19 maggio 2021 15:48

La pandemia di covid-19 ha attaccato in maniera insidiosa il mondo del giornalismo. Dall’inizio del 2020 è stato un susseguirsi di eventi annullati, di accessi vietati o limitati, di conferenze stampa virtuali e di telelavoro entrati nella quotidianità delle redazioni.

Le restrizioni sanitarie, pur comprensibili, hanno stravolto l’esercizio del nostro mestiere. È possibile che in alcuni casi siano state eccessive e usate come pretesto per tenere lontani i mezzi d’informazione? Il dubbio è legittimo.

In occasione della giornata mondiale della libertà di stampa, il 3 maggio, è emersa una preoccupazione: riusciremo a recuperare il pieno accesso agli eventi che raccontavamo prima della pandemia? Oppure la libertà e il pluralismo dell’informazione cadranno vittime del covid-19?

Informazione a porte chiuse
In quest’anno si sono moltiplicati gli eventi chiusi ai mezzi d’informazione: gli organizzatori ormai forniscono ai reporter solo qualche comunicato e qualche immagine, le cosiddette cartelle stampa. Niente domande, niente contatti diretti, bensì una forma di comunicazione estremamente filtrata che lascia l’amaro in bocca per la mancanza di trasparenza.

In Germania “alcuni eventi politici si trasformano in spettacoli, con la diffusione di interminabili filmati autocelebrativi senza domande del pubblico o dei mezzi d’informazione”, sottolinea il direttore della redazione berlinese dell’Afp Yacine Le Forestier. Un altro esempio: quando alla fine del 2020 alcuni ministri francesi hanno visitato l’Algeria, l’Afp non ha avuto alcun accesso all’evento. Come giustificazione è stata invocata la pandemia, e tutto si è concluso con un comunicato ufficiale senza immagini.

Lo sport, che si sta lentamente riprendendo dopo mesi di blocco, non è stato risparmiato. “Le nostre troupe non hanno più accesso alla quasi totalità dei grandi eventi sportivi: giochi olimpici, campionati di calcio europei, Champions league, Sei nazioni”, spiega Guillaume Rollin, caporedattore della sezione video-sport.

Prodotti identici
Già diffusa nel settore prima del covid-19, la pratica del pool permette di affidare la copertura di una notizia a un numero ridotto di giornalisti che si alternano e condividono la loro produzione con le altre redazioni. È un sistema in vigore da tempo alla Casa Bianca per seguire gli spostamenti del presidente. La conseguenza è che tutte le testate diffondono un prodotto identico, realizzato da un unico giornalista e dunque privo della ricchezza di punti di vista diversi.

“Con la pandemia l’uso dei pool è diventato la norma”, spiega Stéphane Arnaud, caporedattore della sezione fotografica. In video “è diventato problematico fare interviste a chi parla in pubblico” e spesso è disponibile solo una telecamera autorizzata, sottolinea con rammarico Mehdi Lebouachera, caporedattore della sezione video. “Nel migliore dei casi il contenuto è uniformato per tutti i mezzi d’informazione. Nel peggiore, viene data la priorità ad alcune testate selezionate”.

Negli Stati Uniti le restrizioni sanitarie hanno avuto come principale conseguenza la limitazione delle interviste a Joe Biden durante la campagna elettorale. “Tutti gli eventi sono stati coperti da un pool, compresi i comizi della campagna elettorale che in ogni caso sono stati di piccole dimensioni”, spiega Hervé Rouach, caporedattore per l’America del nord.

A Bruxelles la legge del pool domina il consiglio europeo e la Commissione. “Non abbiamo più la possibilità di fotografare Ursula von der Leyen al di fuori delle rare apparizioni in sala stampa. Al contempo i canali ufficiali e i social network dei leader abbondano di contenuti relativi a eventi a cui noi non abbiamo accesso”, come il momento in cui la presidente della Commissione si è sottoposta al vaccino, sottolinea il fotografo Kenzo Tribouillard. In video “spesso non abbiamo altra scelta se non quella di rilanciare il materiale istituzionale, perché ci è impossibile avvicinarci”, aggiunge il suo collega Kilian Fichou.

Prima della pandemia, in occasione dei vertici europei decine di giornalisti potevano fare domande ai capi di stato, che ormai “pronunciano i loro discorsi davanti a una telecamera appena arrivati, in un silenzio irreale”. Difficile distinguere tra il rispetto delle misure sanitarie e la volontà di limitare l’accesso ai mezzi d’informazione. Tuttavia, secondo Fichou, “si ha la sensazione che molte porte si siano chiuse e che difficilmente saranno riaperte”.

“È un peccato che i pool siano ormai sistematici in contesti precedentemente aperti a tutti, o quasi”, anche se “è difficile contestare la motivazione sanitaria”, sottolinea la caporedattrice per la Francia Annie Thomas. La pratica del pool esiste da tempo all’Eliseo, ma di recente si è imposta sempre più spesso durante le visite ministeriali, anche quando gli eventi si svolgono all’aperto. Se in questi casi capita di poter fare interviste microfono alla mano, i giornalisti si ritrovano ammassati nella calca.

Sul fronte dello spettacolo le cose non vanno meglio. Nessun fotografo o videoreporter dell’Afp è stato ammesso all’ultima cerimonia degli Oscar, coperta da un pool e da immagini inserite nella cartella stampa.

Bisognerà pagare per informare?
Il pool si è imposto per le fotografie sportive, dalla Premier league inglese alle partite della nazionale francese, come per la finale della Champions league e il prossimo campionato europeo di calcio.

In India, in occasione di seguitissimi match di cricket, i fotografi non hanno potuto coprire alcuni incontri che però erano aperti ai colleghi incaricati di scrivere e al pubblico. Secondo alcuni giornalisti “il covid-19 ha fornito la scusa perfetta” alle autorità del cricket per controllare la produzione di immagini attraverso le cartelle stampa, traendone un chiaro “beneficio commerciale”, spiega il coordinatore della sezione sportiva Asia-Pacifico Talek Harris.

Moltiplicare le fonti è uno dei compiti essenziali dei giornalisti per fornire un’informazione più completa possibile. Per acquisire nuove fonti aggiornando le informazioni sono necessari incontri formali ma anche scambi fortuiti e informali. Questo esercizio diventa piuttosto complicato nell’epoca del distanziamento fisico e delle videoconferenze.

Senza questo accesso diretto alle fonti, “come si può fornire il necessario contrappunto ai comunicati pieni di buone intenzioni e ai discorsi appiattiti?”, si domanda Aurélia End, caporedattrice della sezione economia internazionale, abituata ai G20 e ai forum di Davos. La videoconferenza, sottolinea End, “fa letteralmente da schermo a tutto, tranne alla comunicazione controllata. Il microfono è aperto solo durante i talking points, cioè in momenti prestabiliti. Inoltre, le domande dei giornalisti sono spesso presentate in anticipo e raramente è possibile approfondire”.

Le videoconferenze stampa si concludono spesso con “spiacenti, il tempo è scaduto”, racconta un giornalista inviato nel Golfo. “La comunicazione digitale è una benedizione per chi vuole assicurarsi un controllo assoluto degli eventi”.

Verso la disinformazione
Tra la mancanza di un margine di manovra per il giornalismo reale e una comunicazione senza filtri sui social network, si apre una strada che porta alla disinformazione, argomento di riflessione ormai inesauribile nell’universo digitale. Nell’ambito di una vasta inchiesta realizzata dall’International centre for journalists (Centro internazionale per il giornalismo, Icfj) all’inizio della pandemia, più dell’80 per cento delle persone intervistate ha raccontato di aver avuto a che fare con una forma di disinformazione almeno una volta alla settimana, mentre il 46 per cento ha chiamato in causa alcuni politici come origine della disinformazione.

“La pandemia ha creato un terreno fertile per complottisti e no vax, che hanno seminato la confusione e amplificato il loro messaggio giocando sulle paure legate alla sanità e ai cambiamenti continui delle politiche sanitarie”, spiega Sophie Nicholson, vice caporedattrice della sezione inchieste digitali.

Cosa ne è stato delle nostre redazioni vibranti di dibattiti e idee, di riflessioni critiche e creatività? Nell’epoca del telelavoro, che ci priva di questi scambi, ne ricordiamo con nostalgia la ricchezza e la vitalità. A causa dei lockdown i giornalisti si sono isolati dietro i loro schermi, tenendosi in contatto tramite chat e riunioni virtuali. Abituati alla prima linea, molti reporter hanno visto cedere le proprie difese psicologiche.

Tra le principali difficoltà incontrate all’inizio della pandemia, il 70 per cento dei giornalisti ha citato l’impatto psicologico ed emotivo, più della disoccupazione o le preoccupazioni finanziarie (67 per cento) o il peso del lavoro (64 per cento).

Come sarà l’informazione dopo il covid?
La pandemia ha “provocato un’enorme chiusura dell’accesso” sul campo e alle fonti, “in parte legittimo (quando si tratta di precauzioni sanitarie) e in parte illegittimo. In entrambi i casi la domanda è la stessa: questo accesso sarà ripristinato?”, si chiede con preoccupazione il segretario generale di Reporter senza frontiere (Rsf), Christophe Deloire, sottolineando che il covid-19 ha rappresentato “un’occasione per gli stati che intendevano limitare la libertà di stampa”. Secondo Rsf l’esercizio del giornalismo è ormai “totalmente o parzialmente bloccato” in più di 130 paesi. A questo si aggiungono le minacce dirette, con 50 giornalisti uccisi nel 2020 secondo i dati dell’organizzazione di difesa della libertà di stampa.

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Accesso limitato all’informazione, libertà e pluralismo minacciati: gli ingredienti ci sono tutti per indebolire a lungo termine l’esercizio del giornalismo. “Il forum di Davos e i vertici del G20 senza dubbio riprenderanno”, dice Aurélia End. “Ma i mezzi d’informazione saranno ancora invitati, magari a distanza, magari in un centro stampa separato? O resteranno relegati dietro gli schermi, ancora un po’ più lontani dalla realtà dei giochi di potere?”.

Dopo la tragedia del covid-19 si aprirà la battaglia per riguadagnare il terreno perduto in merito alla libertà di informare, che andrà combattuta con ostinazione e senza ingenuità. Il fact-checking si oppone alle false informazioni virali quando il verme è già nel frutto, ma il giornalismo sul campo resta il principale bastione contro la disinformazione.

Questa battaglia riguarda tutti i giornalisti, di tutte le testate. Ma riguarda anche i governi, le autorità e tutti i cittadini che vogliono difendere uno dei pilastri della democrazia. È difficile credere che usciremo tutti indenni da questo trauma mondiale. Ma confidiamo con ottimismo che i giornalisti, come le erbacce, cercheranno di occupare ogni interstizio di libertà.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito nel blog Making-of dell’Agence France-Presse, in cui giornalisti e fotoreporter raccontano il loro lavoro.