14 maggio 2020 10:09

Alla fine, il decreto che dovrebbe rimettere in moto il paese – il cosiddetto decreto Rilancio – ha visto la luce. “È un testo complesso, sono oltre 250 articoli, parliamo di 55 miliardi di euro, pari a due leggi di bilancio”, ha spiegato il presidente del consiglio Giuseppe Conte mostrandosi ottimista. Il testo è arrivato però al termine di un’attesa molto lunga e che racconta parecchio dello stato delle cose nell’attuale maggioranza.

“Abbiamo impiegato un po’ di tempo”, si è difeso Conte, “ma non abbiamo impiegato un minuto di più di quanto strettamente necessario per un testo così complesso”. Tuttavia, il considerevole ritardo accumulato nel licenziare il decreto non si deve solo alle difficoltà tecniche che presenta un provvedimento di questa portata. Né si può attribuire solo alle questioni relative alle coperture finanziarie o all’attesa per la definizione in sede europea dei termini della temporanea flessibilità sugli aiuti alle imprese con cui il decreto Rilancio doveva essere allineato.

Le ragioni di quel ritardo, come è del tutto evidente da tempo, sono prima di tutto di natura politica. E, al di là di pretesti e incidenti di percorso, in ultima analisi riguardano il deterioramento dei rapporti all’interno della maggioranza che sostiene il governo. Ma hanno anche a che fare con il fortissimo disagio dal quale sono attraversate le singole forze che quella maggioranza compongono. È soprattutto in casa di un Movimento 5 stelle in crisi di leadership e di linea politica che si deve guardare, ma non soltanto lì.

Più ristoro che rilancio
È naturale che l’intreccio di tutti questi malumori, ed è un eufemismo, investa la vita del governo. Certo, è difficile immaginare che qualcuno voglia intestarsi l’apertura di una crisi in un momento così drammatico per il paese, ma non è più possibile escludere che questo scenario potrà farsi meno evanescente più avanti, nel momento in cui la fase acuta dell’emergenza sanitaria fosse superata e si tratterà di gestire la ripresa.

In ogni caso, è difficile immaginare che l’impossibilità di una crisi politica possa restare a lungo l’argomento più convincente per garantire la permanenza di Conte a palazzo Chigi. E ciò anche perché questa condizione espone il governo a un progressivo e inevitabile logoramento. Tuttavia, pur in queste condizioni, il governo e la sua maggioranza hanno portato a casa il decreto Rilancio.

Si tratta davvero di un provvedimento monstre per i numeri e le misure che propone. Nelle intenzioni del governo dovrebbe servire ad affrontare l’emergenza ma anche a preparare la ripresa economica e sociale. Tutto considerato, sembra lecito nutrire qualche dubbio sul secondo punto. Insomma, s’indovina più ristoro che rilancio.

In ogni caso, dentro la manovra ci sono risorse per 25,6 miliardi di euro destinate in varie forme ai lavoratori, incluso il reddito di emergenza. Nel decreto, ha spiegato il ministro per gli affari regionali Francesco Boccia, sono entrate la “semplificazione e l’accelerazione delle procedure per la concessione della cassa integrazione in deroga”. Dunque, ha detto Conte, “confidiamo di erogare gli ammortizzatori ancora più speditamente di come accaduto fino ad adesso. Non ci sono sfuggiti i ritardi e cerchiamo di rimediare”.

Ma il punto politicamente più delicato è stato quello della regolarizzazione degli immigrati

Per le imprese sono previste risorse per circa 16 miliardi. “È la fase del ristoro”, ha spiegato il ministro dell’economia Roberto Gualtieri. E, tra le altre misure, ha ricordato il “contributo a fondo perduto per le imprese più piccole, quelle fino a cinque milioni di fatturato, che hanno avuto delle perdite” e che ammonta a sei miliardi in totale. C’è poi “il sostegno a spese importanti come affitti e bollette e anche un impegno senza precedenti che realizziamo per favorire la ricapitalizzazione e contribuire a riassorbire le perdite del sistema delle imprese”. Viene cancellato il saldo-acconto Irap di giugno per tutte le imprese fino a 250 milioni di fatturato, per un valore complessivo di circa quattro miliardi.

C’è poi un lunghissimo elenco di misure per il turismo, la cultura, la ricerca, la scuola con la stabilizzazione di 16mila insegnanti, e la sanità con l’aumento del 115 per cento dei posti in terapia intensiva. C’è il bonus per gli autonomi e i professionisti iscritti alle gestioni separate dell’Inps ai quali, ha detto Conte, “arriveranno 600 euro subito, perché saranno dati a chi ne ha già beneficiato. Spero possano arrivare nelle prossime ore, quando il decreto andrà in Gazzetta Ufficiale, poi ci riserviamo di integrarli con un ristoro fino a mille euro”. Quanto al ritardo nella erogazione dei prestiti da parte delle banche alle piccole imprese “non siamo affatto contenti”, ha spiegato Gualtieri. “Con questo decreto“, ha aggiunto, “e con la conversione del dl liquidità ci saranno nuovi emendamenti per rafforzare il provvedimento e rendere più celere la concessione di liquidità”.

Ma il punto politicamente più delicato, quello sul quale ci si è misurati con i toni più drammatici è stato, come è noto, quello della regolarizzazione dei migranti irregolari su cui il Movimento 5 stelle aveva puntato i piedi. Alla fine si è trovato un accordo del quale il presidente del consiglio ha dato conto così: “Non direi che si è consumata una battaglia cruenta. È cosa nota che da parte dell’M5s è stato richiesto un supplemento di riflessione, anzi vorrei ringraziare l’M5s perché abbiamo messo a punto alcuni aspetti che meritavano una più attenta valutazione. Noi oggi escludiamo dal novero delle regolarizzazioni le fattispecie del reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina e i reati di tratta. Credo che sia giusto”.

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Non è ancora chiaro quante persone saranno interessate dal decreto ma, ha spiegato Conte, al governo interessa più la sostanza, e quindi il principio che si afferma, dei numeri. Così, ha aggiunto commossa la ministra Teresa Bellanova, “da oggi gli invisibili saranno meno invisibili”. Ma restano i dubbi sul fatto che si sarebbe potuto fare di più e meglio.

“La parola”, ha detto Conte alla fine, “ora passerà al parlamento e con le forze di maggioranza, e spero col contributo delle forze di opposizione, potrà essere addirittura migliorato”. Considerate le fibrillazioni nella maggioranza, il futuro è però tutto da scrivere. E forse si comincia subito: tra pochi giorni è fissato in senato il voto sulla mozione di sfiducia individuale presentata dal centrodestra contro il ministro della giustizia, Alfonso Bonafede.