Caro diario, non sopporto di avere così tante alternative. Vorrei che qualcuno decidesse al posto mio cosa farò domani. Stamattina ho ricevuto una telefonata dall’ambasciata brasiliana di Ramallah: “Vorremmo mandarle un invito”. Ho spiegato alla persona al telefono dove vivo e l’autista dell’ambasciata è venuto a consegnarmi un biglietto in una busta elegante. Era un invito alla cerimonia di consegna dei premi assegnati ogni anno dal gruppo privato palestinese PalTel (telecomunicazioni) a Nablus. Tra i premiati c’è anche l’ex presidente brasiliano Lula, e l’ambasciatore ritirerà il premio al suo posto.

Sono molto combattuta. Lo stesso giorno sono stata invitata a un evento privato a Ramallah: il matrimonio della figlia di due amici. La ragazza vive all’estero e il padre del suo partner è un ebreo laico. Non è un problema perché i miei amici appartengono alla generazione di sinistra che si è legata orgogliosamente agli ebrei progressisti. I parenti dello sposo parteciperanno alla cerimonia e incontreranno gli amici dei genitori della sposa (e così facendo infrangeranno l’ordine militare che proibisce agli ebrei israeliani di entrare nelle enclave palestinesi).

Sarebbe tutto perfetto se non ci fosse un parente che vive in una colonia: è lì che si scontrano le ragioni della famiglia e quelle del popolo palestinese oppresso. Uno scontro che mi intriga quanto un miliardario palestinese che premia il più potente sindacalista brasiliano.

Traduzione di Andrea Sparacino

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