali, nella vita pubblica e nel mondo dello spettacolo, ha aperto le porte a quelli che sono in bilico tra i due generi. Anche se non sono accettate da tutti, molti distretti scolastici e amministrazioni locali ormai vietano qualsiasi forma di discriminazione basata sull’identità di genere e la sua espressione.

Gli attivisti del movimento transessuale hanno anche fatto pressione perché cambiasse l’atteggiamento degli psichiatri, che ufficialmente considerano ancora l’ambiguità di genere dei bambini una malattia mentale. L’American psychiatric association sta rivedendo la voce “disturbo dell’identità di genere nei bambini” per la prossima edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Ma la decisione di affidare la ricerca al professor Kenneth Zucker ha suscitato un’ondata di critiche. Zucker dirige una famosa clinica per l’identità di genere di Toronto ed è il più illustre difensore degli interventi convenzionali sulla non conformità sessuale. Invita i genitori a indirizzare i loro figli verso giochi, abiti e compagni conformi al loro genere e a scoraggiare i comportamenti associati all’altro sesso. Nei suoi articoli Zucker afferma che anche se la biologia predispone alcuni bambini a non conformarsi al loro genere, spesso intervengono anche altri fattori, come traumi o disturbi emotivi. Tra le possibili cause che cita ci sono le madri iperprotettive, i padri affettivamente assenti o le madri che odiano gli uomini.

I difensori delle transessuali e i medici più aperti sostengono che chiedere ai bambini che vivono nello spazio intermedio tra due generi di rinunciare agli interessi tipici dell’altro sesso non fa che accentuare la loro inquietudine. Inoltre, non è affatto dimostrato che gli interventi terapeutici modifichino il loro orientamento o il loro processo di identificazione sessuale. Per i medici che si oppongono ai trattamenti tradizionali, il non conformismo di genere è simile al mancinismo: è insolito ma non innaturale. Invece di spingere i bambini a conformarsi ai modelli, gli insegnano come reagire all’intolleranza degli altri. E incoraggiano i genitori ad accettare le espressioni di genere dei figli, perché gli studi dimostrano che l’appoggio dei genitori contribuisce a vaccinare i bambini atipici dall’ostracismo e dalla mancanza di autostima.

Non sappiamo quanti genitori scelgono questa strategia. Ma da qualche anno, almeno in Europa e negli Stati Uniti, il modello tradizionale viene sempre più contestato, nelle pubblicazioni mediche, dai professionisti e dagli stessi genitori. “Il clima è cambiato”, dice Edgardo Menvielle, che dirige uno dei pochi programmi mondiali sui giovani che non si conformano al loro genere presso il Children’s national medical center di Washington. “Molti genitori non si rivolgono neanche più ai medici. Cercano su internet. E molto spesso decidono che costringere il figlio a conformarsi ai modelli di genere danneggerebbe la sua autostima, e io sono d’accordo. Direi addirittura che è immorale dire a un bambino: ‘Questo è il genere a cui devi appartenere’”.

A Washington, Menvielle gestisce un gruppo di sostegno per genitori che ha fondato con la psicoterapeuta Catherine Tuerk. Quando il figlio di Catherine era bambino, una trentina di anni fa, uno psichiatra le disse di tenerlo lontano dalle bambine e dai loro giocattoli e di incoraggiare in lui un comportamento aggressivo. Così il bambino venne iscritto a corsi di karate e di calcio e portato dallo psicanalista quattro volte alla settimana per anni. Diventò depresso e rabbioso. A 21 anni disse ai genitori che era gay. Con il passare del tempo, i genitori si sono resi contro di avergli involontariamente fatto violenza e Catherine si è impegnata ad aiutare altri genitori a non commettere lo stesso errore.

Il vestito color lavanda
Susan ha trovato il nome di Catherine su internet una delle prime volte in cui Alex le ha chiesto di mettere un vestito da femmina per andare all’asilo. Dopo averle parlato a lungo al telefono, ha comprato al figlio alcuni vestitini. Spesso la gente per strada scambiava Alex per una bambina e lui si irritava molto. “Non sopporto quando mi scambiano per una bambina”, ha detto una volta alla babysitter. Quando i genitori gli hanno chiesto se voleva che si riferissero a lui con il pronome “lei”, ha risposto: “No, sono ancora un lui”.

Susan e Rob hanno cominciato a chiedersi se prima o poi Alex sarebbe diventato transessuale. Sapevano che si possono prescrivere ai bambini ormoni che bloccano la pubertà in vista di un passaggio all’altro sesso. Gli ormoni non solo rimandano il problema ma risparmiano agli adolescenti l’angoscia di sviluppare tratti sessuali secondari che sentono sbagliati per il loro corpo. Perfino Zucker è favorevole all’uso degli ormoni nei casi di adolescenti che vogliono passare al sesso opposto, perché è sempre più dimostrato che sono il modo migliore per farli sentire meno infelici. Ma molti si chiedono se un adolescente sia abbastanza maturo per fare una scelta che gli cambia la vita, soprattutto perché nessuno conosce gli effetti a lungo termine di quei farmaci.

Susan ha cominciato a considerare anche quella possibilità per Alex. Il bambino si era fissato su un particolare vestito color lavanda e andava in crisi ogni volta che lei lo lavava. Allarmati, Susan e Rob hanno deciso di lasciargli mettere quel vestito solo il martedì e il sabato, dicendogli che non potevano lavarlo più spesso. Il vero motivo era più complicato. Tanto per cominciare, non avevano il coraggio di portarlo fuori ogni giorno vestito da bambina, e di affrontare le allusioni e i giudizi della gente. In secondo luogo, si erano accorti che, a seconda dello stato d’animo e di come era vestito, Alex si comportava in modo molto diverso. Anche se continuavano a comprargli giocattoli per entrambi i sessi, speravano che passare più tempo vestito da maschietto lo avrebbe fatto sentire meno a disagio davanti alle aspettative sociali legate al suo sesso biologico, dato che probabilmente da adulto si sarebbe identificato con il genere maschile.

Tuttavia era difficile non chiedersi cosa intendeva dire Alex quando dichiarava di sentirsi “un bambino” o una “bambina”. Quando si comportava da “bambina” era perché gli piacevano certe cose e quindi pensava che doveva essere una bambina? O in quei momenti “si sentiva” una bambina e rafforzava quell’identità scegliendo giochi, abiti e modi di muoversi che la cultura generalmente attribuisce alle bambine? Qualunque fosse il motivo, la fissazione per certi vestiti era poi diversa da quella di tante bambine che insistono nel volersi mettere un vestito anche quando è poco pratico? O di certe altre che odiano i vestitini?

Nessuno sa perché la maggior parte dei bambini si adatta facilmente ai ruoli di genere che gli vengono assegnati, mentre altri no. Forse dipende dai livelli ormonali. Una possibile indicazione ce la dà una rara malattia genetica chiamata iperplasia surrenale congenita (anche conosciuta con la sigla Cah). Questa malattia produce un alto livello di androgeni, compreso il testosterone, all’inizio della gestazione, e può dare origine a genitali simili a quelli maschili anche in quelle che geneticamente sarebbero femmine. Queste bambine di solito vengono cresciute come tali e assumono ormoni per diventare più femminili, ma alcuni studi hanno dimostrato che sono più attive e aggressive delle coetanee, preferiscono giocare con macchinine e costruzioni e scelgono compagni maschi. Anche se la maggior parte di loro alla fine sarà eterosessuale, è più probabile che diventino lesbiche o bisessuali rispetto alle donne che non hanno assimilato androgeni prima della nascita.

Anche la genetica può influire sull’espressione di genere. Alcuni ricercatori hanno confrontato il comportamento di gemelli omozigoti (che hanno il 100 per cento dei geni in comune) e di gemelli eterozigoti (che ne hanno in comune solo il 50 per cento). Lo studio più ampio è stato condotto nel 2006 nei Paesi Bassi su 14mila gemelli di sette anni e 8.500 di dieci anni, e ha concluso che i geni influiscono al 70 per cento sui comportamenti atipici in entrambi i sessi. Quello che viene ereditato, tuttavia, è ancora poco chiaro: specifiche preferenze di comportamento, la tendenza a socializzare con l’altro sesso, l’impulso a rifiutare i limiti che gli vengono imposti?

“Perché mai qualcuno dovrebbe voler appartenere al sesso più debole?”

Per quanto la biologia possa influire, le espressioni della virilità o della femminilità sono legate alle culture e ai periodi storici. Nell’ottocento sia i bambini sia le bambine indossavano spesso vestiti e portavano i capelli lunghi fino a sette anni. I colori degli abiti non dipendevano dal sesso. Il rosa era considerato un colore forte, e quindi mascolino, e l’azzurro un colore delicato e femminile. I vestiti per bambini di entrambi i sessi erano decorati con pizzi, balze, fiori e gattini. Tutto questo è cambiato all’inizio del novecento, scrive Jo Paoletti, docente di studi americani all’università del Maryland e autrice del libro Pink and blue: telling the boys from the girls in America. In quel periodo alcuni psicologi avevano cominciato a sostenere che i bambini che si identificavano troppo con le madri sarebbero diventati omosessuali. Negli stessi anni le suffragette lottavano per i diritti delle donne. Per reazione a questi minacciosi cambiamenti sociali, l’abbigliamento si differenziò per distinguere i bambini dalle madri e dalle donne in generale. Negli anni quaranta del novecento, dai vestiti dei maschietti era stata eliminata qualsiasi forma di decorazione. E anche lo spettro dei colori si era ridotto.
Nel frattempo le donne avevano cominciato a portare i pantaloni, a lavorare fuori casa e a praticare una più ampia gamma di sport. Sfere di attività che prima erano esclusivamente maschili diventarono territori neutrali, soprattutto per le preadolescenti, e l’idea che una bambina si comportasse “come un maschio” non fu più considerata disdicevole. Uno studio pubblicato nel 1998 dalla rivista accademica Sex Roles ha dimostrato che il 46 per cento delle donne anziane, il 69 per cento di quelle nate nel dopoguerra e il 77 per cento di quelle della Generazione X (cioè nate tra il 1965 e il 1980) da piccole erano state maschiacci.

Oggi si tende a eludere le convenzioni di genere anche nella scelta dei nomi: quelli che un tempo erano considerati decisamente maschili, vengono dati anche alle bambine. Ma il contrario non succede quasi mai. E questo perché le ragazze acquistano prestigio se si comportano come ragazzi, mentre per i ragazzi è disdicevole anche avere un minimo tocco di femminilità. “Un uomo ha molti più privilegi nella nostra società”, dice Diane Ehrensaft, una psicologa dell’università della California a San Francisco. “Quando un bambino vuole comportarsi come una bambina, inconsciamente la cosa ci sconvolge. Perché mai qualcuno dovrebbe voler appartenere al sesso più debole?”. Quando si tratta di un bambino, invece, è sette volte più probabile che sia indirizzato a una clinica specializzata per una valutazione psicologica, anche se si limita a desiderare una Barbie per Natale.

Bloccato a metà
In alcune culture esistono categorie specifiche per le persone che non si adattano alle convenzioni del loro sesso. A Samoa i maschi biologici che assumono atteggiamenti femminili sono accettati e considerati appartenenti a un terzo sesso, chiamato fa’afafine. Negli Stati Uniti alcune delle persone che occupano lo “spazio intermedio” si definiscono “genderqueer”, ma non è ancora un concetto culturalmente consolidato.

“Le persone usano le distinzioni di genere per capire meglio il mondo, per mettere un po’ di ordine nel caos”, dice Jean Malpas, che dirige il Gender and family project dell’Ackerman institute di Manhattan. “È sempre stato un modo per misurare il proprio benessere psicologico: ‘Sei adattato? O sei fuori posto?’. Categorie sociali come uomo/donna, bambino/bambina sono fondamentali, e quando un individuo le sfida oltrepassandone i confini, all’inizio la cosa è molto disorientante. È come se mettesse in discussione la legge di gravità”.

Così è stato per Moriko e suo marito, che hanno faticato per anni a capire perché il loro bambino era attratto dagli abiti femminili anche se questo lo rendeva un emarginato. “Mi dispiaceva, ed ero spaventata, molto spaventata”, dice Moriko. “Questo genere di cose non lo trovi in libri come Che cosa aspettarsi quando si aspetta. Non sapevo che fare, che pensare o che sarebbe successo”. Moriko e suo marito hanno portato il figlio di sette anni da una psicologa di New York, sperando di trovare aiuto. La terapeuta, invece, ha attribuito a loro la colpa della femminilità del bambino, dicendo che Moriko era troppo distaccata e suo marito troppo assente. Gli ha consigliato di far sparire le bambole e le gonne e di trovare al figlio degli amichetti maschi. Ma il bambino continuava a essere infelice, e alla fine hanno respinto le conclusioni dell’analista. “Non poteva essere il sistema giusto”, dice Moriko. “Stavamo soffrendo tutti”.

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Moriko e un’altra madre hanno avviato un gruppo di sostegno per le famiglie che volevano accettare, e non cambiare, le espressioni di genere non convenzionali dei figli. Offrivano ai genitori una stanza in cui parlare mentre i bambini giocavano in un’altra. Oggi il gruppo è formato da più di venti famiglie. Alcuni bambini prendono farmaci per bloccare gli ormoni. Altri si sono rivelati gay. Il figlio di Moriko oscilla ancora.

Tra poco frequenterà la terza media. Ha quasi esclusivamente amiche, e si veste come loro: jeans aderenti, eyeliner nero sugli occhi, lucidalabbra e magliette che scoprono le spalle (Moriko gli fa mettere sotto una canottiera). Quando gli insegnanti gli hanno chiesto che pronome dovevano usare per lui, ha scelto quello maschile. Ma non vuole essere definito un ragazzo né una ragazza.

“È bloccato a metà”, dice Moriko. “I piedi gli stanno crescendo, la voce si sta spezzando. Non vuole prendere i farmaci”. Sospira e comincia a piangere. “Il suo analista mi ha detto: ‘So che vivete in questa confusione di generi da molto tempo, e capisco quanto sia frustrante, ma per ora non vuole essere incasellato’. Non voglio etichettarlo a tutti i costi, ma è difficile non chiedersi cos’è , se non è né un ragazzo né una ragazza. So che devo essere paziente, ma a volte mi sento quasi in ostaggio, perché come madre è mio compito aiutarlo a essere quello che vuole essere e non posso farlo se non lo sa neanche lui”.

Le Barbie di Nick
La non conformità sessuale è un argomento delicato, e i genitori che la esaltano nei loro figli spesso sono giudicati male. Quando la ditta produttrice di articoli di abbigliamento J. Crew pubblicò un annuncio in cui la sua presidente dipingeva le unghie dei piedi al figlio con uno smalto rosa shocking, e la scritta: “Per fortuna mi è capitato un figlio che adora il rosa”, un commentatore disse che “dietro la facciata di una politica dell’identità aperta e liberale”, in realtà stava sfruttando il figlio. Poi ci sono stati Kathy Witterick e David Stocker, la coppia di Toronto che è finita sotto i riflettori quando si è diffusa la voce che non avrebbe rivelato il sesso del bambino appena nato perché voleva liberarlo dai condizionamenti di genere. L’idea gli era venuta dal primo figlio, Jazz, un bambino di sei anni che da tre insisteva per scegliere i vestiti nei negozi per bambine.

“Non ho messo al mondo i miei figli per contestare il concetto di genere”, mi ha detto Witterick. “Ma avevo abbastanza esperienza della vita per sapere che il modo in cui costruiamo l’idea di mascolinità costringe gli uomini o a diventare vittime, perché non sono abbastanza virili, o a diventare torturatori, perché lo sono. Ammetto che la prima volta che in un negozio Jazz ha scelto un vestito da bambina non sapevo che fare. Ho cominciato a sudare”.

Ellen R. e suo figlio Nick di dieci anni vivono in un piccolo paese del New Jersey. Certi pomeriggi Nick passa ore a disegnare vestiti per le sue trentasei Barbie, o a farli per se stesso e per le sue bambole usando stoffa, nastri ed elastici. Per un po’ Nick è riuscito a tenere nascosto questo suo interesse. Ma un giorno, quando era in seconda elementare, un amico è passato a casa sua senza preavviso e ha visto le Barbie sparse nel soggiorno. È scappato via e il giorno dopo a scuola ha annunciato: “Nick gioca con le bambole”. “Mi hanno guardato tutti”, mi ha raccontato Nick. “Avrei voluto urlare, ma a scuola non si urla. Perciò ho detto che non era vero. Ma nessuno mi ha creduto”. È rimasto in silenzio per un po’, tutto concentrato sul ricciolo impertinente di una Barbie. “Era mio amico. La cosa più brutta è che era mio amico”. Nessuno è più andato a giocare da lui. Ellen è profondamente convinta che suo figlio non dovrebbe vergognarsi di quello che è. Ma ha comunque paura di essere evitata dagli altri: “A scuola partecipo alle riunioni, mi offro come volontaria per le attività extrascolastiche, ma è difficile non chiedersi se alle nostre spalle ridono di me e di mio figlio”.

“Continuano a chiedermi: sei un maschio o una femmina?”

Per altri genitori il disagio è ancora maggiore. Quando Jose era piccolo, suo padre Anthony accettava la sua fluidità sessuale, accettando perfino di giocare “all’istituto di bellezza”. Ma quando ha cominciato a crescere ed è apparso chiaro che la sua non era una fase di passaggio, Anthony si è allontanato dal figlio, che si definiva un “bambino-bambina”. Anche se cercava di nasconderlo, moriva d’imbarazzo quando vedeva Jose arrivare con il vestitino a fiori di un’amichetta o con una parrucca. A volte, quando il bambino giocava, Anthony scappava via. Altre volte discuteva con lui. Se Jose usciva di casa con una Barbie, lo sgridava: “Devi portartela sempre dietro?”. Una volta, quando il figlio aveva tre anni e voleva mettere i vestiti tutti i giorni, lo ha implorato: “Jose! Sei un bambino, non una bambina! Sei un maschio!”, e poi è scoppiato a piangere. Jose è scivolato giù dal letto, si è avvicinato al padre in lacrime e gli ha accarezzato la testa. “Non sapevo come deve comportarsi il padre di una bambina nel corpo di un bambino”, ha ricordato qualche tempo fa.

Anthony e sua moglie, che vivono a New York, hanno trovato un gruppo di sostegno su internet e si sono rivolti a uno psichiatra, che gli ha consigliato di lasciar giocare Jose con quello che preferisce. Per trovare un compromesso terapeutico, ha suggerito di lasciargli indossare quello che vuole quando è in casa, ma di impedirgli di farlo in pubblico per evitare di essere preso in giro. L’estate dopo la fine dell’asilo Anthony ha partecipato a un ritiro per bambini atipici insieme a Jose ed è rimasto profondamente colpito. Da allora lui e sua moglie fanno parte di un gruppo di sostegno e hanno iscritto Jose a una prestigiosa scuola di balletto, dove si è rivelato bravissimo. Anthony è orgoglioso del suo talento.

Oggi Jose ha quasi nove anni. Gli piacciono le costruzioni e i cartoni animati con gli eroi che combattono i criminali e gli alieni cattivi. Chiede raramente di mettere un vestito ed è contento di essere un bambino, ma gioca ancora con le bambole. Anthony si è tranquillizzato, ma ammette che gli dà ancora fastidio quando suo figlio si muove o parla in modo teatrale, e non sa bene perché. Si è scusato con Jose. “Gli ho detto: ‘Non avevo capito. Non conoscevo nessuno come te, perciò mi ci è voluto un po’ di tempo per abituarmi. Mi dispiace molto’. E più di una volta mi ha risposto: ‘Ti perdono’”.

Quello che sono
Oggi gli uomini e i ragazzi hanno più possibilità di vestirsi e di comportarsi in modo meno convenzionalmente virile. Tra gli eterosessuali i capelli lunghi e certi tipi di collane e orecchini sono quasi d’obbligo, almeno in alcuni ambienti. Molti uomini si depilano le sopracciglia, si fanno fare la manicure e portano indumenti rosa. Questi cambiamenti hanno offerto ai ragazzi che sfidano le norme di genere la possibilità di dare meno nell’occhio.

James, per esempio, è un ragazzo di 14 anni che dai cinque ai dieci ha portato capelli lunghi e abiti femminili, tanto da essere spesso scambiato per una bambina. Quando è arrivato in quinta elementare, però, ha abbandonato gli abiti femminili. Un anno dopo ci teneva a essere considerato un maschio e ha ordinato ai genitori di non parlare mai del suo passato davanti agli amici. È alto un metro e ottanta e ha la voce bassa. Ha ancora i capelli sulle spalle e si tinge le punte di rosa. Quando è con gli amici gioca con i videogame e crea cartoni animati digitali. Quando è con le amiche recita, mette la parrucca e parla con una voce più acuta. Si spazzolano i capelli a vicenda e se li intrecciano.

In un caffè vicino alla loro casa di Cambridge, suo padre mi ha detto che all’inizio ha cercato di scoraggiare James dal portare abiti femminili in pubblico, per proteggere se stesso oltre che suo figlio. Ma il suo imbarazzo si è trasformato da tempo in orgoglio. “È molto coraggioso”, mi ha detto. “Ho imparato molto da lui. Quando ero al college mi chiedevo perché i gay non si comportassero in modo più virile per evitare di essere presi in giro. Lo trovavo ingiusto, ma pensavo: così te lo cerchi. Adesso so che è sbagliato. James mi ha fatto capire che questo atteggiamento fa parte della sua identità, non è una cosa che puoi mettere o togliere. E non è un problema loro se noi ci sentiamo a disagio”.

Un giorno della scorsa primavera sono andata in un parco giochi con un bambino di otto anni di nome P.J. Un nastro rosa coperto di farfalle scintillanti teneva i suoi fitti riccioli neri, che di tanto in tanto scuoteva teatralmente. Portava un casco da bicicletta a forma di scheletro, una maglietta dei Pokemon azzurra, pantaloni a strisce neri e rosa, una felpa color fucsia e una collana fatta di cuori iridescenti. Mentre lui e un amico giocavano felici a rincorrersi nel parco, altri bambini si sono uniti a loro.

Dopo aver giocato per una mezz’ora, si sono fermati per riprendere fiato e finalmente si sono presentati. Una bambina di dieci anni ha spalancato gli occhi. Si è rivolta a me, l’adulto più a portata di mano, e mi ha chiesto: “Lo sapeva che lei è un lui?”. Sì, ho detto. Sicura che non avessi capito bene, mi ha indicato P.J. che era accanto a lei. “No! Lei è un lui!”.

I genitori di P.J. gli permettono di vestirsi da bambina in pubblico, ma lui lo fa con molto giudizio per non essere preso troppo in giro. A scuola gli hanno detto che può mettersi qualsiasi cosa tranne un vestito, come se un vestito facesse più effetto di tutte quelle cose rosa e luccicanti. P.J. mi ha detto che porta magliette “da bambina” (facendo il segno delle virgolette con la mano) tre giorni alla settimana e magliette da maschio gli altri due. Sceglie quasi sempre pantaloni rosa o viola. Nonostante i suoi genitori abbiano pagato un corso di mezza giornata sulla diversità di genere per il personale della scuola, sull’autobus o durante la ricreazione qualcuno lo prende ancora in giro. “Continuano a chiedermi” (e qui passa a una voce piagnucolosa): “‘Sei un maschio o una femmina? Non me lo ricordo’. E poi il giorno dopo me lo chiedono di nuovo. Non possono essersene dimenticati. Lo fanno per cattiveria. Dicono che mi dovrei tagliare i capelli perché sembro una bambina e sembrare una femmina è sbagliato”.

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Nel videogioco preferito di P.J., Glory of Heracles, c’è un personaggio ambiguo che lui descrive come una ragazza che vuole essere un ragazzo.

“Anche tu ti senti così?”, gli chiedo un giorno a casa sua.

“No, non voglio essere una ragazza”, risponde mentre si guarda allo specchio della sua stanza assumendo la posa di una modella di Cosmopolitan. “Voglio solo vestirmi da ragazza”.

“Perché vuoi essere un maschio e non una femmina?”.

Mi guarda come se fossi scema. “Perché voglio essere quello che sono!”.

Per spiegarmi meglio, mi racconta di un compagno di classe fanatico del calcio. “Viene a scuola tutti i giorni con la maglietta della sua squadra e i pantaloni della tuta”, dice, “ma questo non significa che è un giocatore professionista”.

Verso la fine della prima settimana d’asilo, Alex si era presentato in classe con un paio di calzini rosa acceso. Un compagno l’aveva subito provocato: “Sei una femmina?”. Alex aveva raccontato ai genitori che c’era rimasto così male che non era neanche riuscito a rispondere. Per solidarietà suo padre si era comprato un paio di scarpe da ginnastica rosa da mettere quando lo accompagnava a scuola. Anche la maestra di Alex era intervenuta. Parlando con i bambini, aveva accennato al fatto che alcuni suoi amici portavano lo smalto e gli orecchini. Aveva detto anche che quando era bambina le piacevano le scarpe da maschio. Questo significava che era un maschio? Avrebbero dovuto vietargliele? Sarebbe stato giusto ridere di lei? Tutti avevano scosso la testa. Poi aveva detto che molto tempo fa le bambine non potevano portare i pantaloni, e un paio di loro avevano spalancato gli occhi. “Immaginate che significa non poter portare i pantaloni quando vorreste? Se lo voleste veramente e qualcuno vi dicesse che non potete perché siete bambine? Sarebbe terribile!”. Da quel momento i compagni avevano smesso di fare commenti su Alex.

Lui ci ha messo un po’ per ritrovare il coraggio. Poi, una volta alla settimana, ha ricominciato a mettersi i calzini rosa e le scarpe con i lustrini per andare all’asilo.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

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